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Argentina: il triste compleanno della libertà

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine

Buenos Aires. Il dieci dicembre scorso, mentre Plaza de Mayo zeppa di gente festante, acclamava la donna più amata e odiata di Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, la Presidenta, che aveva appena chiuso il suo discorso per i trent’anni di democrazia, il periodo democratico più lungo nella storia del Paese, mentre bandiere sventolavano e schermi rimandavano immagini delle famose madri e nonne di Plaza de Mayo, ormai icona della ribellione e della tenacia, un pensionato kirchnerista, tal Ramón, mi ha detto senza sorriso: “Questo è un Paese di contraddizioni e le contraddizioni a un certo punto esplodono. Bisognerà vedere dove porta l’esplosione”. Sono rimasto di sasso. Per quasi un mese non avevo mai sentito nulla di simile. Che a parlare fossero giovani o vecchi, lavoratori o disoccupati, di marca idealista o realista, tutti concordavano su una sorta di fine delle grandi tensioni e delle grandi speranze, come se il 2001 con il default, la crisi nera, la gente di ogni credo in strada a chiedere giustizia e soprattutto pane, avesse rappresentato l’ultimo appuntamento. Come se, dopo il decennio kirchnerista, con le conquiste sociali, il rispetto ritrovato e una specie di normalità nuovamente agguantata, fossero cadute le ultime utopie. Quale il futuro politico del Paese? Un mediocre Presidente: chi sarà sarà, ma certo mediocre, grigio, un esponente delle istituzioni, mediamente corrotto. Mai mi sarei aspettato l’idea di un’esplosione in vista, un’idea sussurrata con paura ma anche con quelle oscure speranze che sempre porta con sé la crisi, il cambiamento, l’esplosione.

Di ragioni immediate però ce n’erano eccome. Fuori dai toni celebrativi, il discorso della Presidenta, con la retorica vibrante che è una delle caratteristiche di questa sessantenne al secondo mandato (in scadenza il 2015), girava attorno al dramma dei saccheggi che in quei giorni stavano accerchiando la capitale. Tutto era cominciato a Córdoba, la città più grande dopo Buenos Aires, storicamente anticipatrice di grandi movimenti di opinione  – dalla protesta studentesca di inizio Novecento alle mobilitazioni operaie del maggio 1969. Stavolta però il movimento non aveva coinvolto né studenti né lavoratori. Erano stati più di 8000 gli agenti di polizia a chiedere un aumento salariale con uno sciopero drastico e senza precedenti che aveva lasciato la città senza protezione per un giorno e mezzo, in balia dei profittatori. Saccheggi di negozi e supermercati avevano seminato il terrore mentre i privati tentavano di organizzare corpi di vigilantes. “Il contagio cordobese” di cui parlavano i quotidiani era stato immediato.

Scioperi di polizia e contemporanei saccheggi si erano estesi nella provincia di Tucumán, nel nord est del Paese. Undici morti il bilancio. Vetrine in frantumi e sistematico svaligiamento operato da chi però non puntava soltanto ad assicurarsi generi di prima necessità, quanto beni di lusso. Le parole di Cristina, come qui la chiamano tutti, erano state drastiche: non si tratta di contagio ma di saccheggi organizzati; non commuove chi deruba usando una quattro per quattro; suscita solo vergogna chi si appropria di un televisore ultimo modello da sostituire al modello che già possiede. L’idea di una sorta di attacco antidemocratico era la chiave della veemenza presidenziale, proprio mentre si diffondeva la voce che i saccheggi avrebbero raggiunto Buenos Aires il 20 dicembre, altra data simbolo, anniversario del default del 2001, quando tutta la città scese in strada e i morti furono trenta.

Quel che è arrivato in città il 20 dicembre però è stato tutt’altro. Un fenomeno atmosferico parzialmente prevedibile e conseguenze anch’esse molto prevedibili che hanno spinto a dichiarare lo stato di emergenza. Un caldo senza precedenti, un’ondata di calore mai così intensa da oltre un secolo, un caldo soffocante atroce che di notte non si spegne e non dà tregua e che ha spinto ai massimi livelli la richiesta energetica portando a continui, sempre più frequenti e lunghi tagli di energia elettrica. César Aira, uno dei principali scrittori argentini viventi, scrisse un magnifico romanzo sul fenomeno di cui i bonaerensi hanno quasi terrore fin dagli anni Ottanta (La luce argentina –1983). Il terrore si manifesta con segni inequivocabili: le pale dei ventilatori che iniziano a girare a vuoto, i condizionatori che distillano le ultime gocce di acqua, le luci digitali che prendono a traballare, allarmi che suonano brevemente e invano. Si trattiene il respiro. Sembra quasi un’eclissi solare e anche i milioni di uccelli di Buenos Aires che cantano melodie ripetitive allo sfinimento, per un attimo pare che tacciano.

L’onda di calore intanto si propaga senza più ostacoli mentre i generatori cominciano a ruggire in strada per ridare vita a negozi e ristoranti con le loro provviste di nafta. Gli abitanti nel frattempo perdono il senno e lo consegnano al calore che instupidisce. I blackout durano ore e ore, si estendono a macchie tra gli isolati, a volte durano al punto che l’esasperazione spinge a proteste folli e spontanee: chi è il colpevole? Nessuno risponde. Né il governo né i privati che gestiscono i servizi. La rabbia monta sul silenzio istituzionale, la gente scende in strada e blocca viali, boulevard, autovie cittadine, dà fuoco a cenci, picchetta, innalza piccole barricate, crea onde di traffico assassino. Secondo il lunfardo, dialetto della capitale, quel che segue è l’immenso quilombo che agguanta la città, il bordello insomma. I numeri raccontano di circa un milione di persone seriamente afflitte dai tagli energetici e di oltre cinquanta blocchi del traffico con relativi incidenti. Ma i numeri non sono nulla di fronte all’immagine di smarrimento dominante, un’immagine che a molti è parsa legata senza soluzione di continuità al fenomeno di tutt’altro segno dei saccheggi.

Ma sono i principali media, in realtà, a dare un’impressione avulsa dalla realtà. I media soffiano sul fuoco. Non esiste bar qui che non offra in lettura il quotidiano più letto nel paese, il Clarín, e non esiste televisione su cui non scorrano le immagini trasmesse da Canal 13, canale punta del gruppo Clarín, ossia il gruppo mediatico che non dà tregua al Governo dal 2009, quando Cristina Kirchner decise di promulgare una legge antitrust per rompere la concentrazione di potere mediatico e favorire il pluralismo nell’informazione. La legge contestata in tutte le sedi possibili, a ottobre ha passato anche l’esame della Corte Suprema di Giustizia, considerata unanimemente super partes. Ma il gruppo minaccia ulteriori ricorsi in sedi internazionali e ancora si oppone alla messa all’asta dell’eccedenza di licenze. Nel frattempo tutte le sue armi sono puntate contro Cristina e il kirchnerismo.

Questo peronismo di sinistra che ha fatto dell’inclusión social (la lotta contro ogni discriminazione) il suo manifesto, viene accusato dei mali più evidenti del Paese e della grande metropoli, dalla corruzione della casta alla crescita delle famigerate villas, quelle baraccopoli sorte ovunque, fortini impenetrabili, ormai a tal punto autosufficienti, nonostante l’assenza dei servizi fondamentali, che i prezzi immobiliari della baracche sono saliti esponenzialmente. La “villa 31”, la più famosa e centrale, è uno spettacolo per chiunque prenda un pullman nella grande stazione di Retiro. I tassisti, da sempre megafono degli umori metropolitani, spesso la indicano imprecando: “ecco a chi vanno i soldi che la Presidenta non tiene per sé”. La fine del kirchnerismo (strictu sensu una fine naturale: nel 2003 salì al potere Néstor, morto d’infarto nel 2010 mentre la moglie lo aveva sostituito alla presidenza limitata costituzionalmente a due mandati) però nasconde ben altro, secondo i più attenti analisti.

La discussione in questi giorni gira tutta attorno a una sorta di assuefazione alla dinamica democratica. Come vive la libertà chi non ha mai conosciuto altro? Gli studi offrono una risposta netta. Nel 1983 il valore indiscutibilmente primo nell’immaginario argentino, dopo la dittatura militare più spaventosa del Novecento sudamericano, era la libertà. Oggi è l’uguaglianza. Trent’anni fa il 73 per cento degli argentini aveva fiducia nel Parlamento. Oggi solo il 26. La fiducia nella giustizia è scesa dal 59 al 19 per cento. E curiosamente soltanto la polizia continua a godere dello stesso consenso, comunque basso: il 25 per cento; mentre le forze militari hanno recuperato posizioni: dal 19 al 30 per cento. La sfiducia verso le istituzioni sembra ormai dominante. E forse più che i numeri, a raccontare la distanza dal tempo degli entusiasmi democratici, possono certe immagini.

Una su tutte fu scattata esattamente trent’anni fa e racconta in maniera paradigmatica l’uomo che sarebbe diventato di lì a poco il Presidente democraticamente eletto. È un bianco e nero leggermente sgranato. Raúl Alfonsín, allora cinquantaseienne, è chino sulla valigia piccola come un portafascicoli. La stanza dell’hotel che ha scelto nei giorni che lo stanno portando al potere, è di una sobrietà spaventosa. Due letti larghi come un avambraccio, pareti scarne, un telefono senza tasti che permette solo di ricevere. Si usciva da sette anni che parevano un’eternità infernale e ciò che ricordano ancora oggi vincitori e vinti di quelle prime elezioni democratiche è una felicità trasversale assoluta, insidiata soltanto dalla paura di colpi di coda del regime.

Oggi, l’idea di una politica sobria e unita trasversalmente dalla felicità della democrazia è sepolta nel passato in bianco e nero di una fotografia. Forse è vero che la generazione di chi è cresciuto con la certezza del diritto di voto non può avere coscienza del pericolo. E probabilmente allora è questa l’ultima battaglia a cui è chiamata la donna che secondo molti ha fatto rivivere i fasti di Evita Perón. Ricordare che il pericolo è sempre dietro l’angolo. “Ho una sola certezza” ha gridato Kirchner “Tutto quello che ci manca si può realizzare soltanto in democrazia. Nessuno immagini un percorso alternativo”. È stato in quel momento che Ramón nel sole ancora tiepido di inizio dicembre mi ha sussurrato le sue paure e forse le sue speranze. Dietro di noi, fumava la brace di una parrilla improvvisata sotto il Cabildo. Fu lì che trent’anni fa salì a parlare agli argentini Alfonsín, per scandire una frase che oggi nessuno ammette di aver dimenticato: “il fine non giustifica mai i mezzi”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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