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Salgado: l’infinito in bianco e nero

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Quando da bambini si osserva un quadro astratto, la prima considerazione, la più spontanea,  sarà quella di sentirsi capaci di realizzare un’opera simile per l’elementarità di linee, forme e colori. Tale slancio verrà prontamente smentito dall’adulto che spiegherà quanto quel reticolo geometrico, a prima vista riproducibile, sia in verità un punto di arrivo, che si lascia alle spalle decenni non solo di tecnica e pratica ma anche di speculazione. Anni consacrati all’osservazione e al conflitto, scanditi da panorami mimetici acquerellati e da moti di rabbia sociale. Soltanto a seguito di tali passaggi sarà possibile dedicarsi all’astrattismo. Non si tratta, ovviamente, di una regola valida per tutta la casistica e delle volte, di sicuro, la genesi artistica di un uomo avrà sottostato a dinamiche ben differenti. È certo, tuttavia, che, con le dovute variazioni, tale legge sia l’anima di numerose parabole d’arte e che spesso, per riuscire a sfiorare i vertici, sia davvero necessario abbracciare il sacrificio in ogni sua declinazione.

Lo stesso che avviene nell’iter di maturazione di un individuo. Affinché questo divenga consapevole del suo essere e ne comprenda i più arcani meccanismi, sarà importante guardare laddove vi sono ombre e silenzi, prendere confidenza con le regioni impervie e indecifrabili della propria personalità, affrontando il dolore di un bilancio fallimentare o la nostalgia di un incanto perduto.

I primissimi piani del fotoreporter brasiliano Sebastião Salgado, di cui è costellato l’ultimo film-documentario del tedesco Wim Wenders, vanno dritti al centro della questione e hanno l’intensità giusta per raccontare la sofferta curva spirituale (in primis) e artistica di uno dei fotografi più famosi al mondo che, solo dopo aver immortalato a lungo il paradosso malvagio che contraddistingue l’uomo, è riuscito, alla fine, ad approdare a Genesis, preghiera d’amore immensa che in 245 scatti celebra la natura incontaminata.
Il sale della terra, questo è il titolo dell’ultimo lavoro di Wim Wender, coregista insieme al figlio, Juliano Ribeiro Salgado. Menzione speciale della giuria alla 67°edizione del Festival di Cannes e ospitato, lo scorso ottobre, nella sezione Wired Next Cinema presso il MAXXI, al Festival Internazionale del Cinema di Roma, The Salt of the Earth si dissocia dalle classiche categorie che contraddistinguono il genere documentaristico e diviene una sorta di viaggio (a tratti una catabasi) nell’esperienza di Salgado, in cui l’occhio del regista si mantiene a margine, senza mai interferire nel rapporto che si instaura fra il fotografo e il pubblico emozionato.

Ci troviamo di fronte a un’opera che, baciata dalla fortunata alternanza fra il lirismo di Wenders e l’approccio più concreto del figlio, si rivela unica, cosmogonica e a tratti dotata di una struttura (ben venga) poco coerente e compatta. Se lo scopo è quello di indagare la storia dello spirito, oltre che delle inquadrature, del nostro brasiliano, scortandolo fin nelle più tormentate crisi di coscienza e facendo tesoro del suo immenso cordoglio per un’umanità in perenne contraddizione, allora è ovvio che Il sale della terra non sarà che una serie di passaggi bruschi tra fasi e registri artistici diversi. Per due ore si seguirà il peregrinare di un uomo in giro per il mondo e questo obbligherà a sezioni narrative disomogenee e a trasferimenti (fisici e di stile) non sempre giustificati con scrupolo. Non sarebbe potuto accadere altrimenti, in quanto la grandezza di quest’operazione sta proprio nell’abilità dimostrata dalla duplice regia di riprodurre, attraverso tali sbalzi, un fedelissimo campione dell’umano.

Salgado, come Dante, si precipita nella rovina, si seppellisce vivo in gironi infernali pieni di folla e tormento e, senza alcuna retorica, si fa testimone di questi scenari e trova sempre l’inquadratura giusta (che pare  la sola possibile) per eternarli.

Che sia la Serra Pelada con i suoi cercatori d’oro, schiavi di alcuno se non dell’oro stesso, o il deserto del Sahel o il genocidio del Ruanda. Si tratti delle stragi etniche della Bosnia o delle fiamme, alte come grattacieli, nei pozzi petroliferi incendiati da Saddam nel Kwait. Le sue foto riescono sempre a restituire un senso orizzontale del tempo di quel luogo, di quello sterminio, del volto di quell’individuo: una cronologia che parla del prima e del poi, congelando l’adesso in un frammento di ineluttabilità. Il fotografo – in un suo primo piano su fondo nero, calvo e con le rughe messe in risalto dalla luce sparata, rughe che sembrano custodi, più ancora degli occhi, di tutto ciò che è stato visto – riflette sulla morte e sulla percezione, ben distante dalla nostra, che ne hanno i popoli latini, ossequiosi nei confronti dei vari rituali religiosi ma poco vittime del formalismo funebre, quindi meno terrorizzati dal concetto di fine, accettato con più naturalezza che nel costume occidentale.

Molti dei suoi scatti ruandesi sono in grado di riconsegnare l’impellenza della morte che abitava quei precisi istanti: colline di corpi ammassati trascinati da ruspe come fossero zolle di terra, sguardi di neonati velati e assenti, uomini già scheletro seduti accanto a cadaveri, con i primi difficilmente distinguibili dai secondi. La vita è così lontana da qui che lo sgomento per la morte non ha alcun significato, tanto questa è prossima, tanto è familiare. Gli occhi di Salgado hanno visto e le sue foto, come un poema epico, non sono altro che la storia dei paesi e popoli da lui visitati, la storia nell’accezione più etimologica del termine, come ispezione visiva. Abbiamo a che fare con una dialettica incessante fra la cifra oggettiva e univoca degli episodi da lui fotografati e la reazione personalissima che ne consegue in ognuno di noi. Proprio tale ossimorica “oggettività intimistica” consente all’osservatore delle sue opere di avere una finestra su questo strazio collettivo, altrimenti destinato a rimanere lontano dalla sua sensibilità o a essere comunicato in maniera cronachistica e benpensante dai servizi dei telegiornali.

Wim Wenders, durante la pellicola, chiarirà la sua esigenza di rivelare al grande pubblico – con due anni di lavorazione, decine di ore di girato e un titanico montaggio – l’avventura del globe-trotter di Aimorés, come anche l’aneddoto relativo alla scoperta della sua fotografia. “Quasi un quarto di secolo fa avevo comprato due stampe di un fotografo di cui non conoscevo bene il nome. Le avevo appese sopra la mia scrivania, e sentivo che quelle due foto mi parlavano. Da allora il nome di Salgado mi è diventato familiare”.

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La prima (dalla raccolta La mano dell’uomo. Workers) è la foto di un cercatore d’oro appoggiato a un palo, mentre tutti attorno, a migliaia, continuano a lavorare. La postura, la fisicità classica, la presenza del palo alle sue spalle e la traiettoria dello sguardo, quasi distratto, del giovane uomo sono tutti elementi che riecheggiano in modo impressionante l’iconografia tradizionale del San Sebastiano martire.

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L’altro scatto ritrae una donna del Mali che, nonostante sia cieca per un’infezione contratta agli occhi, fissa comunque l’obiettivo della fotocamera con sguardo fiero e consapevole.

Proprio quest’ultima immagine, come molte altre, si fa testimonianza del tacito accordo fra Salgado e i soggetti di ogni sua foto, che scelgono di essere fotografati e non vengono mai saccheggiati furtivamente del loro male, della loro fatica o della loro miseria.

La maestria sta proprio in questa scelta: conferire piena dignità all’oggetto della propria arte, senza mai spiare, senza mai cedere alla fretta, instaurando un rapporto vero e proprio con esso, fatto di condivisione e attesa.

Il regista del Cielo sopra Berlino, per tutta la durata del documentario, ci affida alla vista, all’azione del guardare, lasciandoci in balia di scatti e riprese video, confusi fra la fissità di una foto che ci scruta dentro e il movimento continuo dei vari fotogrammi. Ci troviamo costretti a decifrare ogni aspetto senza mai tralasciare questa chiave interpretativa: lo stesso rapporto con l’amata moglie Lélia, così come con il figlio Juliano Ribeiro, va svelato attraverso gli occhi.

La prima foto in assoluto scattata da Salgado fu a Lélia, in finestra, a Parigi, bellissima.

Juliano decide allora di conoscere più a fondo il padre, grande assente della sua infanzia, e lo fa osservandolo e filmandolo durante i suoi viaggi, come se questo fosse il solo modo per penetrare davvero l’essenza di un’anima, medesimo parere di Wim Wenders che, attraverso questo prezioso lavoro, riesce a farci intravedere il magnifico ingranaggio che sta dietro le lenti della sua Leica (poi nel tempo sostituita con una Canon Mark III) e soprattutto dietro il suo sentire. Il sale della terra è il racconto di un inguaribile senso di colpa, che è quello nei confronti degli scempi compiuti dall’uomo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze su questo pianeta (denunce che suonano ancor più autorevoli e fondate vista la sua formazione economica), dell’infanzia rubata a milioni di innocenti. Il senso di colpa alberga nell’animo di Salgado stesso, scaturito dall’antinomia esistente in ogni sua foto: la contraddizione fra la resa estetica perfetta di un attimo immortalato e l’orrore che vi è dietro. La spettacolarità del male.

Verranno confessati, infatti, momenti di profonda crisi personale, le lacrime che seguirono molti dei suoi lavori, soprattutto in occasione dei genocidi africani e delle terribili migrazioni. Dopo aver scoperto che un uomo è in grado di sopportare l’insopportabile e che proprio questa sinistra resistenza regge il peso del genere umano, egli potrà dire di essersi avvicinato talmente tanto al male da aver frantumato il suo cuore. Si interrogherà sulla missione di fotoreporter e si definirà contagiato, non da uno di quei virus letali diffusi nelle zone sottosviluppate, ma da un morbo ben più nocivo che infetta e guasta lo spirito.

Salgado – rappresentato per vent’anni dalle più prestigiose agenzie del mondo, come Sygma, Gamma e Magnum, e poi, dal ’94, freelance – riuscirà a mettersi in salvo solo con Genesis, uno studio che torna alle origini, ricercando la giustificazione più antica nella natura.

Suddivisa in cinque sezioni (Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia e il Pantanàl), questa raccolta, un accorato monito, si propone di testimoniare quei casi in cui ancora sono possibili armonia e equilibrio fra ambiente e specie viventi.

La soluzione che Salgado trova al lutto e al decadimento risiede nell’idea di ciclicità: il ritorno certo e necessario di tutto ciò che un tempo è stato, il ritorno alla bellezza più remota.

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Lo stupore di uno sguardo, allora, tornerà alla zampa antropomorfa di un’iguana marina delle Galapagos.

Lui al suo amato Brasile.”Qui sono nato ed è qui che morirò, il ciclo sarà chiuso”.

Bianca Maria Sacchetti, marchigiana, studia a Firenze Lettere Classiche. Dopo aver lavorato in ambito editoriale è attualmente autrice e conduttrice tv.
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