macerata

TARGA EJ25xxxxx Roma. Una storia di violenza quotidiana

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di Chiara Nano

Porta Maggiore, sabato 3 febbraio 2018, ore 14:30, primissimo pomeriggio.

“Negro di merda! Torna a casa tua! Che cazzo ci fai qua! La prossima volta porto una tannica di benzina e ti do fuoco!”. Giubbotto nero e occhiali da sole, i segni di una mascolinità ostile, l’uomo esce di fretta dal posto guida di una BMW bianca lucida. Aggredisce un ventenne, chiaramente non africano. L’automobile, portiera aperta e freno a mano azionato, resta inchiodata al semaforo rosso mentre il ragazzo, spatola lavavetri in una mano, boccetta di acqua saponata nell’altra, si lascia scuotere come un flessibile: “La mia macchina non la tocchi con le tue mani di merda!”, continua. Se questo razzista vede un ‘negro’, potrebbe aver ugualmente visto quel ‘negro’ toccare una donna ‘bianca’ di sua proprietà.

Io non vedo donne, tranne me. Sono ad appena due metri dai due e da quella macchina immacolata con la quale d’un tratto condivido forzatamente una qualche intimità. Potrei essere io quel flessibile, ma potrei anche essere usata come strumento d’offesa. Questo secondo spettro diventa zavorra prima ancora che io sia in grado di rendermene conto.

Il fascista da bar sport, mano attorcigliata al bavero della giacca del ragazzo e cranio, un missile puntato contro il setto nasale del nemico, sta aspettando una scusa qualsiasi per scaraventare il giovane sull’asfalto. Temo, nel deserto di tutte le ragioni elencabili, di diventare io, mio malgrado, quella scusa. La paura di un mio passo falso mi piega al silenzio. Quella violenza cieca annichilisce il giovane e me. Quell’uomo vuole distruggere l’altro, illudendosi così di salvaguardare l’oggetto al quale sembra aver affidato la sua identità: la macchina.

Cosa sto facendo io? Dov’è la mia rituale capacità d’intervenire? La bocca semiaperta, osservo immobile la scena con il cellulare stretto in mano.

Il semaforo diventa verde. L’animale lascia la presa, fa un giro d’ispezione intorno alla ‘donna bianca’ per controllare l’eventualità di ‘tracce sudicie’ sulla carrozzeria. Rientra alla guida mentre consuma gli ultimi insulti razzisti e riparte.

Scatto una foto della targa. “Stai bene? Hai bisogno di una mano?”, dico al giovane, le spalle abbandonate contro il gabbiotto dei vigili urbani. Guarda lontano.

Insisto: “Ho la foto della targa, se vuoi puoi sporgere denuncia. Hai i documenti in regola? Puoi andare in commissariato e denunciarlo comunque. Quello è un razzista; se fosse accaduto di notte, ti avrebbe massacrato”. “Lascia perdere, sto bene”, mi dice. Occhi bellissimi e offesi che ora hanno paura di me. Me ne vado. Sul tram mi rendo conto di non avergli chiesto il numero di cellulare. Avrei potuto spedirgli la foto. Dopo un po’ scendo dal tram, percorro un paio d’isolati ed entro in commissariato:

“Salve, ho assistito ad un’aggressione a sfondo razziale. Una bestia ha scosso un ragazzo, lo ha ingiuriato e minacciato. So che non ci sono gli estremi per un procedimento d’ufficio, ma ho la targa e il ragazzo non ce l’ha. C’è modo di verificare se arriva una querela contro ignoti dal commissariato di zona? Posso lasciare a lei la foto della targa? Può inserirla in uno schedario interno? Le posso dare informazioni sul luogo, l’ora, lo svolgimento dei fatti…”.

“Deve andare lei all’altro commissariato e chiedere una verifica nei prossimi giorni”, mi dice il pubblico ufficiale.

“Ma non posso consegnare a lei la foto? Non avete uno schedario?”

“Non funziona così, ma la ringrazio. Lei è venuta qui”.

“Che significa?”

“Questi fatti avvengono ogni giorno e nessuno viene qui a raccontarceli”.

Mi guarda come se stesse intrattenendo il buon Samaritano, ma io non ho fasciato ferite. Ho scattato una foto che non ho neanche consegnato all’offeso. Questo pensiero finisce per avere il sapore acido di una pacca sulla spalla. So fare i conti con la mia personale impotenza quando questa si rende inevitabile, ma questa volta il sospetto che la paura si sia trasformata in inerzia nella brevità di un semaforo pone interrogativi che nemmeno il guardiano della Legge è in grado di sopire.

“Se la gente accorresse, chiamasse, testimoniasse, difficilmente accadrebbero atti di terrorismo come quello di Macerata”, conclude tra se e sé.

Non so di cosa stia parlando. Sono stata in giro per la città tutta la mattina, ho seguito la presentazione di un libro, ho pranzato in un ristorante a due passi dalla libreria, poi ho assistito a quella scena. Soprassiedo, stringo la mano al pubblico ufficiale, lo ringrazio ed esco.

Sono a pochi isolati da casa, mi accendo una sigaretta e, mentre attraverso le strisce pedonali, ripercorro con lo sguardo Piazza di Porta Maggiore: il giovane inerme, il razzista, le urla, la scintilla di violenza inattesa, il semaforo rosso e poi verde, la macchina, la spatola, la boccetta. Do le spalle alla scena e vedo su quel marciapiede altre persone, poco meno di una decina, che guardano silenziose altrove in attesa del tram.

Il caporedattore di un giornale potrà obiettare che questa storia non costituisce notizia. Caro caporedattore, l’Ansa dei prossimi giorni che forse deciderai di non pubblicare o tratterai nuovamente come fenomeno isolato, è questa: 5 anni fa un 55enne alla guida di una Porsche aggredì con un’ascia, al semaforo tra Via del Tintoretto e Via del Serafico, zona Eur, Roma, un altro lavavetri. Fra un mese circa un giudice monocratico aprirà un processo nei confronti dell’aggressore. L’accusa è di minacce e violazione della normativa sul porto d’armi.

Tra un tiro e l’altro di sigaretta, trascino verso casa una storia di violenza quotidiana – un fenomeno sociale esteso quanto atroce – e con essa una zona d’invisibilità grave. Infilo la chiave nel portone dello stabile, scendo le scale ed apro la porta dell’ appartamento seminterrato in cui abito. Una luce di taglio illumina lo studio, pulviscoli muti vi navigano dentro, li oltrepasso, mi sistemo di fronte al computer e cerco online la parola ‘Macerata’.

Chiara Nano vive a Roma e a Los Angeles. Giornalista professionista, si occupa di cinema e non solo. Un passato da redattrice a tempo pieno per FilmItalia e Cinecittà News, regista del documentario d’arte L’Ultima Nicchia (2015). Ha co-tradotto insieme a Monica Capuani il testo teatrale Orfani d’agosto di John Guare, Elliot Edizioni e il romanzo Atlante dell’ignoto di Tania James, Guanda Editore. Nomade per lungo tempo tra Roma e Los Angeles, co-sceneggiatrice insieme a Silvana Costa di Iolanda – Non sono mai tornata indietro, ha realizzato il backstage di Duisburg, nuovo film di Enzo Monteleone. Oggi è nuovamente alle prese con la sua terribile ossessione: Alberto Grimaldi, il capitano silenzioso. Il titolo è provvisorio.
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