Romanzo criminale e la Magliana oggi

di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.
Sono ragazzi di quindici venti massimo trent’anni, questi che si riuniscono con gli amici davanti alla tv, in cima ai palazzi popolari, ritualmente. Se ne stanno in cucina, anche se in salotto ci sarebbe il televisore più grande; nessuno di loro si sorprende di stare stretto con le sedie ammucchiate in fila: vengono tutti da case dove il salotto è sempre allo scuro e gli ospiti si ricevono in cucina. Sono quelli che, al bar, con falsa disinvoltura lasciano più mancia di quanto abbiano pagato il caffè corretto. Uno di loro mi ha spiegato – nel recupero fra una serie di squat e l’altra – che insieme alla fidanzata festeggiano il loro anniversario di pomeriggio («Fa’mo ‘r giro de’ gioiellerie: vedemo pe’ ‘e fedine») e di sera restano a casa «ché c’è Romanzo… ». Sono i ‘coatti moderni’ della Magliana, che la Magliana ‘della Banda’ non l’hanno vissuta perché negli anni Ottanta ci hanno fatto al massimo le elementari.
A tirar su manubri e bilancieri siamo molti di meno, quand’è l’ora di cena. Rimane in sala qualche grande vecchio, di quelli che si aggiustano i capelli lunghi e hanno le collanine d’oro e i cuori tatuati coi puntini blu. E la generazione degli anni Sessanta e Settanta, anche, che per sentire è molto compatta – avere trentacinque o cinquant’anni, sposta poco. L’insieme dei ‘coatti antichi’, insomma: quelli che hanno ancora un senso pasoliniano, quelli sopravvissuti al benessere economico. Infine un paio di moldavi e un albanese, rimangono ad allenarsi: quelli che entrano in spogliatoio coi pantaloni macchiati di calce, che li vedi a un angolo sfregarsi il nero dell’olio dalle mani… gli eredi del proletariato e sottoproletariato italiano, che non esiste più.

La Banda che il giovedì va in onda su Sky stuzzica, prima di tutto, l’immaginario borghese: le armi, il dialetto, la sveltezza… sono cose esotiche, lontane, subito affascinanti. Per ‘borghesia’ intendo quella che tradizionalmente si definisce media e alta borghesia, tenendo fuori quella che veniva chiamata ‘piccola borghesia’ e che oggi rappresenta tutto il resto. Così come il libro di De Cataldo e come il film di Placido, anche la serie tv si rivolge ‘naturaliter’ a un pubblico socioculturalmente medio-alto. Come negli autori e nel target, d’altronde, l’elaborazione romanzesca della Banda della Magliana è borghese nel rassicurare e appianare una serie di complessi di superiorità: la distanza dalla Realtà, il moralismo legalitario, l’ordine e la stabilità. È chiaro, infatti, che Libano e gli altri fanno cose eccitanti che non si possono fare.
L’imitazione di questa attrazione, che scatta da parte dei ‘coatti moderni’, rientra nell’ondata omologativa che da almeno trent’anni sta sommergendo di simboli e modi borghesi le borgate. Per capire perché i ventenni della Magliana oggi si appassionino al Freddo e al Dandy e agli altri, bisogna tornare inevitabilmente a Pasolini: è questa la borgata che s’imborghesisce di cui scriveva, questa l’imitazione di un gusto extra-sé che riguarda il sé. Si verifica una contorsione che è possibile – semplificando il tutto – sintetizzare così: il coatto esalta la percezione del coatto di qualcuno che i coatti non li conosce per niente. Se oggi la Magliana fosse com’era e se questi ventenni della mia palestra fossero come i loro padri, allora si potrebbe dire che l’emozione viene dal riconoscersi e dal sentirsi in qualche modo omaggiati. Invece l’atteggiamento di quelli della Magliana che il giovedì si sbrigano a cenare è in sostanza lo stesso dei loro coetanei di Roma Centro, arricchito però dal vanto ipocrita di sapere che a Roma e in Italia si pensa che siano loro – in un certo senso – i protagonisti.
In questo modo, come fanno i borghesi, le nuove generazioni della Magliana accendono su Sky perché guardano ai personaggi della Banda come guardano a Scarface: simboli estranei, modelli in quanto diversi da tutto ciò che possono vivere scendendo nelle loro strade di oggi.

Presto nasce e prospera un marketing, ovviamente, intorno a una serie tv così di successo; la t-shirt ufficiale con scritto QUELLI DELLA BANDA costa quarantacinque euro. Non c’è nessun paradosso, anzi: si pone perfettamente in scia con il fenomeno “De Puta Madre” – marca d’abbigliamento lanciata da un ex narcotrafficante, che già da qualche anno riempie gli armadi delle migliori case italiane. Che ‘de puta madre’ in spagnolo non significhi ‘figlio di puttana’ e che gli adesivi sulle mini-car parcheggiate ai Parioli non lo sappiano, è significativo. D’altra parte è talmente antico il gioco dei figli-di-papà di travestirsi da figli-di-puttana, che dev’essere stato automatico tradurre l’espressione così.

In sala pesi, parlo di tutte queste cose con Tullio, che è delle case popolari della Magliana e fa l’operaio e si avvicina ai quarant’anni. Gli chiedo che ne pensa, della serie e di quelli che la seguono: ripete tre quattro volte «Ma lascia sta’… ». Poi riprende l’asciugamano dalla Lat per i dorsali, si guarda intorno e – abbassando la voce – mi fa: «’a sai, te, ‘a storia vera d’a Banda e tutto?… ». Attacca allora che i capi storici dell’organizzazione erano di Trastevere e Testaccio e altri quartieri, che la Magliana «era giusto do’ c’avevano ‘r magazzino», che «i delinquenti qua ce stanno come ce stanno dappertutto».
Fa scudo, Tullio, al suo quartiere: perché è uno di quella generazione, perché le storie sulla Banda gli hanno creato più problemi che altro («De do’ so’, ai mi’ sòceri j’‘amo detto dopo sposati»), perché se sei stato in mezzo a certi ambienti, poi non hai bisogno di enfatizzarli. È un atteggiamento sano, proteggere la dignità dei propri luoghi dallo sguardo esterno. Lui, poi, non è affatto morbido con la sua realtà: non le trattiene le bestemmie sulla gente e i problemi che ha intorno – lo sento –, quando si alterna alla panca con gli amici di sempre. Il rapporto difficile col suo quartiere, però, è un panno sporco da lavare a casa: dire che la Magliana è pericolosa, per quelli come Tullio invece che un vanto significa ancora sputare nel piatto dove si mangia. E a vederla in prima pagina alle spalle d’un Michele Placido, gli fa venire voglia di difenderla.

Commenti
9 Commenti a “Romanzo criminale e la Magliana oggi”
  1. Simone scrive:

    Complimenti per l’articolo. Mi è piaciuto molto, ed è molto fedele alla verità che – ahimé – ci circonda. Ti basta pensare che anche io sono della Magliana, o meglio della vera e propria Borgata della Magliana, quella “Magliana Vecchia” che, prima del boom mediatico del film e della serie televisiva, ha preferito cambiare il proprio toponomastico in Colle Del Sole, adottando il nome del Centro Carni “Colle De Sole”, quand’anche non esiste né mai è esistita una zona con questo nome… Forse hanno preferito ignorare il fatto che via Fulda sia stata chiamata così in onore agli archeologi tedeschi che hanno ritrovato le catacombe di Generosa, quando il suo vero nome era Via della Borgata della Magliana… eppure, sono convinto che ora sia pieno di gente tronfia di se stessa nel rivendicare la propria appartenenza al quartiere della Banda, perché “fa figo”…
    Scusa il piccolo “sfogo” 😀

  2. Vivo in uno dei tanti paesi alle porte di Roma, uno di quei paesi che pian piano Roma con la sua fame sta divorando. Sono questi gli ambienti che forse possono avvicinarsi di più a quello della Magliana degli anni ‘70 / ’80: la periferia più estrema.
    Conoscendo la storia della Banda della Magliana da prima che uscisse Romanzo Criminale, non sono rimasto affascinato dalla fiction com’è successo a molti. Credo che negli intenti di De Cataldo, di Placido e degli autori e produttori di Sky ci fosse quello di raccontare uno spaccato di storia della Roma di quegli anni ispirandosi a fatti e personaggi reali. “Ispirandosi”, perché Romanzo Criminale è pur sempre un romanzo, mentre la realtà è più cruda e meno poetica. Naturalmente un pubblico socio culturalmente medio-alto riesce a fare la differenza, riesce a capire che la realtà è meno figa della finzione. Ma non tutti ci riescono, e molti tendono a confondere realtà e finzione. Il risultato di tale confusione sono gruppi di pischelli che si atteggiano a criminali di quartiere, oppure veri e propri baby criminali che mettono del poetico nel loro delinquere.
    Credo che di una certa utilità sociale per arginare il fenomeno di emulazione della fiction criminale, sia stato il documentario realizzato da History Channel: “La Banda della Magliana – La vera storia”.
    Significative sono le parole di Renzo Danesi, l’unico dei sopravvissuti della Banda a non essersi mai pentito: “[…] A me mette disagio ‘na cosa del genere. Non riesco a capì che ci trovano de affascinante. Posso capì la curiosità pe’ una storia, uno scoprire uno spaccato di quello che possa esse stato questa realtà. Però da lì a tramutarla in qualcosa che affascina, che quasi crea desiderio, lo trovo assurdo.”.

  3. cletus scrive:

    ne ho provato a balbettare, con molta meno maestria dell’autore di questo pezzo, qualcosa qui: http://cletus19.blogspot.com/2011/01/romanzo-de-che.html

  4. Bel pezzo Tommaso. Trovo insopportabile questa chiave estetizzante con cui si rappresentano fenomeni complessi.

  5. cristina2807 scrive:

    Interessante articolo, un appunto: lo sguardo lievemente complice ed estetizzante mi sembra sia nel film, non nel romanzo. A questo articolo sono arrivato partendo da http://www.minimaetmoralia.it/?p=5777

  6. Oreita scrive:

    La comunicazione deve esrese un servizio reso ai cittadini ed uno strumento per la condivisione e lo sviluppo dell’identite0 sociale. Non e8 buona comunicazione quella fine a se stessa, autoreferenziale e che si riduce a spot pubblicitario. La gente comincia ad esrese smaliziata in proposito. Dopo 20 anni di Berlusconismo, con la politica fatta marketing, un pf2 tutti siamo in grado di decodificare .

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  1. […] This post was mentioned on Twitter by Angelo Ricci, Gianfranco Andriola. Gianfranco Andriola said: #RomanzoCriminale alla Magliana, "coatti moderni" e "coatti antichi" http://bit.ly/dLsQC8 | VIA minima & moralia […]

  2. […] d’abbigliamento lanciata con successo da un ex narcotrafficante. Che poi – come scrive Tommaso Giagni – che “de puta madre” in spagnolo non significhi “figlio di puttana” […]

  3. […] Francesco Bruni sembra volerci dire di sì. Perché Bruno in realtà una morale ce l’ha. Ed è quella che non vuole che questa biografia che sta scrivendo diventi un film. Quando negli ultimi fotogrammi, Il Poeta gli dice che se viene bene questa biografia c’è un produttore interessato a farne un film, Bruno ha un moto di stizza, e se ne va. Non si possono dare ai giovani questi modelli di eroi come in Romanzo Criminale. Che cos’è uno si chiede allora che Bruno non approva? La spettacolarizzazione? Il cinema? Le immagini che sostituiscono la scrittura? Perché la biografia scritta sì e la serie tv no? La risposta in realtà sembra più sottile e sembra avere a che fare più con una questione di sostanza che di forma narrativa. Quello che Bruno non tollera è il conflitto. È il conflitto che le nuove generazione possono portare alla sua di generazione. La possibilità di una vera messa in discussione, di una reale definitiva accusa. Di una presa di posizione irriducibile, che significherebbe realmente dover accettare una sconfitta, o almeno una coscienza di una crisi generazionale forte. Il successo della mitologia di Romanzo criminale è vero che è per molti ragazzi borghesi è, come testimonia questo pezzo di Tommaso Giagni , soltanto un’esibizione della propria fasulla arroganza. Ma per a… […]



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