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Romanzo cretese: “Brutti incontri al chiaro di luna”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. (La foto è dal film Ill met by Moonlight).

Nella notte del 4 aprile del 1944, Patrick Leigh Fermor, detto Paddy, e William Stanley Moss, detto Billy, agenti dello Special Operations Executive Britannico, s’incontrarono su una piccola spiaggia della costa meridionale di Creta, per dare definitivo inizio a una delle più spettacolari e stupefacenti azioni della seconda guerra mondiale. L’obiettivo all’apparenza folle era il rapimento del generale Heinrich Kreipe, comandante della divisione Sebastopol a Creta, dunque l’uomo più importante fra i nazisti che occupavano l’isola. Leigh Fermor che sarebbe diventato uno dei principali narratori di viaggio del Novecento scrisse poco di quell’impresa, forse anche perché Billy Moss tenne un lungo e dettagliato diario di quei giorni.

Pubblicato nel 1950 con il titolo Ill Met by Moonlight, il libro ebbe un successo clamoroso e fu portato sul grande schermo con le musiche di Mikis Theodorakis e la presenza di Dirk Bogarde nel film omonimo. Solo oggi però viene tradotto in Italia. Un godimento completo per i lettori. Commovente, entusiasmante, Brutti incontri al chiaro di luna (Adelphi, trad. G. Pannofino, pp. 213, euro 19) è capace di suscitare uno dei sentimenti più oscuri dell’animo umano: la nostalgia di ciò che non si è mai vissuto. Nessuno che legga queste pagine, infatti, potrà resistere al desiderio irrealizzabile di partecipare al fianco di Billy e Paddy in quei 42 rocamboleschi giorni per le strade e i sentieri di Creta, provando timori che il classico understatement britannico seda in apparente nonchalance, ubriacandosi fra pastori cretesi, partecipando a camminate storiche assieme al generale Kreipe, con la sua eccentrica accondiscendenza tedesca, l’aria marziale e interessi di altri tempi.

Tutto aveva avuto inizio l’anno prima, con l’armistizio italiano. Paddy Leigh Fermor, al tempo, si nascondeva travestito da pastore greco in una grotta sotto il Monte Ida dove era stato raggiunto da un tentativo di contatto con i comandanti delle nostre forze militari che allora si dividevano Creta assieme ai tedeschi. Una serie di incontri segreti aveva portato a un epilogo che fece schiumare di rabbia i nazisti. Il generale Carta venne portato in montagna dagli inglesi per poi essere trasferito al Cairo. L’operazione – raccontata da Leigh Fermor nella postfazione – suggerì l’idea che fosse possibile ben altro colpo di mano. Di questo Paddy e Billy Moss parlarono al Cairo in una grande casa di Zamalek dove Billy si era insediato ribattezzandola “Tara” come l’antica roccaforte dei re irlandesi. È un vero peccato che le pagine del diario di quei giorni antecedenti alla spedizione non siano state ancora mai pubblicate. Lo proibirono le alte sfere del comando militare inglese preoccupate dall’immagine che veniva offerta da ufficiali impegnati in feste e interminabili cene dominate da una donna: Sophie Tarnowska della Crosce Rossa polacca “tanto gentile e generosa quanto bella” che dopo la guerra Billy avrebbe sposato. Un peccato perché i toni commoventi del libro stanno proprio nella geniale e irresistibile leggerezza di ragazzi che si lanciano in un’operazione folle con lo spirito di chi vuole conoscere, assaporare, divorare il mondo.

Fin dal momento in cui Paddy e Billy – 29 anni l’uno e 22 anni l’altro – s’incontrano sulla spiaggia cretese (Paddy si era paracadutato giorni prima e Billy arriva via mare), al terrore del soldato tedesco si sostituisce infatti la meraviglia di fronte all’inarrivabile senso di ospitalità cretese. Come un eroe byroniano Paddy inizia Billy alle usanze che egli conosce bene: colazioni in cui latte, uova, formaggio offerti dai pastori si uniscono alla bevanda sacra con cui chiunque a Creta pasteggia dal mattino alla sera: il rakì, un’acquavite molto simile alla grappa. “È difficile, qui, valutare il tenore di vita delle persone” scrive Moss “perché ogni volta che arriva un inglese la gente mette su il Riz per riceverlo”. Si tratta di un’antichissima istituzione – quella dell’ospitalità – che i cretesi rinnovano con entusiasmo con chiunque fuorché i nazisti. I giorni che passano prima del colpo di mano servono a Bill a descrivere luoghi come “il Monte Ida, la vetta di Zeus; e ancora più lontano la Montagne Bianche ricchissime di storia: da lì Icaro fece il suo sfortunato tentativo di lasciare l’isola in volo”.

Fra brindisi, camminate, organizzazione, uomini con cui accompagnarsi (i celebri andartes, i partigiani chiassosi e disposti a tutto, incapaci di stabilire le reali distanze da attraversare e infaticabili), Billy e Paddy si muovono di notte, riposano nascosti durante il giorno, ascoltano i racconti dei pettegolissimi cretesi, scrivono e leggono (“i miei compagni letterari sono Cellini, John Donne, Thomas Browne e Marco Polo, mentre sul versante più lieve ci sono Les Fleurs du Mal e Alice nel paese delle meraviglie”), festeggiano la Pasqua ortodossa come solo in Grecia (“ci siamo addormentati con il vago ricordo di aver trascorso una giornata davvero felice e la sensazione di aver svegliato tutti i tedeschi nel raggio di molte miglia”) e infine il giorno decisivo arriva.

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“Lo abbiamo fatto” scrive Moss il 27 aprile. Lui e Paddy travestiti da nazisti hanno fermato la macchina del generale Kreipe che a sera sta rientrando a casa, nella celebre Villa Ariadne, residenza di Arthur Evans, l’archeologo che scoprì Cnosso. Senza spargimenti di sangue, i sono sostituiti a lui e all’autista e hanno portato con sé il generale nascosto nei sedili posteriori, superando ventidue posti di blocco grazie all’autorevolezza dell’automobile e al tedesco perfetto di Paddy. Iniziano giorni di fuga. Dal versante nord il gruppo si sposta in cima all’Ida per ridiscendere a sud dove dovrà arrivare una lancia per riportarli al Cairo. Protagonista assoluto diventa il rapito. Con lui Paddy parla in greco antico citando Sofocle, Billy lo accudisce durante il cammino divertito dal suo orgoglio (“davanti alla macchina fotografica si mette in posa con lo sguardo torvo e demoralizzato dell’eroe sconfitto e condotto prigioniero a Roma”). I pastori fanno a gara per offrire grotte, ovili, formaggio e rakì. E intanto Kreipe comincia a confidarsi: “ha scrollato le spalle e ha detto che il suo stato d’animo è simile alla tristezza post coitum”. Freddo, fame, sete, neve, rocce, buio, pericoli ovunque. Ma le interminabili camminate proseguono e dalla vetta dell’Ida comincia la discesa verso sud. Sotto una cascata Billy si denuda suscitando la vergogna degli enormi cretesi che accompagnano il gruppo. La nozione del tempo sembra perdersi. Errori di valutazione fanno rischiare il peggio. Quando dormono, Billy e Kreipe si contendono la coperta come una coppia di vecchi amanti. Kreipe sta scoprendo un’umanità che mai avrebbe sospettato. Un pomeriggio, mentre si congedano da una famiglia poverissima che li ha ospitati in maniera regale, Paddy e Billy offrono sterline d’oro al vecchio padre che scuote la testa, ringrazia e rifiuta. “Il generale è rimasto molto colpito dal rifiuto del vecchio ed è anche venuto a dircelo. È ormai evidente con il passare dei giorni che quanto più conosce i cretesi tanto più si rende conto del loro affetto e della loro abnegazione”.

Si avvicina sempre più la costa. Alcuni compagni di viaggio si accomiatano in lacrime. Quando si può si canta. Paddy e Billy discutono di François Villon. Il generale viene coccolato per la spalla malandata dopo una caduta. Si aggregano alcuni criminali cretesi anch’essi pronti alla morte pur di aiutare gli inglesi contro l’occupante nazista. A un certo punto, il gruppo si ritrova in un giardino curatissimo, la piccola oasi di un vecchio riottoso e di poche parole che ha sfidato la pena costante di morte per chi si aggira in quei luoghi pur di non lasciare ai tedeschi il suo paradiso. Allora Billy finalmente inizia a capire qualcosa che sfugge agli innumerevoli studiosi di Grecia antica incapaci di viaggiare. “Mi è parso di cogliere qualcosa di eterno in quel vecchio e nella sua filosofia, qualcosa di permanente come la fonte su cui era chino, di immortale come tutti i torrenti di Creta che portano alla felicità dei monti e ristorano il viaggiatore, cantano con gli usignoli e trascinano via tutto fino al mare”. C’è qualcosa che non si è mai perso e che non si perde mai a Creta. Non serve trovare la grotta di Zeus in cui pure Paddy e Billy sono certi di aver dormito. Basta ascoltare una canzone lieve, cantata nel giorno in cui appare “una ragazzina dolcissima dal viso simile a una delicata maschera di cera”. Una canzone che di notte mentre il generale dorme echeggia toni di speranza e seduzione. “Questa canzone sarà stata scritta ieri, un secolo fa o da Orfeo in persona? Non c’è modo di saperlo, a quanto pare, perché su quest’isola non esiste distinzione fra passato e presente”. Il rapimento è al termine. L’azione sarà celebrata. Ma quel che resta è il viaggio. Il viaggio eterno nella Grecia che non finisce mai.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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