Raybanstage

Il rosa più bello del Primavera Sound 2019

Raybanstage

Il Primavera Sound ha osato, il Primavera Sound ha vinto. L’edizione 2019 sarà ricordata come la più coraggiosa, diversa e assurda della storia ormai ventennale del festival musicale più importante d’Europa quanto a rilevanza, tendenza e capacità di anticipare il futuro. Il fatto che lo slogan di quest’anno fosse The New Normal non deve ingannare.

La normalità che gli organizzatori hanno voluto fortemente è stata sinonimo di apertura verso generi finora trascurati se non addirittura snobbati, abbattimento di qualsiasi barriera tra una musica più alta e una più bassa, fine della dittatura dell’indie, assenza di headliner propriamente detti e, soprattutto, un cartellone con una perfetta parità numerica tra artisti maschili e artisti femminili.

Niente di tutto questo è scontato, né facile da trasformare in realtà. Di normale, a ben vedere, non c’è nulla. Basti pensare al recente concertone del Primo Maggio a Roma, che ha visto una presenza femminile sul palco del tutto ridicola (nessuna artista solista donna in un programma con decine di esibizioni) che ha peraltro rispecchiato la realtà dell’attuale scena it-pop in cui i nomi che hanno fatto breccia nel cuore dei giovanissimi raggiungendo numeri ragguardevoli sono invariabilmente maschili.

A Barcellona i nomi di maggior richiamo erano sì Tame Impala, James Blake, Pusha T, ma prima di loro dappertutto venivano segnalate Solange, FKA Twigs, Janelle Monae, Miley Cyrus, Carly Rae Jepsen, Erykah Badu, Neneh Cherry. Se le ultime due sono artiste venute fuori dall’ultimo colpo di coda della discografia, quello degli anni Novanta, e hanno costruito una carriera a base di contaminazioni più o meno ardite partendo da sonorità black, tutte le altre sono stelle planetarie emerse da quella miscela musicale nella quale il pop può sposarsi con l’r&b (Solange), con il funk (Janelle), con il trip-hop (FKA Twigs) oppure, più semplicemente, non si vergogna di essere nient’altro che pop (Miley, Carly).

Il PS19 ha vinto perché non si sono visti rockettari arrabbiati e hipster pronti a giocare ai bastian contrari. Non ci sono state facce deluse se la musica è stata un unico flusso in grado di sgranare gli occhi alle coscienze e insieme di cullarle dal pomeriggio a notte fonda. A festival concluso ognuno si è portato dietro il piacere di aver navigato per tre giorni in un arcipelago sonoro composito e difforme, dissonante e spudorato che, per qualche strana ragione, ha funzionato a meraviglia. Persino a me che non ho troppa confidenza con rap, urban e pop, la convivenza di tante diversità è sembrata talmente logica che, quando hanno finito di suonare Kurt Vile & the Violators, non ci ho trovato nulla di strano nel fermarmi ad ascoltare qualche pezzo di Carly Rae Jepsen nel palco di fronte. Ho provato anzi un certo gusto nell’aggirarmi tra i diversi palchi (il Primavera, il Ray Ban e il Pull&Bear quelli che ho frequentato di più) con aria di sfida. Generi musicali lontani da me non vi schifo e non vi temo, questo era lo spirito.

E visto che il Primavera è stato – mai come quest’anno – una finestra sul futuro, mi piace raccontare più di altre quelle musiciste che non sono ancora stelle di prima grandezza ma sul cui roseo futuro scommetterei ad occhi chiusi. Il riferimento al colore rosa è quanto mai dovuto, perché quello che si porta via dal PS19 è un messaggio fortemente femminile, forse anche femminista.

Non parlo di Courtney Barnett, che, a voler usare uno stereotipo sanremese, è già una big. Non parlo di Kate Tempest, anche se forse dovrei viste l’intensità e la rabbia contagiosa della rapper e poetessa inglese che ha richiamato al palco Ray Ban una folla entusiasta nonostante la contemporanea esibizione dei Tame Impala. E nemmeno di Snail Mail, il progetto della diciannovenne Lindsay Jordan, il cui album Lush dello scorso anno è stato descritto da più parti come un prodigio; su un palco importante come il Primavera, Lindsay ha mostrato tutti i limiti di una voce acerba e una fastidiosa attitudine da divetta annunciata: da rivedere. Non parlo di Soccer Mommy e Julien Baker perché le ho trovate molto brave ma senza quel non so che in più delle altre e infine non parlo di Julia Holter perché non l’ho vista e anche perché i suoi lavori tanto celebrati mi hanno sempre lasciato un po’ indifferente. Le tre artiste che mi porterò dietro dal PS19 sono Adrianne Lenker, Lucy Dacus e Aldous Harding. Le amavo già prima di vederle dal vivo, le amo ancora di più dopo che mi hanno stregato dai rispettivi palchi.

Adrianne Lenker è la voce dei Big Thief, il nome più atteso di giovedì 30 maggio. Parlando con amici, compagni di viaggio, addetti ai lavori, musicisti, sembrava che nella prima giornata del Primavera tutti aspettassero i Big Thief – e il cartellone della prima giornata vedeva nomi come Erykah Badu, Interpol, Mac Demarco, Stephen Malkmus, Terry Riley & Gyan Riley, Guided By Voices. Il motivo? Un album, U.F.O.F., che in brevissimo tempo ha conquistato chiunque si sia imbattuto anche solo di sfuggita nelle sue sonorità elettroacustiche e una vicenda artistica che si mescola con quella personale in un cortocircuito poetico da brividi.

Quella dei Big Thief è una musica che sa essere eterea e trascendente, piena di figure che scompaiono con la stessa facilità con cui sono comparse, ma allo stesso tempo sa essere concreta e vera, piena di un dolore vissuto e trasformato in una voce aliena ma necessaria. Me ne sono reso conto quando Adrianne ha cantato un brano dalla potenza ipnotica come Not, canzone folk che sfiora la perfezione, stranamente non inclusa in nessun album ufficiale. Oppure durante l’esecuzione di Mythological Beauty, il singolo del precedente album Capacity, cinque minuti di nudità lirica degna dei migliori Red House Painters che racconta dal punto di vista di sua madre l’incidente che ha rischiato di uccidere Adrianne quando aveva appena cinque anni. Mythological Beauty è una canzone paradigmatica dell’approccio tipico di Adrianne alla musica: è come se nello stesso momento si sovrapponessero tre piani narrativi e altrettante voci, quella della cantante, quella di sua madre e ancora la voce di una se stessa futura divenuta a sua volta madre.

Il pubblico di Barcellona è rimasto estasiato dal sogno flower-folk che i Big Thief hanno messo in scena, riconoscendo il tipo di miracolo a cui stava assistendo, quello di veder nascere dai traumi di una vita la più bella delle composizioni musicali. Il contrasto tra trauma e bellezza è la cifra stilistica di Adrianne (il titolo del suo album solista dello scorso anno, Abysskiss, era molto significativo in tal senso) sia che giochi nel giardino dei Fleet Foxes (Cattails) sia che si abbandoni a derive slow (Magic Dealer, Terminal Paradise, Mary): mentre ascoltavo mi sono chiesto se i Low, anche loro al PS19, stessero assistendo al concerto e mi sono guardato più volte intorno nel pit cercandoli invano.
È difficile che un’ora di folk di matrice classica si trasformi in un rito di ipnosi collettiva, eppure il set dei Big Thief è stato proprio questo.

Venerdì 31 maggio sono arrivato presto per il set pomeridiano di Lucy Dacus sul palco Ray Ban sotto il sole che picchiava parecchio. Lei è entrata in scena con un pesante vestito di ciniglia (!) e ha ringraziato il pubblico di essere così numeroso, a quell’ora sotto il sole per lei. Sin dal primo brano in scaletta, Addictions, è stato chiaro che la formazione a quattro con due chitarre/basso/batteria avesse un gran bell’impatto, ma con Lucy l’impatto è soprattutto emotivo, vuoi per le parole cantate con una voce meravigliosa, vuoi per la capacità di far sorridere e tremare con la stessa nonchalance.

Il suo secondo album Historian, uscito lo scorso anno su etichetta Matador, ha un suono più pieno rispetto al già pregevole esordio e una tavolozza sentimentale ampliata che comprende anche canzoni d’amor perduto come Night Shift, “la prima e unica breakup song che abbia mai scritto” a sentire lei, certo cantata con attitudine slacker e un’ironia ben incapsulata in versi di sghembo giovanilismo, come i due iniziali “the first time I tasted somebody else’s spit/I had a coughing fit”: difficile non innamorarsi di una canzone così.
Dal vivo Night Shift è stato un autentico colpo al cuore, l’esecuzione priva di sbavature, le chitarre sanguinanti al punto giusto, il saliscendi emozionale dell’arrangiamento in grado di trascinare il pubblico in un viaggio dentro se stesso. Forse il brano più emozionante del mio PS19. Anche gli altri pezzi in scaletta sono stati superlativi, dalla riflessione amarognola di Nonbeliever (“If you find what you’re looking for/Be sure to send a postcard”) all’irresistibile versione elettrica di Le vie en rose: roba da sciogliere e costringere alla resa il più duro dei cuori.

I quarantacinque minuti di set tirato e trascinante sono stati l’ulteriore dimostrazione della grande forza interiore (a dispetto dell’apparente fragilità) di una ventiquattrenne amata incondizionatamente da tutti coloro che negli ultimi mesi hanno intercettato la sua musica.

Nella stessa giornata di venerdì, alle 23, ero sotto il Pitchfork Stage in attesa di Aldous Harding, che ha da poco pubblicato quello che per me è il miglior album di questa prima parte di 2019, Designer. Aldous non ha mai rischiato di essere una cantautrice tra le tante. O forse ha corso il rischio di non vedere riconosciute appieno delle qualità fuori dal comune soltanto il tempo dell’album di debutto – il più folk in senso stretto. Poi dalla sua terra d’origine, la Nuova Zelanda, ha preso la strada di Bristol per lavorare con il produttore John Parish, che con le sue sapienti mani (quelle che stanno dietro i lavori di PJ Harvey) poteva darle il lasciapassare per l’olimpo delle divine. Il secondo album, The Party, svelava non a caso sfumature inedite della personalità di Aldous e a fine 2017 veniva eletto disco dell’anno dai negozi Rough Trade. Il terzo album Designer, lavorato ancora a Bristol con Parish, contiene nove pezzi che non deludono nessuna aspettativa, nemmeno la più iperbolica.

Sotto il palco Pitchfork si era radunata una folla numerosa quando ancora mancava un po’ al suo set, segno di come quest’artista che ha scelto un nome d’arte maschile (all’anagrafe Hannah Harding) abbia conquistato tanti altri appassionati oltre me. Il set è iniziato con Designer, ritmo ciondolante per una melodia dal fascino oscuro, con il pubblico che si spingeva sempre di più in avanti quasi a cercare un contatto visivo diretto con l’artista. Già col secondo pezzo, il più rilassato Zoo Eyes, sono iniziati però problemini tecnici che hanno impedito di godere il concerto nel migliore dei modi. Lo stesso è accaduto con la tesa e morbosa Damn (“When I am led, I resent / Only when I’m left do I know what I said”) eseguita al piano.

Quello di Aldous è stato un set musicalmente delicatissimo dall’inizio alla fine, fatto di tenui tessiture acustiche sulle quali la chitarra elettrica si inseriva con la massima discrezione, se non con timidezza. Anche la voce, ossessiva e provocante, si riduceva spesso ad un sussurro. E i momenti più intensi hanno purtroppo finito per essere disturbati dai Suede che contemporaneamente suonavano nel vicino palco Ray Ban e l’esibizione, teatralmente giocata (anche) su silenzi, sguardi e attese, ha perso un po’ di appeal con l’andare avanti dei minuti. Mi permetto dunque un appunto all’organizzazione, che forse non ha avuto il coraggio di dare ad Aldous il palco che meritava, quello dell’Auditori.

Nonostante le oggettive difficoltà, Aldous è riuscita a cavarsela e ad infiammare i ragazzi sotto il palco: le sue canzoni attraversate da squarci di magico hanno lasciato il pubblico come vittima di un incantesimo. Aldous è un’artista che non conosce mezze misure e a ventinove anni si è già concessa il lusso di dare del tu a Nico, Marianne Faithfull, Cat Power, Feist e alla già citata PJ. Scusate se è poco.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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