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“Il romanzo dell’anno” di Giorgio Biferali: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Giorgio Biferali Il romanzo dell’anno, uscito per La Nave di Teseo. L’autore sarà questa sera alle ore 21 presso la libreria Altroquando.

di Giorgio Biferali

Forse mi converrebbe chiudere gli occhi. Lo facevo anche da bambino, quando la notte non riuscivo a dormire per i rumori che venivano da fuori e perché le ombre dei rami sul soffitto mi sembravano delle mani giganti, scheletriche, di chissà chi, pronte a portarmi via. Se chiudo gli occhi siamo uguali, io e te, amore. Solo che se chiudo gli occhi non dormo, continuo a vedere tutto come se fossero ancora aperti, e anche di più. Faccio fatica a dormire, faccio fatica a dormire senza sognare, faccio fatica a dormire senza fare brutti sogni, che poi in fondo sono anche meglio della realtà. E tu, che cosa vedi adesso? La tua stanza è piena di riviste, tipo Abitare, Case, Quin, AdStyle, Domus, sono tutte ammucchiate sulla scrivania, piene di polvere, chissà se l’hai mai lette davvero o le compravi solo per non sentirti in colpa, perché non ti sembrava giusto non sapere come gli altri guardassero le case, i palazzi, le strade, i musei, come ci immaginassero dentro la vita delle persone.

Come un regista che va al cinema, che forse non è più capace di lasciarsi andare, di godersi il film, perché guarda tutte le inquadrature, il tempo degli attori, le battute, la fotografia, i colori, e se gli rimane un po’ di tempo, dopo qualche giorno, ripensa anche alla storia. Così facevi tu quando andavamo in giro, quando entravamo in un bar, in un cinema, o andavamo a cena a casa di amici. A tutti gli altri bastava sedersi, prendersi una cioccolata calda, aspettare l’ascensore o farsi qualche piano a piedi, a te no. E adesso, che cosa rimane? Che cosa vedi? Ho letto di un neurochirurgo di Harvard che è rimasto in coma per sette giorni, poi si è svegliato, ha ripreso coscienza, e ha raccontato a tutti di aver visto il paradiso, che è un luogo che si trova più in alto delle nuvole, pieno di persone trasparenti e luminose. Una donna, a New York, è rimasta in coma dopo un incidente, era stata travolta da un SUV sull’Upper East Side.

Quando si è svegliata, il marito era accanto a lei, gli mancava il fiato, non riusciva a crederci, ma lei non l’ha riconosciuto, l’ha scambiato per il dottore. Allora lui ha deciso di ricominciare tutto da capo, di corteggiarla di nuovo, di provare a conquistarla ogni giorno. E alla fine, pensa, si sono sposati per la seconda volta. Lo farei anch’io, se tu adesso ti svegliassi e non riuscissi più a riconoscermi. Sei l’unica cui racconterei un’altra volta tutto quello che ho già raccontato a te, sei l’unica con cui non mi sembrerebbe di recitare. Ti racconterei dei miei che non ci sono più, di quando ho visto mia madre in bagno che si toglieva le lenti a contatto e a me sembrava che stesse piangendo, di mio nonno che dice frasi a caso nel sonno, di Tommy che quand’era piccolo voleva ascoltare sempre la canzone spezzacuore, che era un pezzo dei Blink, delle file notturne in libreria per comprare il nuovo libro di Harry Potter, di quanto mi piacesse disegnare, da sempre, di quanto odiassi il giovedì a scuola perché mi sembrava il giorno più lungo del mondo, dei quattro errori allo scritto della patente, di come alla fine non bastasse aver avuto un’infanzia felice, per essere felici.

Tu mi racconteresti della tua tesi sui “corpi umani”, così le chiamavi tu le città, di quella volta che un regista a un provino ti ha chiesto di lasciarti andare, di non seguire il copione alla lettera, di spogliarti per lui, lentamente, delle sedute di terapia collettiva i giorni pari della settimana, dove a turno ognuno raccontava quello che aveva sognato, dei biglietti del cinema che usavi come segnalibri, del tuo ex che faceva lo scrittore e non ha mai saputo leggerti, di tua sorella che è sempre stata più bella di te, di tua madre che a lei non ha mai rinfacciato nulla e di tuo padre che ha sempre avuto un debole per te. Forse il primo appuntamento andrebbe nello stesso modo, con la prima ora a ragionare su ogni frase, su ogni gesto, su ogni sguardo, a sorridere nervosamente, a non mostrarci quasi mai per quello che siamo, per poi lasciarci andare, avvicinarci, sfiorarci le mani per strada, dire le prime parolacce, ridere davvero, senza limitarsi per paura di sembrare brutti o ridicoli, arrivare al tuo motorino, fingere di salutarsi con freddezza, perché lo sanno tutti che è presto per qualsiasi cosa, le labbra su una guancia, poi sull’altra, poi ci guardiamo, e finalmente mi fai sentire la tua lingua, mi stringi per sentire quanto sono eccitato, per farmi eccitare ancora di più, facciamo l’amore in piedi, vestiti, sul marciapiede, in mezzo alla strada, poi ci stacchiamo, ci viene da ridere, forse perché pensiamo la stessa cosa, per la prima volta, io guardo le tue labbra, la tua faccia brilla nella notte, è piena della mia saliva, e anche la mia faccia è piena della tua, io quando sento che piano piano si asciuga mi eccito ancora di più, allora ti dico la prima cosa che mi viene in mente, una cosa banale, sono il ragazzo più banale del mondo in quel momento, ti dico Come se non fossimo in un luogo pubblico, mi vorrei menare da solo per averlo detto, ma tu non la vedi così, sei felice che io abbia detto qualcosa, che abbia interrotto il silenzio, annuisci e mi sorridi, io allora ci riprovo, ti chiedo se ti va di farti un giro per Roma senza meta, in macchina, perché in fondo fa un po’ freddo e a piedi non si va da nessuna parte, tu accetti subito, non vuoi mettermi in imbarazzo, quella del freddo è una scusa davvero ridicola ma a te non importa, fingi di essere d’accordo con me perché lo vuoi anche tu.

Allora saliamo in macchina, prima che accenda ci baciamo di nuovo, mi salti addosso, io allargo le gambe e tu cominci a toccarmi, a sentirlo che prende forma sotto i pantaloni, lo trovi subito, senti che diventa sempre più duro e ti piace, sai che dipende da te, poi ci stacchiamo, di nuovo, in fondo siamo ancora in mezzo alla strada, siamo ancora in un luogo pubblico, non è che se entri in macchina diventi invisibile, ci muoviamo e io faccio finta di essere una guida, faccio finta che tu sia una turista appena arrivata a Roma, ti dico La vedi quella? Quella è la via dei negozi, il sabato pomeriggio non si cammina, questo è il quartiere dove abitano gli artisti, o comunque quelli che si credono artisti, sembra un po’ il Bairro Alto a Lisbona, ci sei mai stata a Lisbona? No?! Allora poi ci torniamo insieme, tu sorridi, ti piace che anche se è la prima sera tra noi io immagini già il nostro futuro insieme, come se avessi bisogno proprio di questo, di qualcuno che non avesse paura di stare con te, poi troviamo un angolo dietro una piazza, sotto un cartellone pubblicitario che ricopre un intero palazzo, parcheggiamo davanti a uno scarico merci, tanto a quest’ora si può, nessuno ti dice nulla.

Spengo la macchina e ritorniamo a come eravamo prima che la accendessi, allargo di nuovo le gambe, tu mi tocchi di nuovo, intanto mi baci, mi lecchi le labbra, il collo, mi metti la lingua nell’orecchio destro e io mi sento tremare, come se stessi prendendo fuoco, come se stessi guarendo dalla febbre, come se fossi improvvisamente nudo, poi arrivi alla cinta, prima ci provi con una sola mano, la sinistra, poi ti fai aiutare dalla destra, io ti aiuto con le mie a tirare giù i pantaloni e i boxer, tutto insieme, in un colpo solo, io allargo di nuovo le gambe, vado un po’ indietro con il corpo, inclino la testa, smetto quasi di baciarti e con la guancia provo a spingerti giù, perché tu capisca, ma non c’è bisogno, lo sai cosa voglio e lo vuoi anche tu, allora ti abbassi e io non vedo più la tua faccia, è coperta dai capelli, ma sento la tua bocca su di me, la tua lingua, le tue labbra, sento che cominci piano, come se volessi prendere confidenza, poi fai su e giù, in tutti i modi, cerchi di capire com’è che mi piace di più, quando lo capisci è fatta, senti le mie gambe che si irrigidiscono, senti la mia mano nei tuoi capelli, senti il ticchettio metallico della cinta che trema, poi vengo, a voce alta, tanto non ci sente nessuno, tu non ti togli, sento che quasi ti strozzi, ma poi ce la fai, mandi giù tutto, rimani lì per qualche secondo, poi ti sollevi, ti pulisci con il dorso della mano, io soffio in maniera un po’ buffa, mi sa, ho gli occhi allucinati, e a te viene da ridere.

Mentre torniamo verso il tuo motorino non diciamo quasi nulla, tu guardi fuori, la città che rimane indietro, io guardo la strada, ogni tanto incrocio il tuo sguardo e quando succede ridiamo entrambi, per imbarazzo, forse, perché è uno di quei momenti della vita in cui non ci sono parole, non se ne trovano, nell’aria, neanche a cercarle bene, non c’è bisogno di parlare. Tornando a casa guardo le luci di sempre che però non sono più le luci di sempre, è come se fossero più chiare, più luminose, gli archi da cui si vede piazza del Popolo sembrano più alti, le curve del Lungotevere sembrano più brevi, la giostra che di solito è spenta, la notte, adesso sembra che giri, che suoni, con la gente che aspetta che si fermi, che arrivi finalmente il suo turno. Sembra che abbiano appena rifatto la strada, che la strada sia fatta di stoffa, non ci sono più rumori, sono l’unico che ancora non dorme in tutta la città, anzi, siamo in due, e stiamo facendo la stessa cosa, io e te, stiamo tornando a casa dopo essere stati insieme.

L’ultima volta che ho visto Roma così deserta, così libera, tutta per me, era un pomeriggio di ferragosto che sono andato al cinema da solo, perché non c’era nessuno che venisse con me, erano tutti in vacanza e alcuni li avrei raggiunti il giorno dopo in traghetto. Vedo che il telefono si illumina, più volte, lo so che sei tu, faccio finta di niente, voglio farti aspettare un po’, voglio che mi aspetti, che nel tempo che ci metto per trovare un parcheggio tu possa pensare che per me non è la stessa cosa, che anche se ancora deve cominciare, il tuo sia già un amore non corrisposto. Poi mi accorgo che non c’è neanche l’ombra di un parcheggio, solo qualche scarico merci ma domattina non uscirò prima delle 10 e allora stavolta non si può, visto che alle 8 ricomincia tutto, la città si sveglia, qui ci scaricano il latte, i cornetti, i dolci di tutti i tipi, poco prima che l’umanità faccia colazione. E quindi mi fermo, spengo la macchina, guardo da lontano i tuoi messaggi, leggo l’anteprima, cerco di capire da alcune parole se siano cose belle o no, se questa notte può essere davvero l’inizio della nostra storia d’amore, l’incipit, se io e te fossimo personaggi di un romanzo. E mi accorgo che sì, sono cose belle, mi chiedi se sono arrivato a casa, poi mi dici che non lo sai se riuscirai a dormire, che era da tempo che non ti sentivi così bene, e infine la buonanotte, tutto attaccato, Buonanotte, che bello che non sei tra quelle persone che scrivono Buona notte, e accanto ci metti anche due piccoli cuori rosa che sembrano sospesi per aria.

Non lo so quante volte leggo i tuoi messaggi, prima di aprirli, penso a cosa risponderti, e come, penso a tutto quello che è appena successo, vorrei aprire YouTube, mandarti una canzone di Dente, Baby Building, e scriverti “Ma che begl’occhi che hai, chissà come mi vedi bene”, ma non lo faccio, sarebbe troppo, meglio limitarsi all’anch’io, all’anche per me è stato così, almeno siamo pari, più o meno, perché comunque me l’hai scritto prima tu, però poi mi vengono degli strani pensieri, non tanto belli, tipo che questo è stato il nostro primo appuntamento e tu, al nostro primo appuntamento, mi hai fatto un pompino in macchina, in pieno centro, anche se eravamo appartati, allora penso cose stupide come Ma non è che lei fa così con tutti? Cioè se l’ha fatto con me potrebbe farlo con chiunque, e allora dopo tutte le cose belle vorrei aggiungere un PS, ma non lo faccio, so che potrei rovinare tutto. Te lo chiederò poi dal vivo, magari quando siamo nel letto, dopo averlo fatto cinque o sei volte di seguito, siamo lì che guardiamo il soffitto, che ci abbracciamo, nudi, sudati, appiccicosi, distrutti, felici, e a me torna in mente quel PS, ora sì che è il momento giusto per chiedertelo, allora te lo chiedo, Ma non è che tu sei un po’ ninfomane? Tu scoppi a ridere, perché sei troppo più sveglia, più intelligente, più matura di me, anche dopo che ammetto di averci pensato la notte del nostro primo appuntamento, dopo che mi hai fatto un pompino senza nemmeno conoscermi.

Tu mi prendi in giro, dici che non mi ci facevi così bacchettone. Io ti dico che infatti non lo sono affatto, che stavo solo scherzando, e dentro di me mi sento più tranquillo, ti guardo, aspetto che mi guardi anche tu, vorrei tanto dirti quello che penso adesso, forse non te l’ho mai detto. Stare con te è come stare con me stesso quando sono di buon umore.

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