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Salamina: la disfatta di Serse

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Pubblichiamo il terzo e ultimo reportage dalla Grecia di Matteo Nucci usciti sull’Espresso, che ringraziamo. Qui il primo pezzo, qui il secondo.

SALAMINA. Paura e panico. La storia della guerra con cui duemila e cinquecento anni fa, proprio sul finir dell’estate, i Greci respinsero le immense forze persiane guidate dal re Serse si conclude con una battaglia dominata interamente da paura e panico. La paura spinge gli umani a considerare con attenzione le proprie possibilità. Il panico, al contrario, fa cadere gli uomini in un abisso che può rivelarsi senza fine e segue generalmente una inutile baldanza, se non lo spregio della paura stessa. All’inizio di tutto però non ci sono uomini ma un cane e la sua paura. È il cane del padre di quello che sarebbe diventato il grande statista della generazione seguente: Pericle.

Non sappiamo come si chiamasse ma divenne un modello quando il suo padrone, Santippo, lo salutò abbandonando Atene ormai deserta. Incapace di accettare l’abbandono, il cane si tuffò, seguì con tutte le sue forze l’imbarcazione e nuotò fino a Salamina, senza mai lasciarsi prendere dal panico. Fu la fatica a ucciderlo. Santippo e i suoi compagni eressero una tomba in sua memoria. Gli antichi chiamavano il luogo Cinossema, tomba del cane. Il primo eroe della battaglia decisiva.

Non è possibile oggi rintracciare i resti di quella tomba. Le rive su cui sorgeva il porto antico dove la flotta greca andò a riparare sono disseminate di pietre sparse, insegne rievocative, un monumento marmoreo non proprio indimenticabile. Dal golfo di Ambelakia, oltre il breve lembo di mare, grandi navi all’ancora e un panorama portuale che lascia ben poco spazio all’immaginazione. Eppure fu proprio qui che gli equipaggi greci furono presi dal panico, quando videro Atene bruciare e seppero che oltre mille navi nemiche erano in arrivo. Alcuni comandanti presero la via della fuga, altri rimasero e stabilirono di andare a difendere l’istmo di Corinto, dove l’esercito aveva alzato mura per bloccare l’ingresso al Peloponneso. Di nuovo furono necessari il genio e l’astuzia di Temistocle per convincere lo spartano Euribiade che solo negli spazi stretti sarebbe stato possibile aver la meglio del nemico. A un comandante corinzio che lo derideva, poiché, vista la distruzione di Atene, non aveva più una città da difendere, Temistocle rispose sprezzante: “Abbiamo una città e una terra più grandi di chiunque. La nostra città è sul mare. Le nostre case duecento navi ben equipaggiate”.

Nel frattempo, Serse, nonostante i consigli contrari di Artemisia, regina di Caria a cui il Gran Re dava spesso ascolto, aveva deciso di attaccare. Ma ritardava. E mentre il tempo passava, fra i Greci si diffusero di nuovo l’incertezza e il panico. Allora Temistocle decise di ricorrere al più estremo artificio: la menzogna. Chiamò un suo fido servitore di origini persiane – Sicinno – e lo inviò da Serse a portare un messaggio.

Approfittando delle tradizionali divisioni che serpeggiavano fra i Greci (molte città elleniche stavano dando aiuto ai Persiani), gli fece sapere che la flotta greca era sul punto di fuggire e che se avesse voluto attaccare, non doveva più rimandare. Serse non vide il tranello, si fidò dell’ambiguità di Temistocle, lo giudicò per quello di cui molti lo accusavano  e ordinò alla flotta di chiudere ogni uscita del golfo mentre un contingente di uomini scelti riempiva l’isolotto di Psittàlia, pronti a uccidere chiunque avesse tentato di riparare a terra dalle acque presto insanguinate. Era notte. Con Temistocle si schierò Aristide, politico saggio e nemico storico di Temistocle, appena rientrato dall’ostracismo. I Greci furono avvertiti dell’accerchiamento persiano e si prepararono.

Al mattino, Serse aveva fatto allestire il suo trono sulle pendici dell’Egàleo e lì attendeva circondato da scribi cui era stato assegnato il compito di descrivere la battaglia.  Bisogna salire fra i vicoli all’estremità del borgo di Pèrama per recuperare la visuale di cui poté godere Serse. I traghetti fanno su e giù con l’isola e proprio il breve tragitto mostra ancora oggi all’appassionato gli stretti in cui s’infilarono, come pesci nella rete, gli invasori fin troppo certi di un successo imminente.

Fra gli Ateniesi combatteva in prima linea anche Eschilo, il grande tragediografo. Pochi anni più tardi, nei Persiani, la più antica tragedia che ci sia stata restituita per intero, raccontò ogni cosa dettagliatamente. Trecento navi greche contro 1207 imbarcazioni persiane. Eppure “il terrore calò sui barbari” quando si accorsero che erano i Greci ad attaccare. “E intanto un grido alto si udì: “Figli dell’Ellade, avanti! Liberate la patria. Liberate i vostri figli, le donne, i templi dei nostri dèi, i sepolcri dei nostri antenati. Qui, ora, tutto è in gioco”. Poi, come una risacca, rispose il frammisto brusio delle lingue persiane”.

Il panico prese adesso i nemici. Che tuttavia, diversamente dai Greci nelle ore precedenti, non ebbero il tempo di riprendere fiato. Incapaci di nuotare, in moltissimi annegarono nel mare che aveva cambiato colore. La destrezza e l’agilità delle triremi greche furono determinanti. E quando il combattimento navale stava mostrando a Serse la catastrofe, Aristide portò i suoi sull’isolotto di Psittàlia a massacrare i nemici.

Psittàlia, oggi, ospita un immenso impianto di depurazione, è ancora disabitata e semmai frequentata solo da Pan, come ci racconta Eschilo. Il dio caprino della sessualità sfrenata e del riposo durante la controra, il dio del tutto (pan significa tutto) che grida folle strappando l’anima a chi ha osato infrangere le leggi della natura. È Pan che provoca il panico, fin dall’etimologia. E fu il panico a distruggere i Persiani. Oggi Psittàlia la vedrete dall’estremità del lembo di terra che si allunga in mare sotto al golfo di Ambelàkia e che ancora porta il nome del cane (Kinòsoura), percorrendo una sterrata che passa fra cumuli di immondizia e monumenti abbandonati nel nulla.

“Forse i cinesi troveranno il modo di occupare anche Psittàlia” mi dice un ragazzo greco ridendo abbracciato alla sua bella che ha portato in macchina fra i campi riarsi. I cinesi si sono presi il Pireo mentre l’Europa metteva in ginocchio la Grecia. Ma forse ignorano dei poteri immensi del dio del panico. Qualcuno lo diede per morto fin dai tempi antichi. Eppure torna sempre, con irresistibile potenza ferina, quando è la libertà a esser messa in discussione dai sogni di onnipotenza di chi ha perso la misura. Come accadde a Serse, certo di poter dominare il mondo e di poter imprigionare le forze della natura. E che si ritrovò a osservare, dalla sua posizione di spettatore perfetto, il conclusivo massacro dei giovani di belle speranze stipati a Psittàlia.

Eschilo, mettendosi nei panni degli sconfitti, lo disse in due frasi: “Serse allora pianse. Davanti agli occhi aveva un abisso di sciagure”. Più tardi il grande tragediografo ne chiarì il motivo: “Non deve chi è mortale esser troppo superbo, perché la superbia, dopo il fiore, dà il frutto: è spiga di rovina da cui si miete messe di pianto”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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