1quent

Rompere i giochi

1quent

di Cinzia Bigliosi

Nel suo Inglourious basterds (2009), Quentin Tarantino aveva dato un saggio superlativo del proprio pensiero estetico riguardo al potere taumaturgico dell’arte (cinematografica). Con immaginazione utopica, aveva infatti rovesciato uno degli epiloghi più drammatici del passato dell’uomo. Regalando ai suoi spettatori una fantastoria, alternativa e consolatoria, il finale manipolava quelle che, nella realtà, sono stati i falliti attentati alla vita dei più alti capi nazisti, tra cui Hitler.

Nel film, infatti, invece di cavarsela, almeno per il momento, i criminali finivano prima crivellati, poi letteralmente fritti (o, come dice oggi il personaggio interpretato da Di Caprio in Once upon a time in… Hollywood, “crauti flambé”). Chiusi in una sontuosa sala cinematografica, esalavano il loro ultimo respiro, bruciati dalle fiamme purificatrici del giorno del giudizio, in una sequenza dai colori e fotografia sublimi e potenti, che ricordavano “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo,” come disse il compositore Stockhausen a proposito delle immagini degli attentati alle Torri Gemelle. Dallo schermo una risata seppelliva la platea nazista, prima che il palco esplodesse in un incendio catastrofico. E nel recinto di un cinema, generosa mise en abîme dell’arte nell’arte salvifica, Tarantino rinchiudeva il grande male eliminandolo dalla società e ripulendo la Storia, cancellando così un passaggio del nostro passato più buio e sabotando il destino dell’uomo attraverso la favola dell’arte, in barba a Wilde, per il quale la vita imiterebbe infine l’arte: magari fosse così, pare rispondergli di rimando il regista.

Oggi, con il nuovo Once upon a time in… Hollywood (2019), a Tarantino non interessa tanto modificare la grande Storia, quanto chiudere il cerchio di una sua antica riflessione. Abbassa così sguardo e cinepresa sul mondo del cinema, che ama e conosce profondamente. Il film è l’omaggio dell’ultimo enfant prodige alla sua mamma preferita, la Hollywood del 1969, che finora non era mai stata filmata altrettanto amorevolmente, cogliendola in un momento di magmatica imperfezione, nel passaggio-chiave della fine degli anni ’60.

Ancora una volta, il regista gioca spudoratamente scambiando di continuo le identità ai suoi protagonisti, li sdoppia a vari livelli, e mette al centro della narrazione la tipica coppia dei cowboy del cinema western, incarnati da un attore – Di Caprio – molto popolare e in piagnucolante crisi esistenziale, e la sua controfigura, uno stuntman, forse reo dell’omicidio della moglie, che, con la faccia segnata di Brad Pitt, guarda alla vita con amara saggezza (chiede, per esempio, alla ragazzina che cerca di sedurlo se sia maggiorenne, Oh, Roman, dolce Roman, perché non lo hai fatto anche tu?, pare sussurrare Quentin al suo idolo). In una sequenza che è cinema nel cinema, vero western in un finto western, Brad Pitt dismette la parte della controfigura e diventa il cowboy protagonista, affronta impavido il ranch colonizzato dalla cosiddetta famiglia di Manson, un gruppo di zombie rincretiniti da droga e idiozie new age, attraversandolo con la lenta camminata di John Wayne, con la cinepresa che lo pedina con morbosità da film horror.

Se con Inglourious basterds Tarantino ci regalava una Storia migliore, con Once upon a time in… Hollywood fa piuttosto un regalo a se stesso: butta il giocattolo rotto che ci ha consegnato la cronaca e che a lui, come a noi, non è mai piaciuto, rifiuta l’abominevole assassinio della innocente Sharon Tate Polanski e dei suoi ospiti, e punisce i criminali, anche qui, bruciandoli nel fuoco eterno.

Nell’ultima scena, sulle note di Batman, tra le più oniriche e struggenti del suo cinema, il supereroe Tarantino ci consegna la dolce Sharon sana e salva, dietro un citofono da cui ci saluta e ci invita a chiudere la serata da lei, con voce bambina, come il feto che vive ancora nel suo grembo.

Quentin Tarantino è stato accusato di essere un bambino viziato, che si diverte a mostrare i suoi giocattoli, più belli di quelli degli altri, da critici (uno) che hanno avuto bisogno di fare spoiler (mi si nota di più se racconto il finale – visto che nel presentarlo all’ultimo Festival di Cannes, il regista aveva chiesto la cortesia di non fare spoiler – o se faccio critica vera?), perché oramai, se non riempiono la colonna raccontando la trama del film per portare a casa la pagnotta, i più non hanno tanto da dire. Se il cinema di Tarantino non convince, se il suo film non è piaciuto, lo si può anche distruggere, spiegando, argomentando, come insegnano addirittura nelle scuole private di giornalismo. Altrimenti è opportuno astenersi lasciando libero uno spazio prezioso, perché non è colpa di Quentin se i tuoi giocattoli sono da discount e i suoi di lusso.

Commenti
7 Commenti a “Rompere i giochi”
  1. Zuck scrive:

    Ottima analisi. Anche se non affronta quello che ritengo il punto debole di quest’opera che, al contrario, dava una forza straordinaria al citato, e suo gemello teoretico, Inglorious Basterds: la forza inerziale dello sfondo storico.

    Il ritmo del racconto in “C’era una volta…a Hollywood” risulta debole, a tratti slegato, forse perchè mi/ci manca la percezione culturale dell’evento cardine (la strage di Cielo Drive) e di quel che ha rappresentato; la portata emotiva di quanto accaduto viene quasi data per scontata (com’è probabilmente per Quentin, ma non credo lo sia per molti spettatori), e questo toglie peso alla narrazione, rendendola apparentemente insulsa, perchè se l’avvento e la fine del nazifascismo hanno modellato l’intera cultura in cui siamo immersi, risultando così il perfetto motore per l’ucronia di Inglorious Basterds, qui rischia di funzionare soltanto ex post, in una seconda o terza visione, accuratamente informata, che ci conduca al finale.

    Altro paio di maniche è la profondità del cortocircuito che si genera tra l’immagine del divo in crisi d’identità Di Caprio/Dalton e del suo doppio ipercorporeo Pitt/Booth, controfigura che lo completa diventandone una sorta di alter-ego supereroistico, riunendo nei due il volto e l’analisi di un cinema che Tarantino non sembra aver mai smesso di raccontare.

    Ma ancora una volta, se l’acme di questo stesso discorso è stata forse raggiunta col sottovalutatissimo “A prova di morte”, qui di quell’opera manca il ritmo e la forza abbacinante, in grado di farti gridare già alla prima visione WHAT THE FUCK e di lasciartela scorrere a lungo negli occhi e nelle vene. In “C’era una volta…a Hollywood” tutto sembra scorrere troppo tranquillamente, troppo meravigliosamente bene, col rischio di non lasciare quello stesso segno istantaneo e a caldo.

    Sull’imbarazzante e celebre ‘critico’ citato, ho avuto la stessa impressione, rafforzata dal piccolo preambolo gossiparo che a Cannes quello stesso si era offeso a morte per un mancato posto alla premiere, per cui è seguita “grandissima vendetta e furiosissimo sdegno. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.” Ezechiele 25:17

    z.

  2. Valentina R scrive:

    Bello l’articolo.
    Ma tra l’autrice e l’anonimo commentatore z. lo potevate pure fare, il nome del critico che ha fatto lo spoiler. Ci divertivamo di più, no? Un po’ di rilassatezza, un po’ di apertura, un po’ di amore per noi lettori (almeno la metà di quello che Tarantino ha per chi si gode i suoi film).

  3. Marco scrive:

    Il famoso critico è Mereghetti, e ha ragione da vendere sul film di Tarantino: noioso, insulso, sopravvalutato, come quasi tutti i suoi film (tranne i primi due). Tarantino gioca col cinema perché non ha niente da dire e ha ragione Mereghetti: è un bambinone di talento, autoreferenziale e presuntuoso. Ma per i fan del regista (infantili come il loro idolo) qualunque critica nasconde invidia, permalosità o quant’altro. Non gli passa per la mente che a qualcuno possa non piacere un film così scadente, che se l’avesse girato un illustre sconosciuto (e con attori poco noti invece di star) non avrebbe ottenuto alcuna considerazione.

  4. bidé scrive:

    Al di là della ragione o meno che possa aver avuto Mereghetti (secondo me ha ragione da vendere nel criticare il film, molta meno nel modo in cui ha espresso la critica), l’ultimo paragrafo dell’articolo di Bigliosi trasuda un fastidiosissimo risentimento che farei fatica a mandar giù in un post su facebook, figuriamoci in un articolo di analisi o presunta tale.

  5. Enrico Guerzoni scrive:

    Completamente d’accordo. Quel famoso critico ha trattato il film con supponenza, e passi, ma si è anche arrogato il diritto di spoilerarlo, senza rispetto dei lettori e potenziali spettatori.

  6. Daniele scrive:

    Caro Marco, un bel tacer non fu mai scritto.
    Credo che nessuno abbia mai messo in dubbio il legittimo diritto che le cose non piacciano. Ma fare di ciò che non piace un assoluto, definendolo vuoto di senso o inconsistente, quando senso e sostanza, invece, ci sono, quello sì che è molto autoreferenziale e presuntuoso. Oltre che in-vidioso; letteralmente, incapace di vedere perché non vuol vedere.

  7. Marco scrive:

    Caro Daniele, ecco la conferma a quanto scrivevo: appena si critica un film di Tarantino, saltano sempre su i suoi fan che ti accusano indignati di essere presuntuoso e incapace di vedere, anzi di non volerne vedere la bellezza. Tra l’altro non si capisce bene perché non “vogliono vedere”: quale blocco psicologico li attanaglia al punto non tanto di non capire, ma di non voler capire i film di Tarantino? Comunque sì, non so perché ma non sono stato in grado di apprezzare la bellezza di un hippie bruciato vivo con un lanciafiamme in una piscina californiana. Non sono l’unico, a quanto pare, perché oltre a Mereghetti, sono in tanti a non avere apprezzato questo film, basta farsi un giro su internet. Ripeto: un film così, se non l’avesse girato Tarantino, non se lo sarebbe filato nessuno.

Aggiungi un commento