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Running over the same old ground. Il dolore dolce dell’America

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di  Margherita Emo e Alessandro Giovannelli

Prima di partire non lo sapevamo, ma dagli Stati Uniti ci aspettavamo il futuro. In maniera ingenua, irrazionale, e probabilmente come molti nati negli anni ottanta. Forse anche nei novanta. Invece l’aeroporto di Seattle-Tacoma all’arrivo ci sembra un po’ vecchiotto e, quando mettiamo piede in centro, camminiamo stupiti per la downtown sdentata. Non è una siepe di vetro, ma un alternarsi di edifici bassi e grattacieli neri a specchio. Cerchiamo di pescare nella memoria le immagini del 1999, quando Seattle è stata l’avamposto del movimento no-global, ma emerge solo una figura in posizione di lancio. Non siamo nemmeno d’accordo sul colore della tuta. Da astronauta o da black block. Finché non avvistiamo lo Space Needle, simbolo della città: un disco volante a 184 metri da terra sostenuto da un treppiede metallico bianco. È stato costruito per l’Expo 1962, il cui tema era «l’uomo nell’era dello spazio».

Nella luce del primo pomeriggio, sembra un giocattolo d’altri tempi. Siamo straniti, quello è il futuro del passato, il futuro come lo immaginavano cinquant’anni fa. Anche la monorotaia che trasportava i visitatori alla fiera è ancora in funzione, con due trenini, uno blu e uno rosso, lo stesso design di allora e un signore in un gabbiotto che vende i biglietti. Certo, a Seattle hanno sede Amazon, Microsoft e altre società high tech, ma sono quasi tutte a Bellevue e a Redmond, oltre il lago Washington. Forse lì si respira un’aria diversa. Intanto, per le strade del centro, un busker suona Wish you were here, quarant’anni quest’anno, an old fave. Vediamo un adolescente con la t-shirt di The Division Bell e diverse ragazze con i capelli blu. Al Pike Place Market si fa la spesa dai contadini e la fila alle bancarelle di fiori freschi.

Mancano ancora sei mesi al caucus dell’Iowa, quindici alle presidenziali. Ma, a differenza dell’Italia, dove l’abitudine a una propaganda permanente e l’incertezza cronica della durata dei governi, con le urne sempre dietro l’angolo, hanno come paradossale conseguenza che le campagne vere e proprie si concentrano in poche settimane, negli Stati Uniti la stagione elettorale dura oltre un anno. Soprattutto quando, come questa volta, ci sarà un cambio alla Casa Bianca chiunque vinca. Nei giorni in cui viaggiamo, il centro del discorso politico si è spostato dal Presidente ai candidati alle primarie democratiche e repubblicane. Si parla di Hillary Clinton (la predestinata, il Papa a conclave da iniziare, la sconfitta del 2008, la tradita del 1995, la donna senza trucco dell’ultimo anno), di Donald Trump (il matto, l’outsider, l’ultradestro che spaventa l’establishment del GOP), di Jeb Bush (figlio, fratello, e tanto basta), di Sanders il socialista, di Elizabeth Warren, di Marco Rubio e, a sorpresa, di Joe Biden, il Vice gaffeur e carismatico, vecchio leone delle corse alla Presidenza, che tentenna e si chiede se sfidare davvero il clan dei Clinton. Insomma, è il momento della raccolta fondi e più che le idee contano le biografie.

Lungo la costa dell’Oregon ci fermiamo al Moolack Shores Motel, poco a nord di Newport. Dalla strada non sembra granché, è un capanno basso in legno, azzurro spento, ma siamo stanchi di guidare e la spiaggia oltre il motel sembra particolarmente selvaggia e sconfinata. Chiediamo di vedere una stanza e il proprietario ci dice che abbiamo fortuna, è libera la Antique Room. Tutte le stanze sono arredate a tema e quella, insieme alla Hawaii e alla Nostalgia, è tra le più gettonate. Apre la porta ed entriamo in una camera da cottage inglese, piena di ninnoli e con il caminetto. Su un tavolino, accanto alla lampada, c’è il libro degli ospiti, un quaderno iniziato da poco. Altri tre o quattro, le pagine fitte di scrittura, sono impilati sul ripiano inferiore.

Gli americani non vedono l’ora di raccontarti i loro segreti. I quaderni sono pieni dei ringraziamenti commossi e delle lodi a Dio degli ospiti, per essere stati accolti in un posto così bello in questo o quel momento chiave della loro vita. Una signora scrive: «Dovevamo venire a Moolack Shores lo scorso weekend, ma giovedì siamo passati a casa di mia madre e l’abbiamo trovata sul divano, con i piedi scalzi e in mano una boccetta di smalto, morta. È stata una settimana frenetica. Abbiamo dovuto impacchettare tutte le sue cose, rispondere a mille telefonate, poi il funerale. Ora che siamo qui, con questa vista stupenda sull’oceano, ho finalmente il tempo di piangere. Salmo 34:18 – Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti». Siamo tentati di rubare il quaderno, ma non lo facciamo e non aggiungiamo nulla.

L’Oregon è cosparso di microbirrifici. Il Rogue sembra l’unico locale della zona che tenga aperta la cucina dopo le nove e mezza di sera, almeno a sentire la ragazza della steak-house vicino al motel, che mentre sistemava gli sgabelli al bancone scuoteva la testa: sorry guys, the kitchen is closed. Siamo sul waterfront di Newport, cittadina che rispetto alle altre mille, tutte uguali, sdraiate lungo la highway e il Pacifico, è più mossa, se non altro perché qui l’oceano incrocia la baia di Yaquina e la 101 la Interstate 20 che dalla costa punta ad angolo retto verso l’interno, disseminato di sempreverdi di alto fusto. Waterfront significa tre locali in riva all’acqua e qualche casa a due piani, dopo miglia di parcheggi, motel, Wallgreens, distributori di benzina e autorimesse.

Alle dieci il Rogue ha le luci ancora accese, dentro è semivuoto e per strada non c’è nessuno. Il cameriere, faccia larga sorriso aperto bermuda e scarpe da skater, ci fa assaggiare tre birre diverse, tutte troppo sofisticate, e ci convince a prendere come antipasto dei bocconcini di formaggio fritti, raccontandoci del fiume Rogue che scorre nel sud dello Stato, al confine con la California. Ordiniamo hamburger di Kobe con maionese di soia. La carne è buona, le patate abbondanti, alla tv appesa in un angolo sopra alla porta dei bagni passano dei video musicali. Live at Pompei: di nuovo i Pink Floyd. Decidiamo di chiamare al tavolo il cameriere gentile, gli diciamo che la birra è buona, la carne anche, che siamo contenti, ma perché sempre questa musica di trenta quaranta anni fa? Da quando siamo arrivati non facciamo che sentire i Pink Floyd, dappertutto, che cos’è, una moda? Il ragazzo sorride nella sua poca barba, allarga un po’ le spalle grosse, sembra rilassarsi. You know, guys. Se gli fosse permesso, forse si siederebbe al tavolo con noi. «Ci piace il classic rock. Siamo una nazione che cerca di costruirsi un passato in ogni modo.» La sua camicia a quadri ci ricorda i nostri compagni di liceo. Nostalgia, dice, you know, good pain.

Verso la fine del viaggio, trascorriamo una notte a Healdsburg, una cittadina per gente benestante un centinaio di chilometri a nord di San Francisco, nella contea del vino, a casa di una coppia di pensionati democratici. Dopo ore e ore nelle foreste dell’Oregon e del nord della California, finalmente il paesaggio si apre. Le vigne sostituiscono i boschi. Sarebbe bellissimo, se non fosse per quella strana foschia che avvolge tutto. È fumo, ci dicono Heidi e Don, anche se noi non abbiamo sentito l’odore: ci sono stati dei grossi incendi non lontano dalla strada che abbiamo percorso. Parliamo della grave siccità che colpisce la California da quattro anni e dei coltivatori illegali di marijuana che seminano le piante nel cuore delle foreste di sequoie e a volte, prima di andarsene, appiccano il fuoco. Poi parliamo di politica. Loro sono molto curiosi e vogliono sapere come va in Italia. Ci mettiamo più o meno un’ora a spiegare la legge elettorale e alla fine non siamo nemmeno sicuri che abbiano capito bene. Dei due, Heidi è la più appassionata. Liquida Trump con uno sbuffo e ci racconta della moglie messicana di Jeb, dei suoi figli «di sangue misto». «Quindi voterai Hillary Clinton?» chiediamo. «Sì, se arriva in fondo.» Don si dondola sulla sedia, dall’altro capo del tavolo: «Sanders, voteresti Sanders. Tu sei socialista». Heidi sorride, le si increspano gli occhietti nocciola: «A dire il vero, se potessi, voterei Bill».

Commenti
5 Commenti a “Running over the same old ground. Il dolore dolce dell’America”
  1. quasiscrive scrive:

    Lirismo condito in pessima scimmiottatura del primo De Lillo, fra ricordi che si confondono fra i sogni che si confondono con la vita e rovinano in un calembour indigesto che pare esser nato col mirino puntato sugli indifesi testicoli del lettore.

    È questo tipo di scrittura che fa dei libri depositi di polvere e uno spreco di carta, agli occhi della gente comune.

  2. Quasilegge scrive:

    Domanda sul commento di quasiscrive: cosa vuol dire la frase: pare esser nato col mirino puntato sugli indifesi testicoli del lettore. Vorrei capire cosa di questo articolo ti ha scassato i coglioni.

  3. Dirce scrive:

    La mia sensazione, durante la lettura dell’articolo, è stata quella di aver viaggiato lentamente con voi, a piedi. E con grande piacevolezza. Ottima intuizione quella di percepire le immagini come il futuro del passato …. a quell’epoca, negli anni’80, molti ragazzi neanche ventenni la pensavano proprio così. Mi avete fatto venire in mente un racconto a fumetti dell’85 di enki bilal e di pierre christin: los angeles la stella dimenticata di laurie bloom.
    Viaggiatori sensibili e commentatori delicati. Grazie.

  4. Gentecomune scrive:

    I testicoli del lettore si sentono minacciati dal mirino di quasiscrive (pensa se scrivesse davvero)..interrompe con prepotenza quel piacevole stato di ipnosi che ti lascia il racconto, fortunatamente senza nessuno spreco di carta.

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