alto roma

Roma invisibile

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(fonte immagine)

Le parti in corsivo del pezzo che segue sono tratte da Le città invisibili, il romanzo di Italo Calvino pubblicato nel 1972.

di Enrico Giammarco

La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata, si può ripensare con nostalgia a quella che era.

Sono nato sul finire degli Anni Settanta, quando la Roma del Dopoguerra si era già sovrapposta al nucleo storico dei rioni, dando vita a tanti nuovi quartieri. Periferia, la chiamavano, fatta di palazzi tutti uguali, alti e serrati come fila di un esercito, e di casupole sparpagliate e policromatiche, figlie dell’abusivismo. Di lì a poco, verso la metà degli Anni Ottanta, saranno stati tutti condonati, con la promessa di non costruirne più. La mia Roma, quella con cui sono cresciuto e che si è fissata nel mio immaginario, era chiusa dentro il GRA, non unitaria ma identitaria nell’espandersi a chiazze, tante isole intervallate dal verde e dalle strade consolari. Se non abitavi al Centro, abitavi in periferia, ma comunque vivevi a Roma. Potevi essere tra i privilegiati di Prati o Parioli, oppure asserragliato nei grattacieli popolari dell’Ater, ma avevi comunque l’anima capitolina.

Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovar posto sia la grande Fedora di pietra, sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.

Anche la mia Roma era già considerata fonte di disagio, congestionata dal traffico, dallo smog e dal caos organizzativo. Lo dimentichiamo perché ci piace glorificare il passato per criticare il presente. La soluzione di moda dell’epoca era andare a “vivere fuori”, che significava traslocare fuori dal Grande Raccordo Anulare. Diventare pendolari, consapevoli. Tempi di spostamento non immediati, ma campagna, aria pulita e tranquillità. Le case costavano anche meno. Quelli che facevano la scelta ti guardavano con la supponenza di chi ci aveva visto lungo. Presto o tardi andranno a vivere tutti fuori, dicevano, Roma si svuoterà di persone e rimarrà solo il traffico, anche se non si sa bene di chi.

Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno.

Negli Anni Zero venne anche il nostro momento di lavorare, con tante tribolazioni e poco denaro. Chi era più fortunato otteneva l’ormai raro contratto a tempo indeterminato e cercava una casa da acquistare. In Italia funziona così, chi può si compra un appartamento, anche chi non può, a volte. Solo che i nostri stipendi non erano più quelli dei nostri genitori, e i prezzi delle case non erano più quelli degli anni Ottanta. Roma ci aveva cresciuti, amati, e come figli rinnegati ci aveva cacciati dal suo abbraccio.

Reprobi, siamo stati costretti a trovare un’altra città che ci desse un tetto. Fu in quel periodo che gli amici iniziarono a parlarmi dei cantieri che andavano a visitare, in località lontane, intersecati tra i litorale, i Castelli, Tivoli e Monterotondo. Promettevano “centri residenziali secondo i più elevati standard abitativi”, erano accessibili perché si compravano sulla carta, e ciascuno aveva un enorme centro commerciale di riferimento, una specie di cordone ombelicale con l’urbanità perduta, perché questi complessi abitativi nascevano tutti in località che chiunque sinora aveva considerato come aperta campagna, sebbene fossero tutti “a due passi dal Centro di Roma”. Quale Roma? Quella era un’altra città, anche se il nome era lo stesso. Era la Roma di Fuori.

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

Non ho mai amato la Roma di Fuori, non è mai stata la mia città. L’ho abbandonata presto, come un errore di percorso che finisce nel dimenticatoio, solo che io ricordo ancora tutto. I bilocali con le stanze piccolissime, i terrazzi abitabili con il gabbiotto per lavatrice e caldaia, i box auto per fare il cambio di stagione. Il grigio metallico delle balaustre, la cortina rossiccia, i colori pastello, l’ocra che domina l’orizzonte, spalmato sui villini a schiera collegati da strade sterrate che nessuno curerà.

Sono tra i pochi a essere tornato indietro, a ritrovare l’abbraccio della Roma che ho conosciuto da bambino, e che forse riempie soltanto i miei occhi. Non esco mai dal raccordo, non frequento più l’altra città. Nessuno si reca nella Roma di Fuori, se non per dormire o per fare la spesa al centro commerciale. Capita anche a me, di rado, ed eccomi di nuovo a Ponte di Nona, Bufalotta, Parco Leonardo. Nei centri commerciali, in questi non-luoghi, s’incrociano persone di ogni città, di ogni quartiere, indistinguibili l’uno dall’altro. A volte incontro i miei amici, ci salutiamo, parliamo qualche istante, “che ci fai qui?”, come se fossi all’estero, ognuno resta della sua opinione, oppure si tiene la propria scelta obbligata.

Questa città che non si cancella dalla mente è come un’armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare: nomi di uomini illustri, virtù, numeri, classificazioni vegetali e minerali, date di battaglie, costellazioni, parti del discorso. Tra ogni nozione e ogni punto dell’itinerario potrà stabilire un nesso d’affinità o di contrasto che serva da richiamo istantaneo alla memoria.

Qualche volta penso a tutte le giovani coppie che sono andate a vivere nella Roma di Fuori, che hanno avuto figli, bambini e ragazzi cresciuti lì e che non hanno mai conosciuto la mia Roma. Per loro il Pigneto e Testaccio saranno Centro, oppure non saranno nulla, perché non ci andranno mai, passando le loro serate in qualche sala giochi con annesso fast food, con annesso il cinema. La nostra Roma vivrà solo nei racconti di quelli come me, come una città sempre più invisibile, mentre nuove ne nasceranno con il tempo, sempre “a due passi dal Centro”.

Tutto il resto della città è invisibile. Fillide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto, la via più breve per raggiungere la tenda di quel mercante evitando lo sportello di quel creditore. I tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro, sepolto e cancellato: se tra due portici uno continua a sembrarti più gaio è perché è quello in cui passava trent’anni fa una ragazza dalle larghe maniche ricamate, oppure è solo perché riceve la luce a una cert’ora come quel portico, che non ricordi più dov’era.

Commenti
3 Commenti a “Roma invisibile”
  1. Lauea scrive:

    abito a case rosse, fuori dal raccordo e dalla sua Roma e il suo articolo mi irrita profondamente. Nel 90% dei casi chi sceglie di vivere fuori è perché non ha le possibilità economiche di vivere dentro,non perchè si lascia ammaliare dallo squallore delle luci di un centro commerciale. Vuole che le chiediamo scusa per non aver avuto il privilegio di vivere e saper raccontare il centro?

  2. Emilio scrive:

    Ringrazio l’autore dell’articolo per avermi aperto gli occhi! Che errore aver comprato un bilocale di 40 m2 con balcone abitabile e spazio caldaia, in periferia poi!! Che sciocchezza! Avrei potuto vivere fino a 40 anni da mamma e papà ma ben dentro il raccordo, al sicuro da questa periferia vuota e scarsamente romantica. Oppure meglio ancora, andare in affitto, una bella stanza da dividere o magari per soli 200€ di più del mio attuale mutuo, potevo prendermi in affitto un cadente, ma davvero romanticissimo, monolocale degli anni 60, ma al sicuro nell’abbraccio del nostro caro raccordo.

  3. behemoth scrive:

    Il problema culturale italiano sta tutto qui. L’incapacità di toccare il presente in senso materiale. Il compiacimento di schemi sociologici usurati. Magari validi per l’aperitivo bohemien al Pigneto. Le persone “Fuori” (non solo dal raccordo) non ascolteranno mai. Però vi prego finanziateci, comprendeteci: perché nessuno legge libri o vede film italiani? Non vi piacciono gli interni borghesi di Collina Fleming con i figli costretti ad “abitare” solo a Monteverde?

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