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Salotto (un racconto di Gregorio Magini)

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Questo racconto è uscito sul numero 5 della rivista “The FLR”, che ringraziamo.

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Salotto

di Gregorio Magini

S’incontrano in salotto, lei che rientra mentre lui, correndo per evitare d’incrociarla, fa per uscire. Ma troppo tardi. Si ferma a fare due chiacchiere per non insospettirla. Si posa sul divano lasciandole la seggiola. Il salotto è tuttora quasi vuoto, unici altri mobili sono uno schermo parabolico che attira la polvere, una piantana che si è rotta durante il trasloco e uno sgabello che nella casa vecchia stava in cucina e ora usano, in via temporanea, come attaccapanni. Due finestre guardano a est verso il cielo pulito e le discese di tegole e terrazze.
L’eredità. Credeva che avrebbe avuto almeno il coraggio di nascondere la sua colpa tacendo, ma gli è venuto il dubbio di non avere neanche la pseudovirtù di saper tenere la bocca chiusa. Il suo piano era semplice: comprare casa per dimenticare la menzogna dell’eredità seppellendola nell’abitudine. Ma dal rogito sono passati mesi e dal trasloco settimane, e non solo non si è abituato a nulla (ancora al risveglio non si ricorda dov’è) e non ha smesso di pensare all’eredità ma è il contrario: ora il bisogno di confessare lo tormenta allo stesso modo in cui fino a qualche anno fa lo tormentava la voglia di sesso. Così lotta per tacere e si nasconde, mentre sua moglie, ormai messa in allarme dal suo ritrarsi, fattosi sistematico – mai un secondo, sempre milioni di cose da fare, sedici ore di lavoro al giorno anche la domenica, e nervosismi grotteschi e nemmeno un abbraccio nel letto – sembra pensare “via, su, Ale, fuori il rospo e facciamola finita”. Forse immagina un tradimento. Sono stati molti – nessuna confessione, ma in vent’anni qualcosa deve aver captato. C’è stata addirittura, tra il 2002 e il 2006, un’amante fissa come si usava una volta, una vera e propria storia d’amore nella storia d’amore, e in quei cinque anni ha avuto anche un paio di sotto-amanti di breve durata, e prima, durante e dopo c’è stata una dozzina di incontri occasionali, tradimenti di terzo grado. Forse è insicura sulla reazione che dovrebbe o vorrebbe avere, se chiedere il divorzio, se fare spallucce, o una via di mezzo. Certo non sospetta di avere un marito ladro e infame, uno che ha sottratto a alla propria sorella duecentocinquantamila euro di eredità per raddoppiare quelli di sua moglie e comprarsi un centosessanta metri quadrati in zona pedonale. Si è messa a parlare di politica, come fa quando lo vuole annoiare: “…Fake news? Ma se le notizie sono sempre state tutte false…”
Alessandro resiste all’impulso di mordersi la lingua e si limita a espirare. Una semplice e silenziosa fuoriuscita di aria dalla bocca, che non tradisce, spera, particolari sfumature emotive. Qualcosa comunque accade: qualcosa lo risucchia all’indietro, ma il suo corpo resta lì dov’era, cioè seduto sul vecchio divano che butteranno non appena arriveranno dalla Danimarca i mobili che hanno ordinato. Ha la schiena curva, le braccia sulle ginocchia e le dita intrecciate, come fanno le persone che ascoltano. Valentina, anche lei piegata in avanti, si regge il polso destro con la sinistra e gioca con l’orologio. Le loro teste non sono lontane, il casco corvino e la calvizie tra i boccoli argentati, moglie e marito che parlano di attualità, sono lì sotto, a mezzo metro di distanza. Il campo visivo si espande, il pavimento s’inarca e il bracciolo sinistro del divano si innalza, e lo stesso fa il bracciolo destro, finché non si ritrovano accanto e il divano è un ferro di cavallo, Alessandro seduto in fondo come su un’altalena. Ha un occhio di 360° adesso, e quando sbatte la palpebra, si chiude e si riapre come l’involucro di una sfera. Il pavimento è a forma di vela. Valentina è schiacciata e diagonalizzata, il quadretto sulla parete di fronte, che se n’era rimasto fino ad ora come al solito inosservato sullo sfondo, si è estroflesso a dismisura e ondeggia nel centro. È una stampa digitale di un quadro di Kandinskij, Alcuni cerchi (1926): una popolazione di cerchi di varie dimensioni, colori, livelli di opacità, fluttua sopra uno sfondo nero. Alcuni hanno bordi, aloni, corolle, aureole o atmosfere. Il cerchio più grande, color blu di Persia, occupa circa un ottavo del dipinto nella zona centrale (un po’ spostato verso l’alto e a sinistra). Al suo interno è racchiuso, tuorlo nell’albume, un cerchio che è di un nero più scuro dello sfondo, e nella sua notte fonda, incongruamente, brillano le stelle. Anche in casa vecchia Alcuni cerchi era appeso in salotto, o meglio nella piccola ma confortevole cucina-soggiorno, e ad Alessandro piaceva mostrarlo agli ospiti e parlare dello spazio, del fatto che suggerisce i pianeti, ma pianeti più domestici e umani di quelli del sistema solare, pianeti che si accoccolano gli uni vicini agli altri e si scaldano a vicenda, invece di roteare furiosamente e meno male che roteano, ché se non lo facessero finirebbero per schiantarsi uccidendo tutti quelli che ci abitavano sopra. Invece gli Alcuni cerchi ora non sono più pianeti, bensì occhi, occhi nel cielo nero che guardano, controllano, penetrando tutti gli schermi perché non assorbono luce, ma generano punti di vista.
Ora la sfera del campo visivo si rimpicciolisce fino alle dimensioni di una palla da biliardo, poi di una biglia. Dentro, tutti i dettagli sono ancora perfettamente visibili: il quadro di Kandinskij, Valentina, il divano a ferro di cavallo, lui stesso sempre curvo e immobile. All’esterno della biglia, ci sono delle cose che si muovono. Strani oggetti compiono movimenti a metà fra la danza e la geometria attorno alla biglia in cui è rimasta incapsulata la realtà.
Finalmente Alessandro si spaventa. Si accorge che non può tornare indietro, cioè giù nella biglia, o almeno non ha la forza di volontà di farlo, né può muovere il suo corpo laggiù, né può respirare, se è per quello. Gli resta solo la facoltà di spostare l’attenzione, considerare i dintorni della sfera e verificare che non sono deserti ma sono anzi popolati da solidi geometrici, non sfere, cubi o piramidi ma oggetti irregolari ed enormemente più complessi. Sono connessi tra di loro tramite segmenti aggiuntivi di diverse lunghezze, simili alle cime tese tra i velieri con i rampini per l’abbordaggio. Piroettano e si contorcono senza sfiorarsi, uniti solo tramite quelle connessioni, che a loro volta, come fari traccianti o come sguardi, ne seguono gli spostamenti. Compiono, saltuariamente, movimenti bruschi che li riconfigurano e si ripercuotono a cascata sulle altre forme, facendo saltare le connessioni esistenti e creandone di nuove. Fanno provare ad Alessandro dei sentimenti complessi e rari.
Gli appare una sera di qualche giorno fa: era andato su YouTube a riguardarsi quei vecchi filmati Telethon con i bambini ritardati, ce n’erano di vari tipi, con i Down, gli autistici, gli epilettici, quelli con la sindrome di Rett che si torcevano le mani e lanciavano i gridolini, e poi c’erano quelli che volevano sempre giocare con l’acqua e sorridevano sempre. All’epoca detestava la violenza di quelle trasmissioni che volevano ingozzare di pietà gli spettatori per estorcer loro l’elemosina. Ieri aveva assaporato l’amaro della propria violenza di uomo buono e ora si chiede se confesserà e a cosa serve confessare. Una ridda di strade gli si affaccia nel pensiero, ed è quando si avvede che le opzioni stesse appaiono come forme geometriche arricchendo l’ecosistema, che si rende conto con sgomento di essere caduto nella sua stessa mente.
Vede il sistema sociale che gli ha consentito tutto questo – la battuta di ieri prima di addormentarsi: “Amore, quante persone abbiamo dovuto calpestare anche solo per garantirci un tetto”; gli investimenti oculati dei genitori; Rosalba che gli tira pugni sul petto e sorride; la diligenza nello studio e poi nel lavoro alimentata dall’ansia di piacere; le spinte omosessuali sopite di entrambi; l’abilità nel nascondere a se stesso le crisi depressive – quella giornata sugli scogli in Costa Smeralda, in cui era stato un miracolo che non avesse sfracellato prima lei e poi se stesso nell’acqua bassa e turchese – ma tutto passa e anche lo scampato suicidio diventa un’occasione persa; quei litigi pesanti e viscidi come barili di petrolio, per il primo figlio e poi di nuovo per il secondo figlio; i figli voraci; gli amici cordiali e distratti; la voglia di dominare il destino, la sete di sangue.
Uno sferoide grigio e setoso, che perde gocce della propria sostanza, gli appare senza possibilità di errore come la sua stanchezza, il concentrato informe della sua voglia di sparire, di non andare a lezione, di smettere di abbindolare i suoi studenti con la propria ignoranza. Ignoranza che è lì, una stella scura, lucida, riflettente, che rotea minacciosamente su se stessa e lo sfida a superarsi, a sacrificarsi forse.
La povera Rosalba di quei quattrini non avrebbe saputo che farsene, la casa di cura è l’unica cosa di cui ha bisogno e quella è coperta più o meno a vita, sempre che non si trascini fino ai cent’anni, anche se per quadrare il cerchio ha dovuto metterla dalle suore che sono più schiette delle infermiere della clinica di prima, ma tanto anche quello, Rosalba mica se ne rende conto. Quelli che amano l’acqua e sorridono sempre, si chiama la sindrome di Angelman. Certo non poteva lasciare che se li mangiasse l’inflazione. No, deve andare. I cinque minuti obbligatori di chiacchiera con Valentina stanno finendo e la potrà salutare con il loro bacio dei saluti e lei rimarrà lì qualche istante sulla seggiola mentre lui scenderà le scale a due a due per darsi l’abbrivio, e poi si alzerà per fare chissà che, pensando a chissà che, questa persona che abita ogni istante della sua vita da vent’anni e ogni istante diventa un po’ più chissà che.
Tutte false, le notizie. Eccola lì, dentro la biglia, mentre ancora la parola “false” echeggia sulle sue labbra, l’aria preoccupata, un po’ confusa, ed eccola là, fuori dalla biglia, l’idea viva di lei, un simbionte di lingue e petali rosei che lambiscono centinaia di altri oggetti e proiettano quasi ovunque le loro connessioni sottili, traslucide, facili a spezzarsi ma pronte a rinnovarsi altrettanto facilmente. Valentina pulsa nel sensorium, rassicurante, emolliente ma anche oppressiva nella sua semplice necessaria presenza.
Anche la parola “false” ha un suo corrispettivo, un trancio bruno a zig zag di angoli acutissimi. Ha un singolo peduncolo connettivo che ne scende come una liana, lunghissima. Lo segue con difficoltà nella folla ondeggiante, con angoscia crescente perché pare inoltrarsi in un vasto quartiere di forme imponenti e minacciose. Intorno, volteggiano e sfrecciano dei triangoletti. Sono i pensieri verbali, che passano lanciando gridolini prima di perdersi senza lasciare traccia.
“Quanto sono inutili”, pensa Alessandro, e il pensiero stesso della loro inutilità è uno di loro, pigola sconfortato e vola via.
La connessione, che ha seguito come un astronauta quando si aggrappa al cordone ombelicale, penetra dentro un costrutto dall’aria più solida e regolare degli altri che riconosce subito come la sua casa, non la sua casa reale (quella sono piuttosto dei listelli bianchi che si proiettano nelle vicinanze della biglia, come un’impalcatura ancora abbozzata, incerta tra la freschezza di una situazione nuova e potenzialmente accogliente, e la malinconia di un lavoro incompiuto), quanto piuttosto la sua casa interiore, il luogo in cui normalmente la sua coscienza abita e prende le sue decisioni. Tozzo e squadrato, ora che lo vede da fuori non gli pare il luogo migliore dal quale condurre un’esistenza. È pieno di buchi e rattoppi e feritoie da cui escono, o in cui sono conficcate, lunghe aste di ferro.
Il peduncolo di “false” si immette nella casa, attraversando l’atrio, direttamente nel salone centrale, in cui alberga un essere ingrugnito, che si rivela l’altro capo della connessione. È un larvone amorfo, pieno di bolle oleose. Tremola nervosamente e pare impegnato nel controllare, con timore e rancore, le connessioni in arrivo. Non che abbia occhi o, a quanto pare, altri organi di senso.
Alessandro pensa “sono cieco” e si cerca le mani senza vederle, dimentico per un istante di dove si trova.
Il padrone di casa si agita ancora di più, si muove ondeggiando scompostamente. A forza di agitarsi entra in fibrillazione e inizia a emettere luce. Ora è un ventre teso e screziato di una strana peluria e di filacce biancastre. Ingabbiata al suo interno, brilla una seconda biglia, che contiene una versione subordinata di quella dimensione esterna, è affollata dall’identica popolazione geometrica, in miniatura ma perfettamente definita. Nel centro del centro, mentre il padrone di casa ormai ulula di terrore, la biglia nella biglia, con il salotto con le pareti tinte di arancio dal tramonto che penetra attraverso due grandi finestre sulla parete ovest, da cui si vedono, sotto un cielo del colore di un tuorlo, i tetti in fiamme e i teli sulle terrazze che svolazzano freneticamente e sembrano i denti di una bocca deformata in un sorriso perenne.
Schizzano attraverso il salone centrale due parole/triangoli: “Cosa sono?”. Il padrone di casa si immobilizza e si spegne, “come ucciso dalla paura”, sono le altre quattro parole che Alessandro vede passare a grande velocità. Adesso il padrone di casa è nero pece, il suo mondo interiore è tornato invisibile e pare morto. Alessandro distoglie lo sguardo con orrore e tutto intorno esplode e precipita in un gorgo.
Riapre gli occhi che non aveva mai chiuso e si ritrova sul vecchio divano, la testa china verso Valentina, che ha l’aria preoccupata, un po’ confusa. Gli Alcuni cerchi occhieggiano dalla parete opposta del salotto. Inspira.
“Tutte false, già,” dice alzandosi in piedi e dandosi un’aggiustata ai pantaloni di flanella, “ma è impossibile non credere in niente.” Prende il cappotto dallo sgabello-attaccapanni esclamando: “Si è fatto tardi! Amore scappo – a stasera.”

Gregorio Magini (1980), dopo l’esordio con La famiglia di pietra, ha pubblicato In territorio nemico (minimum fax 2013, da coordinatore) e Cometa (Neo 2018).

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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