Room

Room, un vicolo cieco dell’immaginazione

Room

Presentato in anteprima alla Festa di Roma, premiato dal pubblico a Toronto e in molti altri festival d’oltreoceano, Room arriva in Italia sull’onda dell’Oscar, assegnato senza sorprese alla protagonista, Brie Larson. Del regista Larry Abrahamson qualcuno potrà ricordare l’interessante Garage, miglior film al Torino Film Festival del 2007.

Queste premesse farebbero ben sperare, il successo ottenuto persuadere della bontà del progetto, il risultato invece è di una mediocrità sibillina: è un film affetto da una spiccata miopia, umana e narrativa, accuratamente dissimulata tra le pieghe dell’eleganza formale.

Room racconta la prigionia e la liberazione di una madre (Brie Larson) e di un figlio (Jacob Tremblay).
Emma Donoghue adatta il suo stesso romanzo, Stanza, letto, armadio, specchio, ispirato a un terribile fatto di cronaca avvenuto negli anni ’80 in una cittadina austriaca, noto come il caso Fritzl. Una donna fu imprigionata per ventiquattro anni e violentata ripetutamente dal proprio padre, restando incinta sette volte e dando alla luce sette bambini. Lo stesso caso ha ispirato Elisabeth, il romanzo d’esordio di Paolo Sortino, uscito per Einaudi cinque anni fa.

L’autrice canadese si ispira ai fatti, li screma, vi sfronda l’indicibile (l’incesto, l’abuso reiterato, le molteplici nascite), trattiene lo scheletro più digeribile e racconta un limitato campione di fatti: la reclusione di Joy e Jack Newsome, e il conseguente rientro delle due vittime nella civiltà. Il punto di vista è quello di Jack, il bambino nato in una bolla di cemento e poi riportato nel mondo, cosciente di aver vissuto un’infanzia anomala.

Jack cresce in una rimessa, a contatto esclusivo con gli oggetti che la abitano. Per Jack quegli oggetti sono gli unici custodi attendibili della verità.

C’è la porta che separa lui e sua madre dal resto del mondo, ci sono la sedia numero uno e la sedia numero due, un televisore scassato che rimanda immagini, l’armadio con le ante dai listelli di legno, nel quale rifugiarsi per dormire e dal quale sbirciare il vecchio Nick, il sequestratore, quando si presenta per la visita di controllo settimanale.

Ci sono due libri, Il conte di Montecristo e Alice nel paese della meraviglie, allegorie letterarie della prigionia e del viaggio mentale. C’è un lucernario, unica sorgente di luce nella stanza: deposito delle gocce di pioggia, proiettore di ombre cinesi, vassoio per le rare testimonianze esterne che vi si posano.

Una foglia secca, per esempio. Diventa motivo di discussione tra madre e figlio. Il figlio non può accettare l’esistenza di una foglia marrone, perché le foglie per lui sono solo verdi. Non esistono stagioni nella mente di Jack, come non esistono alberi che permettono alla foglie di cadere. Per Jack il mondo esterno è una concatenazione misteriosa di oggetti sconosciuti.

Una madre la cui unica preoccupazione è, e resterà per tutto il film, quella di aggiustare l’immaginazione di suo figlio. Come se non campeggiassero draghi nella fantasia dei bambini, non ci fossero gli amici immaginari e le «creature selvagge». La madre sembra prendere a cuore questioni che hanno una rilevanza marginale rispetto all’evidenza di quanto sta accadendo a lei a e suo figlio.

Joy Newsome, nel film di Abrahamson, per un tempo compresso e imprecisato, accetterà la condizione assegnatagli senza opporre resistenza. Cercherà di trasmettere al figlio dei valori compatibili alla loro situazione e al contempo pertinenti alla vita esterna, senza spingere la propria volontà e la propria rabbia oltre un certo limite, dunque sottostando in maniera passiva ai fatti.

Non vi è reazione fisica in Joy. Non una forzatura della porta della rimessa, non un tentativo di sfondamento della finestra del tetto, nessun agguato ai danni del vecchio Nick, che li ha sequestrati, e che si sofferma, ascoltato, in discorsi su quanto sia dura la vita nel mondo reale: là fuori dove non si trova lavoro… All’orribile uomo, Joy, dorme docilmente accanto.

A Larry Abrahamson non interessa rivelare quello che è successo, per esempio: quali circostanze hanno condotto i protagonisti dentro la stanza? Cosa è accaduto a Joy? Chi è il padre di Jack? Da quanto tempo sono dentro la stanza? Il film si sofferma nel tratteggio di una segregazione che trascura premesse e informazioni, per assecondare una quotidianità coercitiva impastata di lirismo. Lo stupro viene eclissato, contingenze e durata del rapimento ignorate, la reclusione e l’istituzionalizzazione al carnefice raccontate attraverso l’ellissi e il compendio.

Questi aspetti del film dovrebbero far riflettere sulla plausibilità dell’allestimento drammaturgico e sulla verosimiglianza delle reazioni dei personaggi.

Intanto, la vita per Jack avviene tra il lavandino e il letto, all’interno dei metri calpestabili che separano quattro pareti; tra una madre onnipresente, e un topolino, che nel giorno del suo quinto compleanno, scivola dentro la stanza. Quel topo si materializza, per ricordarci, se già non fosse chiaro, che il concetto di realtà è retrocesso al punto da offrire una sola prospettiva ai protagonisti: quella di animali in cattività o di cavie da laboratorio.

Poi, Joy Newsome si fa venire un’idea. Forzando la sensibilità e l’azione di Jack, mette a segno un piano e i due, finalmente, trovano una via di fuga.

E qui arriva la parte più contestabile del film.

Arriva la parte in cui Jack dovrà adattarsi al mondo vero e trovare la propria identità al di fuori della madre, unica e assoluta fonte di certezze per cinque anni di vita. E la parte in cui Joy dovrà elaborare il sopruso subito, riappacificarsi con la sua esistenza, e in particolare con la famiglia, nella quale distinguiamo immediatamente i tratti disfunzionali di una borghesia tanto agiata quanto miope.

In questa seconda metà del film la caratterizzazione dei personaggi, finora lavorata con toni discorsivi e contemplativi, si fa affrettata, semplificata, tarata sull’approssimazione e la faciloneria.

Joy esce dalla stanza manifestando condizionamenti borghesi a dir poco sconcertanti. Anni e anni di prigionia non l’hanno cambiata, non sembrano aver intaccato certe dinamiche.
Cercherà la compassione del padre e le verrà negata. Il padre ripudierà figlia e nipote, vittime della violenza, senza proferire una parola. La reazione del padre (William H. Macy in un inquietante cameo), risulterebbe forse plausibile in un film di Lars Von Trier, ma suona inverosimile in Room, pellicola in cui ogni asperità viene elusa.

In sintesi, Room è una edulcorata e rassicurante trasfigurazione. Un brutto film travestito da agnello, composto di soluzioni visive dall’incanto ingannevole: il ralentì inserito qua e là per sottolineare e dare enfasi, soggettive ondivaghe, quasi sognanti per addolcire il quadro, una narrazione circolare che non può non far pensare alla «messa in piega» di una quadratura scrupolosamente architettata. Room è un dramma fabbricato per essere accolto senza reticenze.

Inoltre, passa troppo poco tempo da quando Jack si rannicchia su se stesso nel letto perché impreparato ad accogliere gli stimoli e il contatto con il mondo, a quando, sedotto dalle gioie di un’infanzia finalmente libera, esprimerà il bisogno di un gelato e di un’amaca.

Contemporaneamente, Joy esternerà in maniera  del tutto abbozzata e pretestuosa il trauma: rabbia e tensioni represse si materializzano senza continuità con il resto. Il non detto passa attraverso azioni palesate fuori tempo massimo e disancorate da un meccanismo narrativo capace di sostenerle con la pertinenza che meriterebbero.

Non basta la voce narrante di un bambino con le sue considerazioni struggenti, il volto adornato di capelli di un piccolo Tarzan, a reggere la pietas di una storia che vorrebbe, lavorando per sottrazione, comunicare ciò che è troppo difficile dire. Bisogna avere il coraggio di esporsi e di mostrare.
Non basta l’impegno di Brie Larson a emancipare un personaggio involuto, danneggiato da una narrazione che asseconda la forma, ma che non distribuisce in modo equilibrato la sostanza.

Basterebbe l’onestà di non indorare la pillola: limitare i fatti e smussare le asperità per ingraziarsi lo spettatore quando una storia potrebbe invece scuoterlo, significa negargli fiducia. Significa privare chi guarda dell’intelligenza, dell’immaginazione – quella autentica – che lo fa essere responsabilmente partecipe della vita, anche quando è troppo crudele per essere raccontata.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
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