1manolas

Il duecentocinquantasettesimo tagliando per Roma-Liverpool

1manolas

di Stefano Felici

«Al mondo ci saranno almeno sei-sette squadre capaci di battere tre a zero il Barça in casa», ripeto per l’ennesima volta. Questo giro tocca a un gruppo di ragazzini di sedici anni – beati loro, la metà dei miei –, «ma una soltanto», continuo, come se davvero stessi rivelando una verità ultima e lucente e inaudita «è in grado di compiere l’impresa dopo aver perso quattro-a-uno all’andata, e poi due a zero, sempre in casa, pochi giorni prima, contro… contro, oh, dai, la Fiorentina: e questa squadra siamo noi: La Roma» – tutti zitti. Qualcuno annuisce; ma tempo tre secondi e se ne vanno per fatti loro, senza dir nulla. Mi lasciano da solo.

È buio, ma non completo: l’insegna del Roma Store fa una luce bianca elettrica. Così mi guardo intorno e punto qualcun altro. Sono ancora le quattro del mattino e in molti se ne stanno a dormire nei sacchi a pelo, o a cassetta, su sediole da campeggio, con la testa penzoloni. Mi tocca riagganciare qualche trentenne come me, dirgli un paio di stupidaggini, e poi cacciar fuori ancora, un’altra volta, questa bellissima, commovente osservazione sulla nostra grande Roma, sperando di trovare un’anima gemella, che capisca, colga l’illuminazione, che insieme a me si commuova.

Eppure, quel che dico è vero. Tanta gente, dopo il quattro a uno dell’andata al Camp Nou, s’è chiesta se fosse o meno il caso di andare a vedere la partita di ritorno all’Olimpico; alcuni hanno provato a rivendere il biglietto; tanti altri, pure, ci hanno creduto, sono stati scaramantici o, visto che nella storia della squadra la scaramanzia non è che abbia funzionato poi così tanto, si sono mostrati spavaldi, e hanno persino scommesso a favore del passaggio del turno. La stagione della Roma è stata altalenante: in campionato, all’Olimpico, s’è perso contro la Sampdoria e il Milan e l’Inter, l’Atalanta e il Napoli – mettiamoci pure il pareggio col Sassuolo. Ma in Champions League: tre a zero al Chelsea, sempre all’Olimpico, dove in questa competizione non s’è ancora preso gol nelle partite casalinghe.

Ora: come fa il tifoso romanista a non avere in sé, congenitamente, un piccolo germe di schizofrenia, una malattia al quadrato che lo fa vivere in una doppia bolla d’illusione mitomaniacale dentro un’altra di cieca ma frustrante fede religiosa. Si arriva presto al gioco di specchi tra tifosi e squadra, alle contraddizioni a catena e ai picchi di disperazione e mania toccati all’interno di una stessa settimana: la squadra vince bene, semo forti; la squadra perde male, semo un branco de pippe.

Al gol del tre a zero segnato da Manolas, io me ne stavo in un locale di San Lorenzo, in attesa di salire sul palco per leggere un mio racconto. Ero lì per un concorso. Sapevo del due a zero parziale; refresh dopo refresh, il nome di Manolas nel tabellino dei marcatori, ho alzato lo sguardo verso quello di un mio amico che aveva fatto altrettanto, verso di me; ci siamo guardati qualche secondo e a me è scappato un labiale tipo “ao, annàmosene”, con tanto di gesto che si fa mettendo la mano a paletta puntata in basso e ruotando il polso verso l’interno. Ci ho pensato davvero di uscirmene, andarmene in un locale che trasmettesse la partita per vedere i minuti finali e urlare di gioia al triplice fischio. Va’ a capire perché poi non l’ho fatto.

È quel gol di Manolas al Barcellona ad aver portato me e altre quattrocento persone davanti al Roma Store di viale Marconi la sera del 17 aprile 2018. A dire il vero, lì davanti ci ha trascninato pure il Liverpool: ogni romanista, persino io che sono nato due anni dopo, sogna di vendicare la finale di Coppa Campioni persa nell’84. Questa è una semifinale, ma insomma: per come è arrivata e per quanto ci ha colti di sorpresa, il valore di questo doppio confronto è inestimabile.

Abito da quelle parti e per giorni mi sono chiesto: ci provo o no? Laddove provarci si è poi tradotto in un accampamento di ventiquattro ore a ridosso del locale, che avrebbe messo a disposizione i biglietti a partire dalle 10:00 del giorno diciotto.

La decisione l’avevo presa il giorno prima, la mattina del diciassette. Mi sono detto: vado lì massimo per l’una. Ci passo la notte. Sicuramente qualcuno distribuirà dei bigliettini tagliacoda, prenderò, boh, il numero venti?, me ne starò una nottata a chiacchierare di Roma e a vivere la vigilia più lunga del maggiore evento calcistico al quale abbia mai partecipato la mia squadra da quando ho preso coscienza di esserne tifoso – più di Roma-Parma 2001, la partita-scudetto. Un sacrificio da poco, tutto sommato: ne varrà la pena.

Questo avevo pensato.

E invece, alle sette di sera del giorno precedente alla messa in vendita, dopo un paio di commissioni, passo per curiosità e per scrupolo davanti al Roma Store – non ci sarà ancora nessuno, ma fammi controllare, ho pensato. Ed ecco lì un bel capannello di persone. Lo sapevo. Storco il naso. Vabbe’, mi dico, quanti saranno?, una quarantina? Mi avvicino a una ragazza che tiene un blocco di foglietti colore celeste acceso. «Sei tu che dai i numeretti?» le chiedo. Dice di sì. Ne stacca uno. Lo guardo: sono il duecentocinquantasettesimo. Storco il naso, di nuovo. Digrigno i denti. Quasi mi viene da piangere.

Duecentocinquantasette persone avanti a me vanno sommate alle altre ideali duecentocinquasette persone in fila presso ogni altro Roma Store o rivenditore autorizzato (tabaccai e ricevitorie varie). Così come non li ho fatti per non scoraggiarmi tre giorni fa, i calcoli non li faccio nemmeno ora – per evitare di ritrovarmi di fronte al fatto compiuto: ho provato un’impresa tanto romantica quanto cretina. Come quella volta che mi sono messo in fila alle tre del mattino per andare a Londra, la partita era Arsenal-Roma – no, lasciamo stare: altra storia triste e cretina.

Ho tante ore da far passare. Lo smartphone mi serve carico per qualsiasi evenienza, dunque non conviene passarci sopra tutto il tempo. Così – e che altro, sennò? – m’improvviso piccolo antropologo e studio un po’ la situazione: i comportamenti della gente, le interazioni, i riti, i modi, i discorsi, lo spirito di adattamento a una situazione che, seppur per scelta, sarà via via sempre più scomoda ed estenuante.

La prima cosa interessante è osservare come da subito, cioè anche ben prima che arrivassi a prendere il mio bigliettino tagliacoda, si sia creata spontaneamente un’organizzazione chiara e precisa  riguardo la gestione del flusso di persone: un elenco che garantisse l’entrata nel Roma Store a chi fosse disposto a far nottata: un appello iniziale, alle 20:00, poi una serie di contro-appelli, ogni ora, fino alle nove del mattino (alle 10:00 l’inizio delle vendite). Al terzo richiamo, se non ci si fa avanti bigliettino alla mano, il proprio nome viene depennato, e chi è sotto in graduatoria guadagna una o più posizioni. Già al primo richiamo senza risposta, tre-quattro voci si alzano e chiedono di depennare. Al secondo richiamo partono buuu e fischi. Dopo il contro-appello, si è liberi di fare quel che si vuole per cinquantanove minuti; poi, di nuovo, biglietto alla mano, un minuto per ricreare un capannello ordinato, tocca star lì a gridare ECCOLO! – non presente: mica stiamo a scuola. Un know-how collaudato, che ogni tifoso hardcore conosce e, toccasse a lui, saprebbe rimettere in pratica.

Scherzosamente, col primo ragazzo con cui faccio amicizia, chiamo tutto questo gli Hunger Games, pur non avendo mai visto né letto nulla della saga – ma lui s’è messo a ridere, avrà capito più o meno il senso precario della battuta, quel sentimento di competizione spietata tutti-contro-tutti che dai trailer m’è parsa trapelare e che volevo trasmettere. Oppure ha sorriso come si sorride agli sconosciuti che dicono stupidaggini.

Tutta l’organizzazione è gestita da volontari – la cui volontà primaria è quella di guadagnarsi un posto in curva: indagando alla meglio, le semplici ma integerrime regole sono state stilate, e non poteva che esser così, dalla prima decina di persone che si è presentata davanti al locale durante la chiusura del giorno precedente. Si sono attrezzati con carta e penna, bloc notes e mazzetti per i bigliettini, sdraio e sediole, panchette su cui arrampicarsi per comunicare a voce alta, ergendosi dalla massa che per forza di cose, in queste circostanze, in questi ambiti, tende ad accalcarsi più del dovuto. In tutto questo ho visto uno spirito umano che m’ha riportato sul serio a qualche spicciola nozione antropologica, da concetto di tribù e nascita della civiltà, rapporti di potere e rispetto dell’autorità, esecuzione degli ordini per la tutela del proprio fine. Mi sono ritrovato in un piccolo villaggio di naufraghi col quale condividevo la stessa speranza, lo stesso dio: per un attimo ho pure guardato in cielo, nessuna stella ma come una presenza – ma era la fila per i biglietti del Roma Store, e mentre una macchina passava sopra una bottiglia di Peroni lasciata rotolare in strada facendola fragorosamente esplodere in mille schegge, di rimando partiva un mini-torneo di rutti che rimbombava lungo tutto il lunghissimo viale.

L’adrenalina, fino alle due di notte, è alle stelle per ognuno. Si fa amicizia con tutti: un ragazzo di origini filippine, a cui avrei dato diciotto anni, mi dice di averne ventidue e di essere laureato in ingegneria meccanica, e mi parla del futuro dell’aeronautica mondiale, entrando nel minimo dettaglio; quando lui mi chiede cosa faccia io, nella vita, gli rispondo: «Lo scrittore, lo scrittore. Ma vogliamo parlare di quanto è stato provvidenziale El Sharaawy nel derby?»

Ci si fa incontro un ragazzo con in mano una Heineken. Ci offre un sorso ma io non bevo. È calabrese, ci dice. Di Crotone. Io ho un debole per i calabresi che non tifino Juve, Milan o Inter. Glielo dico e lui quasi fa le capriole per quanto è lusingato e contento di poter affermare con orgoglio la sua diversità in quanto a fede calcistica. Due minuti e già gli voglio bene: sorride sempre, continua a offrirmi da bere, pure da fumare – ma io non fumo: neanche quello. Ci sediamo per terra. Passa, dal nulla, un ragazzo africano. Tira dritto. Non è lì per fare la fila. Scompare nel buio del viale. Il ragazzo calabrese, dopo un momento di silenzio, mi fa: Sai, sono un sostenitore di Casa Pound. Io e l’altro ragazzo ci guardiamo come quando si prende il gol del pareggio al novantaduesimo e senza aprir bocca ci si chiede perché. «Ma vogliamo parlare della sfiga di Dzeko al derby?», me ne esco io, cercando di rimettere palla al centro il più veloce possibile.

Defilatissimo, un taciturno ragazzo indiano. Non parla con nessuno. Un uomo rasato, sui cinquant’anni, prima fischia verso di lui – quei fischi da stadio che provocano acufeni fastidiosissime per almeno un’ora da quando li si subiscono –, poi passa agli AO! AO! TE! A INDIANO, CELL’HO COTTÉ!

L’indiano è un programmatore, ma in Italia, ovviamente, si arrangia facendo quel che può. Il cinquantenne rasato comincia subito benissimo: l’overture del non sono razzista ma, e poi finisce col prendersi il numero di telefono, perché lui, il cinquantenne, dice di lavorare coi computer. «Lavori con l’hardware,» chiede il mio nuovo, giovanissimo amico ingegnere meccanico; e l’altro risponde «Sì, quaa robballà.»

Un indiano, solo e solitario, che non apre bocca perché in italiano sa dire sì e no un paio di frasi, in fila per Roma-Liverpool? Ebbene sì: qualche ora dopo, all’alba, arriva un ragazzo,  biondo e occhi azzurri, voce roca, che sventola una banconota da cinquanta; l’indiano la prende, dice grazie, e poi gli consegna il bigliettino tagliacoda.

Col ritorno della luce del sole, fatto l’ennesimo contro-appello, si va tutti a far colazione nei numerosi bar della zona. La stanchezza comincia a rendere i corpi lenti e pesanti, ma già un caffè e un cornetto bastano ai più giovani per prendere un pallone e mettersi a fare un torello improvvisato lungo il marciapiede: le persone normali escono di casa per andare a lavoro, e ognuna di queste che viene lambita da una pallonata involontaria viene salutata con un OOOLEEE!, che più goliardico non si può – fossero state colpite, l’olé sarebbe stato ancora più forte. Pallonate su serrande chiuse, pallonate su macchine parcheggiate, pallonate sugli alberi: una pioggia di pallonate come in un pineto dannunziano.

A pochi minuti dall’inizio della vendita, ormai gambe e schiena non le sento più. Ho perso di vista tutti gli amici fatti sul campo di battaglia e allora salto da una faccia all’altra. Sono tutti nervosi. Arrivano notizie strane: su internet molti biglietti già sono stati venduti e rimessi a disposizione a prezzi esorbitanti.

Poi si fanno le dieci. Il momento. Però non succede nulla. Lo Store – i gestori, facendosi largo tra la folla a spintoni, erano entrati alle otto e trenta –  rimane ancora chiuso.

Dieci e trenta, dieci e quaranta, le undici, le undici e mezza. Il terminale del Roma Store di viale Marconi non si collega.

La fila, ordinata com’era, è saltata. Siamo tutti accalcati alla porta. Due tizi si guardano negli occhi e senza dirsi niente, ma proprio nulla, cominciano a spintonarsi, a sferrare pugni rischiando di colpire chi sta in mezzo. Si alzano cori contro la polizia, arrivata come da protocollo. Si fa mezzogiorno. Tutti sugli smartphone a cercare notizie circa disservizi presso altri Roma Store. Uno sciame impazzito: nessuno rimane al proprio posto, sembra andarsene ma poi ritorna. Un ragazzo urla «L’ho preso online!» Tutti gli si fiondano addosso, uno lo minaccia: «Cómprecelo pure a me e l’amici mia.» Questo, credo, il momento in cui tutti capiamo che Roma – Liverpool rimarrà un miraggio.

I bot dei siti russi de bagarinaggio, l’amici de quelli che ce lavorano, i biétti fatti sotto banco, l’amici dell’amici dell’abbonati, cinquemila anzi no seimila solo de gente invitata da la società. Non è “complottista” la prima parola che mi viene in mente per descrivermi, ma dopo più di venti ore passate in osmosi con queste persone… il mio pensiero è il loro.

Alle tre del pomeriggio, le persone uscite dallo Store col biglietto in mano sono appena una quindicina. Anche io mi unisco al coro MERDE MERDE MERDE, indirizzato a – boh? I gestori dello Store? L’organigramma dell’Associazione Sportiva Roma? Fra l’altro, i gestori del Roma Store non mi sono sembrati tipi da lasciar passare in secondo piano la cosa: uno di loro è pure uscito, ha chiesto «Chi è che sta a di’ che semo merde?», e una vocina, che non so da dove mi sia uscita, ha risposto: «Tutti!»

Sono tornato a casa stanco – senza lesioni, ma pure senza biglietto.

Com’era? Una cosa divertente che non farò mai più? Massacrante più che divertente; e sulla parte del non rifarla mai più, mh, ho i miei dubbi.

E Adesso? Adesso tocca trovare il posto giusto dove vederla in televisione. Che pure questo mica è facile, eh. Il Birrificio sotto casa mia non accetta prenotazioni, ma “un par de posti li metto comunque via pe l’amici…”

Commenti
Un commento a “Il duecentocinquantasettesimo tagliando per Roma-Liverpool”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] quassù (via Fb). Lasciatecelo dire: la cosa che più ci offende non è la mancanza di gratitudine (tipica di chi approda su minimaetmoralia, lo vedi Ste che è servito quel numero di telefono eh eh), né lo sconcertante “scenicchia […]



Aggiungi un commento