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Rosacea in inglese si dice ROH-SEI-SCIAH

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Questo racconto è uscito su Abbiamo le prove.

(fonte immagine)

È la maledizione dei celti! Così la chiama il medico di base che in tutta fretta ho consultato alla comparsa delle prime papule. The Curse of the Celts. Qui in Inghilterra, dice, colpisce una persona su quattro. Più le donne che gli uomini. Insorge generalmente intorno ai trent’anni.

Mi viene il sospetto che il dottor Patel stia usando dati presi a caso dalla mia cartella clinica, così, tanto per prendermi per il culo. Aspetto solo che da un momento all’altro mi dica “colpisce le donne di quasi trent’anni che possono vantare remote ascendenze gallesi e si sono da poco stabilite in una sconosciuta città termale del Regno Unito” oppure “colpisce una donna affetta da incurabile nostalgia su tre”; “studi clinici hanno dimostrato che l’incidenza statistica aumenta in rapporto alle ore spese dal soggetto seduta a bere caffè e immalinconirsi nell’umida cucina di un terratetto vittoriano”.

Il dottor Patel, bontà sua, non dice nessuna di queste cose, i suoi genitori in Kerala non hanno fatto tanti sacrifici per farlo studiare così che potesse un bel giorno andarsene in giro per l’Inghilterra a sbeffeggiare le utenti del servizio sanitario pubblico.

Dice invece: è cronica e degenerativa

Dice: le cause sono sconosciute

Dice che si può curare prendendo un antibiotico al giorno. Per quanto? Per tutta la vita.

Nei giorni che seguono, nei mesi e negli anni che seguono faccio del mio meglio per attenermi al piano terapeutico del Dottor Patel, le papule scompaiono lasciando solo un vago rossore che può essere coperto col trucco. Il mio antibiotico è di quelli che va preso lontano dai pasti, lontanissimo dai pasti, perde efficacia in presenza di derivati del latte e quindi per non rinunciare alle mie somministrazioni giornaliere di caffè macchiato risolvo di assumerlo ogni notte alle quattro e mezzo.

Adesso che so la verità imparo a riconoscere sui volti dei miei nuovi concittadini i segni del male. Per le strade, nei pub e nei negozi scorgo facce mostruose, quelle che ora so appartenere a quanti sono stati colpiti dalla maledizione dei celti, vedo guance paonazze, reticoli di capillari rotti, ponfi purulenti, nasi butterati come infiorescenze di cavolfiore. ROH-SEI-SCIAH! , dicono gli inglesi quando ne parlo, tutti la conoscono, molti ne soffrono, ciascuno ha una sua teoria su ciò che la cagiona. Dr Patel mi ha dato anche una scheda informativa e mi ha invitato ad annotare su un taccuino eventuali recrudescenze del morbo. Perché antibiotico o no lo stile di vita gioca un ruolo decisivo, dice, ci sono i trigger, dice, ognuno ha i suoi e bisogna imparare a riconoscerli.

Scopro che vini bianchi e birre per me vanno bene, vino rosso e whiskey no. Cibo piccante e caffè nessun problema, ma attendere ogni mattina il treno sotto una pensilina tormentata dal vento riscuote immancabilmente il celta maledetto che alberga in me. Smettere di fumare non aiuta se non a farmi ingrassare, ingrassare mi intristisce, la tristezza mi rende improduttiva, l’improduttività mi stressa, lo stress acutizza la rosacea, e allora vaffanculo, borbotto tra me mentre mi accendo una Marlboro. Coscienziosa annoto quello che ho mangiato, bevuto, fumato ma poi finisco per chiedermi: sto tenendo traccia solo delle cose inserite nel lungo elenco dei trigger noti, e se ce ne fossero altri? Altri che nessuno ha mai annotato e che quindi non sono finiti nell’elenco ufficiale da cui a nostra volta etc etc. Ma che follia è mai questa?

Comincio ad annotare altri eventi, tentando di individuare correlazioni, temi ricorrenti, possibili concause.

Annoto cose che nella lista non ci sono: formaggi, tofu, episodi di cervellotica introspezione.

Annoto tutte le notti in cui non sono riuscita ad addormentarmi perché non ho fatto le cose che mi ero ripromessa di fare quel giorno, ho fatto troppo poco, sempre troppo poco e queste cose non fatte restano lì a tormentarmi come lo spirito delle ore sprecate fino a che non sono le quattro e mezzo e devo prendere l’antibiotico. Ho l’insonnia e manco una tazza di latte caldo mi posso fare.

Annoto tutte le mattine in cui mi sono svegliata tardi perché non ho dormito pensando alle cose che non ho fatto il giorno prima. Tutti i giorni in cui non ho combinato niente perché mi sono svegliata troppo tardi.

Annoto tutte le volte che sto per fare una battuta di spirito ma mi interrompo appena mi rendo conto che è una battuta italiana, che non avrà senso detta in inglese.

Annoto quelle volte in cui dopo un paio di bicchieri di vino bianco rosacea-friendly mi ritrovo a dire al mio interlocutore di turno, – sì, lo so che in inglese sono noiosa, dovresti sentirmi in italiano, sono divertentissima in italiano, in pratica sono un’altra persona.

Annoto, chissà perché, quella volta che sono scoppiata a piangere al supermercato perché la radio trasmetteva Space Oddity.

Un giorno mi rendo conto che le note sul mio diario della rosacea sono l’unica cosa che ho scritto in più di due anni. Sfoglio le pagine e le trovo piene di appunti che non ricordo di aver preso, schegge di delirio vergate da mano furiosa, magari li ho buttati giù nelle notti in cui non dormivo, magari.

***

Con questo non voglio certo dire che la maledizione dei celti mi abbia costretta alla fuga. Anzi, con il tempo mi sono ambientata. Ho imparato persino a fare le battute in inglese e ho realizzato che il vino bianco, tutto sommato, mi piace pure di più. Ho ricominciato a scrivere, ho aperto un blog.

E quando ormai si poteva dire che le cose andassero bene, che mi fossi ambientata, e avevo amici a cui piacevo pur essendo tecnicamente un’altra persona, un bel giorno ho seguito un impulso irresistibile: me ne sono andata per non tornare più.

Lettore, me ne andai. Non è una cosa di cui vado fiera, s’intende. Ma la rosacea, anche quella se n’è andata via, e non è più tornata.

Flavia Gasperetti vive a Roma, traduce e scrive. Ha collaborato con racconti, recensioni e articoli a Pagina 99, Il manifesto, Abbiamo le Prove, Succede Oggi e il sito dell’agenzia letteraria Vicolo Cannery. Le sue traduzioni invece appaiono sul retro delle confezioni degli assorbenti igienici per signora o nelle istruzioni d’uso degli aspirapolvere, quelli più economici.
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