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Salaria

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Viaggiare in auto di notte mi è sempre piaciuto. Niente traffico, pochi rumori.

Se poi è estate – com’era allora – ti eviti anche il caldo, il sole che batte sulla lamiera, e sui vetri, e arroventa l’aria, e l’aria condizionata tenuta altissima, e puoi viaggiare fresco anche coi finestrini chiusi.
Aperti di un dito, al massimo.

Così, di notte, scappavo da Roma, in perfetto stile Remo Remotti, lungo la Salaria, che delle vie consolari romane è sempre stata la mia preferita. Duecento e passa chilometri che vanno da Roma a San Benedetto del Tronto, attraversando l’Italia, e gli Appennini, in direzione nord-est, seguendo una diagonale sghemba.
La Salaria. Una strada e un percorso che conoscevo benissimo, quasi a memoria, attraverso paesi i cui nomi mi erano familiari fin dall’infanzia; fin da quando – invece che al volante – sedevo sul sedile posteriore, senza cintura, senza seggiolino, un mucchietto di numeri di Topolino al mio fianco a tenermi compagnia quando le chiacchiere di famiglia si spegnevano.

Antrodoco. Posta. Torrita. Accumoli. Grisciano, costeggiando il confine tra il Parco Nazionale del Gran Sasso e quello dei Monti Sibillini, e poi via fino ad Arquata, e giù fino a Favalanciata, Quintodecimo, Acquasanta Terme. Prima del terremoto che ha devastato quelle terre, cancellato case, modificato paesaggi.
La parte centrale di quella strada, quella che passa nel cuore dell’Appennino, all’intersezione tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, è sempre stata la mia parte preferita. Curve e controcurve che si alternavano a brevi rettilinei, l’asfalto circondato da alberi scuri e silenziosi.

Se ti capita di fermarti, di fare una sosta – per un attimo di riposo, per fumare una sigaretta, o magari fare la pipì –, il buio è quasi totale, e ti perdi a contare le stelle che in quel cielo sono così tante di più di quelle che vedi in città, e non senti un rumore, se non quello del vento tra i rami, o di qualche uccello notturno. Al più, l’abbaiare di un cane, in lontananza. Sperando si tratti solo di un cane.

Me ne stavo lì, proprio lì, sul ciglio della strada, a guardare imbambolato l’Orsa Maggiore (che delle costellazioni è quella che preferisco, anche perché è praticamente l’unica che riesco riconoscere), quando un’auto passò borbottando alle mie spalle, smuovendo appena l’aria ma comunque turbando la quiete nella quale ero calato, e sollevando qualche foglia adagiata al suolo, che dopo aver vorticato nell’aria con eleganza ricadde morbidamente a terra, come una ginnasta che chiude i volteggi con un atterraggio perfetto.
Non mi voltai nemmeno per vederla allontanarsi. L’auto.

Gettai rapidamente a terra la sigaretta che tenevo in bocca, la spensi con un lesto movimento del piede, praticai la manovra nota come “lo sgrullo”, tirai su la zip (a volte anche noi maschi sappiamo fare più cose assieme), e risalii in macchina a tempo di record: a quell’ora – erano le tre passate – di macchine non se ne incrociano mica tante, e non volevo perdere l’occasione di avere un’auto-guida davanti a me.

Era un’altra delle cose che mi piaceva del viaggiare di notte, sulle strade secondarie: trovare un’auto-guida.
Una macchina che ti precede, e che puoi seguire a qualche decina di metri di distanza, con un distacco di una manciata di secondi, utilizzando le luci di posizione posteriori, quei piccoli fari rossi che diventano di colpo più intensi al momento della frenata, come i rallisti usano il navigatore che siede al loro fianco (un mestiere ingrato, quello del navigatore: non capirò mai come si possa sedere al fianco di uno che guida come un forsennato, rischiando l’osso del collo e leggendo delle note, senza dare di stomaco alla seconda curva: una destra tre) per avere una visione anticipata della strada. Una visione che, col solo uso dei tuoi fari, al buio, non riusciresti ad avere.

Certo, la Salaria la conoscevo bene: ma avere un’auto-guida davanti, seguire le tracce di qualcuno come in una sorta di pedinamento, mi divertiva sempre.

Per iniziare a vedere quei piccoli puntini rossi che volevo raggiungere, mi bastò tirare qualche marcia e pestare un po’ più del solito sull’acceleratore. Niente di trascendentale.

Rimasi in effetti sorpreso nel constatare che quella macchina non si era spinta troppo avanti, e quanto facilmente l’avessi riacciuffata, considerata la velocità con la quale mi aveva passato mentre io ero fermo sul ciglio della strada a espletare le mie necessità fisiologiche: ero stato veloce a rimettermi in marcia, è vero, ma non così tanto.
Non me ne curai comunque più di tanto. Una volta raggiunta l’auto, decelerai, tornando alla mia abituale velocità di crociera, che mi accorsi ben presto mi era perfettamente sufficiente per mantenere invariata la distanza dall’auto-guida.

Guidando in totale relax, osservavo le luci rosse sul culo della macchina spostarsi a destra, o a sinistra, e scomparire nel buio preannunciandomi così una curva, che una volta percorsa me le faceva tornare nuovamente visibili, lì davanti a me, a una distanza che rimaneva invariata dall’entrata all’uscita.

Era però nei tratti rettilinei o quasi, curiosamente, che lo spazio tra me e l’altra auto si andava riducendo.
Dico curiosamente perché non ero io ad aumentare la velocità: era l’altra a ridurla. Rallentava sul dritto, il misterioso guidatore, non in curva, con un comportamento contro-intuitivo che turbava leggermente lo stato di armonia di quel viaggio notturno, e increspava la superficie della mia rilassatezza.
Rettilineo dopo rettilineo, breve o lungo che fosse, mi trovavo quindi a sollevare il piede dall’acceleratore per far sì che la distanza tra me e l’auto-guida rimanesse immutata. E, rettilineo dopo rettilineo, la mia pazienza diminuiva di una misura che non veniva mai recuperata completamente quando le curve riprendevano, e io potevo tornare godermi lo spettacolo e le segnalazioni più o meno inconsapevoli delle lucine rosse che, nel buio, svoltavano, sparivano, apparivano di nuovo.

Non ci volle molto per ritrovarmi stufo di tutto quel dover rallentare, molto più frustrante delle soddisfazioni ricevute nei tratti tortuosi, e decisi di cambiare tattica: invece di rallentare a mia volta, avrei accelerato, sorpassato quell’auto che da gradevole guida si era tramutata in un fastidioso tappo, e me la sarei lasciata alle spalle, proseguendo il mio viaggio nella notte al ritmo e al passo che più preferivo. I miei.

Dopo una nuova serie di curve, ecco finalmente davanti a me – a noi – un tratto di strada sufficientemente dritto e sufficientemente lungo per tentare il sorpasso: scalai marcia facendo doppietta, il motore salì di giri, pestai col destro e mi avvicinai all’auto.
Rimasi più sorpreso del dovuto – lo capisco ora – quando, finalmente a distanza di sorpasso, ebbi davanti agli occhi un’evidenza apparentemente ordinaria: l’auto-guida era una Panda come la mia. Rossa (bordeaux), come la mia. Stesso modello, anche.
Ecco perché – realizzai – anche a distanza quella sagoma scura attorno ai due occhi rossi che mi fissavano sempre mi era così familiare. Ecco perché, quando ancora ero fermo sul ciglio della strada con gli occhi puntati al cielo e qualcos’altro in mano, il rumore della macchina che mi passava alle spalle mi aveva scosso dai miei pensieri con tanta pungente intensità: perché era lo stesso della mia.

Nella frazione di secondo in cui mi rendevo conto di tutto questo, sollevai istintivamente anche il piede dal pedale dell’acceleratore. E, in quella frazione di secondo, svanì la possibilità di un sorpasso, la curva disegnandosi sinuosa di fronte ai nostri anabbaglianti che aprivano il sipario del buio.

Non dovetti attendere molto, però, per avere l’occasione di replicare la manovra di avvicinamento nel successivo, breve rettilineo. E rimasi stupito nel constatare che anche quella Panda lì, quella davanti a me, montava sul tetto un portapacchi, come il mio. Identico al mio.
E ancora una volta, il mio decelerare inconscio, la curva, il buio che inghiotte le luci rosse, il mio replicare la traiettoria.

Uscito dalla curva, la Panda gemella che mi precedeva non era lì dove avrebbe dovuto essere se avesse mantenuto la sua andatura. Me la ritrovai assai più vicina, segno che aveva diminuito la velocità.  Si sarebbe detto, quasi, che mi stesse aspettando.
Ma, non appena mi avvicinai quel tanto che sarebbe bastato per iniziare a ipotizzare un nuovo tentativo di sorpasso, accelerò improvvisamente, rubandomi il tempo e i metri di strada utili alla manovra.

La cosa si ripetè alcune volte e l’impressione che ne derivai era che lui, o lei, alla guida del veicolo che mi precedeva, avesse iniziato a giocare con me: forse per noia, forse per quella primordiale ansia di competizione che pare assalire chi è al volante quando due auto si ritrovano a percorrere la stessa strada in condizioni paritarie o quasi. Io mi avvicinavo, lei o lui mi permetteva di farlo, e poi venivo di nuovo allontanato. Un rituale di corteggiamento motoristico.

Infastidito, decisi che era arrivato il momento di farla finita: mi raddrizzai leggermente sul sedile, strinsi bene il volante con entrambe le mani, nella posizione classica delle dieci e dieci, quella consigliata dai manuali di guida di Miki Biasion e di Alain Prost letti da ragazzo, determinato a far valere la mia superiorità di pilota. Tenendo il motore in coppia, iniziai a tallonare la Panda che mi precedeva, cercando di uscire di traiettoria ogni qualvolta si apriva un piccolo spiraglio utile per il sorpasso. Contro di me, però, oltre al misterioso autista davanti, che ondeggiava quel tanto che bastava per chiudermi ogni porta, s’era messo anche il percorso: stavamo attraversando un tratto molto tortuoso della Salaria, e mi resi conto che avrei dovuto pazientare.

Così feci.
Senza perdere in concentrazione, lasciai una maggiore distanza tra la mia Panda e la sua, e decisi di aspettare, consapevole che dopo quelle curve e controcurve ci attendeva un rettilineo che mi avrebbe permesso di passare il mio rivale.
Quello, però, forse galvanizzato dalla mia apparente rinuncia, continuava a dargli giù, facendo stridere le gomme, e aumentando il suo vantaggio al punto da sparire dal mio orizzonte in tempi molto brevi.
Pensai che fosse meglio così, e mi rilassai.

Aprii un po’ di più il finestrino, spinsi nell’autoradio la cassetta di Simon & Garfunkel (il concerto a Central Park) che stava lì pronta nella fessura e mi abbandonai alla musica.

Quei due lì stavano cantando “Slip Slidin’ Away” quando, esaurite le curve, mi si aprì dinnazi il rettilineo che avrei voluto raggiungere per sorpassare la Panda. E lì, facendomi rimanere quasi a bocca aperta, la Panda procedeva lentamente, molto lentamente, come mi stesse di nuovo aspettando.
Non avevo voglia di ricominciare a fare giochetti, e procedetti senza variare la mia velocità, per ostentare un’imperturbabilità che non era mia.
D’altronde, nemmeno l’altra lo fece, mentre mi avvicinavo. E in pochi secondi divenne chiaro che ero davanti a un bivio: rallentare e accodarmi, o finalmente procedere al sorpasso, dato che nulla nel percorso me lo impediva.

Uno sguardo nello specchietto retrovisore, uno in avanti, la mano sinistra che si stacca dal volante e, nello stesso fluido movimento, si appoggia alla leva degli indicatori di direzione, spingendola verso il basso e dando così il via al tic-tac sonoro e visivo (verde sul cruscotto, giallo all’esterno) tipico della “freccia”.

Slip slidin’ away
You know the nearer your destination
The more you’re slip slidin’ away

La Panda davanti a me non modificò la sua andatura. O forse sì, andando impercettibilmente più veloce, ma non certo per impedirmi di passarla.
Sterzai leggermente a sinistra, uscii dalla sua scia e, lentamente, iniziai il sorpasso.
La differenza di velocità, a quel punto, era molto ridotta, e le due auto, identiche, si affiancarono lentamente.
Nel breve istante che precedette quello nel quale le due Panda si ritrovarono alla medesima altezza, iniziai a voltare la testa verso destra, sporgendomi appena in avanti, per osservare chi sedesse al volante dell’altra vettura, chi mi aveva accompagnato, preceduto, sfidato, ingannato per un lungo tratto di strada.
E, in quel medesimo istante, l’uomo (era un uomo) dell’altra Panda voltò il capo verso di me.

God only knows, God makes his plan
The information’s unavailable to the mortal man

Non ero pronto per quello che mi ritrovai a osservare. Non lo ero allora, e non lo sarei mai stato.
Lì, in quell’altra auto identica alla mia, nel buio della notte lungo la via Salaria, mi ritrovavo a guardare me stesso. Non un riflesso, sul vetro del finestrino, o sulla carrozzeria lucida, no. Nell’altra Panda, al volante, c’ero proprio io.
O meglio, c’era un altro me. Un secondo me stesso che mi sorrideva sereno, il volto incorniciato dal rettangolo del finestrino. Al crescere del mio sgomento, il suo sorriso si allargava.
Prima di sparire improvvisamente dal mio campo visivo (doveva aver frenato bruscamente, arretrando di colpo finendo fuori dal mio campo visivo), l’altro me ammiccò bonariamente, facendomi l’occhiolino e un cenno con la mano, col risultato di farmi venire i brividi.
Di colpo, due fari bianchi di fronte a me. Lampeggianti.

Sconvolto, eppure con quella lucidità che è figlia dell’adrenalina, rientrai nella mia corsia, e frenai a mia volta mentre il furgone che veniva nell’altra corsia mi malediceva suonando il clacson.  Guardai di corsa nello specchietto retrovisore, e vidi le luci anteriori dell’altra Panda che si allontanavano, e poi si spegnevano.
Mi fermai sul ciglio della strada, ebbi anche la prontezza di mettere le quattro frecce, e scesi dall’auto. Guardai dietro, e tutto quello che vidi fu il buio della notte.
Stavo impalato coi piedi sull’asfalto, illuminato a fasi alterne delle luci gialle che venivano dai quattro angoli della macchina, mentre dalle casse dell’autoradio, lo sportello del guidatore ancora aperto, Simon & Garfunkel cantavano “A Heart in New York”.

Il cielo era pieno di stelle, e tra gli alberi si sentivano frinire le cicale.

Improvvisamente, in fondo al rettilineo, due fari iniziarono ad avanzare lentamente verso di me. Rimasi immobile, non mossi un solo muscolo, nemmeno quando, passandomi al fianco in direzione opposta, il camion del salumificio Zoia suonò anche lui il clacson, questa volta come segno di saluto, o forse come protesta contro quel cretino che si era fermato così, quasi in mezzo alla strada.
Lo spostamento d’aria mi fece entrare qualcosa nell’occhio destro: chinai il volto, me lo strofinai, quello lacrimò leggermente.

Appoggiato alla mia Panda rossa, mi accesi una Gauloises, rossa pure lei, e fumai immobile, ascoltando “Bridge Over Troubled Water”.
Quando Simon e Garfunkel attaccarono “50 Ways to Leave Your Lover” (The problem is all inside your head, she said to me / The answer is easy if you take it logically) rientrai in macchina, chiusi lo sportello, accesi il motore e, dopo un’ultima, fugace occhiata allo specchietto retrovisore, ripartii.
In fondo alla strada, sopra le cime degli alberi e dei monti, s’intuivano ormai le prime luci dell’alba.

Just slip out the back, Jack, make a new plan, Stan
Don’t need to be coy, Roy, just listen to me
Hop on the bus, Gus, don’t need to discuss much
Just drop off the key, Lee, and get yourself free.

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Photo by A. L. on Unsplash

Federico Gironi è nato nel 1974 a Roma, dove vive. Laureatosi in Scienze della Comunicazione nel 1999 con una tesi sul cinema di Hong Kong degli anni Ottanta e Novanta, lavora dal 2001 anni come critico e giornalista cinematografico per il canale tv Coming Soon Television prima e per il sito internet comingsoon.it . Scrive o ha scritto su riviste come Cineforum, Duellanti, Panoramiques, Nocturno. Selezionatore per le sezioni Concorso e fuori concorso del Torino Film Festival, ha pubblicato saggi in volumi sul nuovo cinema indipendente americano, M. Night Shyamalan e il cinema USA dopo l’11/9. Guarda tantissimi film, ascolta molta musica, legge molti libri, scrive per gli altri e per sé. Ha anche adattato i dialoghi del musical Priscilla.
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