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Di oscurità e desideri: su “Roma” di Vittorio Giacopini

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di Enrico Terrinoni

“Abbiamo l’oscurità nell’anima”, ammonisce il giovane Stephen Dedalus in uno dei capitoli più criptici e bui dell’Ulisse di Joyce. S’incammina così sul percorso inaugurato più di trecento anni prima da Giordano Bruno, il Nolano, il quale aveva avvertito: “siamo un’ombra profonda”. Ma se l’ombra profonda a cui apparteniamo è oscura fin nell’animo, come i recessi del linguaggio,una simile caratteristica può finire, infinita, per colorire anche l’ambiente circostante, il mondo di fuori; perché solo l’invisibile è in grado di rendere visibile l’ignoto, ma sempre a caro costo. Come per Amleto, il quale al grido “noi che abbiamo l’animo libero” seppe colloquiare con quel morto d’eccezione che fu il fantasma di suo padre, ma non leggere criticamente la propria tragedia personale, non condividendone l’idioma segreto.

Di oscurità, di invisibile, di desideri, che sono poi paranoie sinistre di magmatici oceani linguistici, ci parla l’ultimo, furiosamente eroico romanzo di Vittorio Giacopini, un testo che sommerge letteralmente Roma, il suo mito, le sue fandonie, per rivelarne il cuore oscuro. Roma (Il saggiatore, pp. 414, euro 21.00) è un romanzo neo-post-barocco, un bicchiere traboccante, un fiume esplosivo di idiomi, dialetti, linguaggi; e di slang. Slinguaggi, aporie lessicali, ricreazioni verbali. La proiezione al futuro di un Daniello Bartoli, pure citato espressamente in un luogo del testo.

Roma è la saga apocalittica e bi-millenarista di una grande bellezza fatiscente, un rincorrersi di gironi infernali. Quasi che le bocche dei sepolcri del linguaggio, dell’italiano, una volta riaperte, sapessero riversare sul nero su bianco una scrittura non d’altri tempi, perché appartenente al mai, e al sempre. Un linguaggio utopico e gaddiano, manganelliano, rabelesiano, ma soprattutto pasolin-joyciano. La tentazione di non rispettare l’irrispettabile, le forme cangianti che sempre assumiamo quando tentiamo di comunicare.

Roma ha un cuore oscuro come il linguaggio a cui s’ispira idealmente il nome del protagonista, il lunfardo, un gergo delle comunità immigrate argentine, legato storicamente alla parlata carceraria: un idioma privato, illegale, subalterno e marginale, impossibile da arginare come ogni anelito di rivoluzione.Il personaggio principale del libro si noma infatti Lucio Giacomo Lunfardi, uomo dalle mille menti, dai mille passati; e con un solo futuro, quello di seppellire acquoreamente la capitale delle capitali, con tutte le sue ipocrisie, la sua scelleratezza, il suo sapersi vendere al peggior offerente, l’essere letteralmente l’ombra di quel che vorrebbe si ricordasse di sé. Celebra i fasti di un passato che gettano inquietudine su un presente malfatto, una quotidianità sconnessa e asservita a una malattia, non dell’essere, ma dell’esistere.

Lunfardi, ci viene detto, ha un passo da pardo – animale identificato persino con Cristo nel medioevo. Proprio come il Bloom dell’Ulisse, anch’egli dalla pardesca andatura. Alla luce di questa annotazione, Lucio Giacomo diviene dunque anche il recanatese, il poeta dell’infinito, l’uomo che tra i vichi di un’altra capitale dell’ombra, Napoli, trovò la sua inevitabile, maestosa rovina.

Lucio, l’abominevole, s’accompagna al Marmotta, al Profeta, e soprattutto ad Ariele, ombra e fantasma shakesperiano, creatura del sonno e del sogno, ricreatrice di forme, modellatrice di mondi. (E non dimentichiamoci che Joyce, primo ispiratore della scrittura giacopiniana, seppe ribattezzare il bardo proprio Shapesphere: un plasmatore, forgiatore di sagome, ma anche l’annuncio di una paura delle forme: shapesfear).

Roma è un romanzo fiume, un romanzo palude, un romanzo marana. Si spende e si espande al monito della moltiplicazione del verbo. Rifluisce e sciaborda entro muraglioni verbali da far saltare con mine scientemente collocate nei suoi punti critici. Per tutto questo, è un libro che richiede una rimodulazione del paradigma della lettura, alla lenta rincorsa di una sua nuova modalità, che potremmo ribattezzare slow reading:una tecnica di assaporamento dei testi da condurre all’insegna del controtempo e del contrattempo. Un’etichetta del passato e simultaneamente del futuro, che un giovanissimo studioso salernitano ha recentemente tradotto “lentura”.

Roma richiede lentura, una lettura al rallentatore, per poterne carpire le segrete connessioni, le ricreazioni illuminanti, la miniatura di un abisso del linguaggio che ripropone in modi sempre diversi la stessa tessitura, le trame di un’anima. È infatti un libro, come tutte le grandi opere, sempre in corso, e mai finito né definitivo. Manca proprio del germe che ne detterebbe la morte e la sconfitta: non punta sul plot, anche avvincente e presente nel testo.

Roma punta sullo scorrere lento, corrosivo e ancestrale di una lingua che non conosce freno: “L’ancipite, la doppia natura di Roma – città una e bina – questa antica dialettica che neanche l’affronto osceno dei muraglioni era del tutto riuscita a cancellare. Città civile (via, si fa per dire), teologale città, città borghese e, insieme, borgo di luteofulvo fiume, misero, micragnoso ritrovo di fiumaroli, di pesciaroli. I bassi quartieri dell’ansa, e i colli belli; le zone residenziali e i quartieri barocchi o umbertini o anni sessanta…”

È un libro criptico, Roma,che gioca silentemente con le date. Inizia il 3 febbraio (Joyce ne sarebbe felice), e si quasi conclude in un giorno ben preciso, storicamente verificabile come tutte le altre date del testo: la canonizzazione dei due papi, il papa buono e il papa polacco strenuo difensore della fede dalla minaccia materialista. E si conclude proprio riscrivendola, quella giornata epocale, cogliendone il senso di fine e di finalità; svelandone il segreto indicibile.

Non noir, il libro di Giacopini è un libro nero, un libro ombra, inafferrabile e pulsante, in cui si materializza quella “landa dei morti” che per Jung era l’inconscio. Un romanzo che nasce dalla sua fine, ma per non finire mai, avendone, di fini, più d’uno. E se Wilde ammonì nella sua ballata carceraria che “chi più d’una vita abbia vissuto, più d’una morte deve morire”, la rinascita del linguaggio utopico e distopico al tempo stesso che Giacopini inscena con Roma, è la speranza dell’abbattimento delle barriere architettoniche e verbali dell’animo. Una battaglia condotta con l’abbattersi sui nostri sensi di inondazioni di senso, di reazioni alla calma piatta che un fiume, verbale o liquido che sia, non deve mai e poi mai suggerire.

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