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Salvatore Scibona e il peso della storia

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Lo scrittore americano, di origine italiana, Salvatore Scibona, classe 1975, era nato da meno di un mese, quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, evento che rappresentò simbolicamente la fine della guerra. Il Vietnam è stato per lui anche una questione di famiglia.

Il conflitto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha lasciato il segno più forte nella nostra cultura è lo scenario da cui si sviluppa il secondo e potente romanzo, Il volontario (66thand2nd, 439 pagine, 20 euro, traduzione di Michele Martino), di Scibona è tra le voci più interessanti della letteratura nordamericana. La ricerca fondamentale, che il libro esplora, è come una persona possa diventare realmente sé stessa e comprendere il mondo, non cercando qualcosa ma perdendo tutto.

La scena di apertura è situata nell’aeroporto di Amburgo nel 2010 e si gioca su un’opposizione: c’è un bimbo abbandonato che cerca di orientarsi, e il padre, Elroy, un reduce dall’Afghanistan in fuga. Il personaggio principale è Vollie Frade, padre adottivo di Elroy, che muove l’azione, scegliendo all’età di 17 anni di arruolarsi e partire per il Vietnam, dove sarà prigioniero. Il volontario sovrappone le storie di quattro generazioni di americani nell’intreccio tra la grande Storia e le scelte individuali.

Scibona, che cosa rimane della guerra in Vietnam nell’immaginario e nella società americana?

«Durante la Seconda Guerra Mondiale mio nonno è stato un marine nel Pacifico del Sud, mentre mio padre lo è stato in Vietnam. Nella mente degli americani l’esito di questi conflitti bellici si frappone ed è totalmente differente. Le scheggie di una granata hanno sfigurato il volto del nonno, che è stato ricostruito con una dozzina di operazioni strazianti. Un sacrificio terribile ma considerato dalla società per una causa giusta. Il Vietnam invece è un errore senza valore».

I due si sono confrontati sulle rispettive guerre?

«Non avevano un’anima politica, ma ne discutevano. Un giorno in cucina, il nonno gli domandò, rispondendosi: “Per quale ragione sono morte tutte quelle persone? Per nulla”. Mio padre si sentì oltraggiato e lasciò la casa. Col tempo ha dovuto maturare la stessa dolorosa conclusione. La memoria di quella guerra svanisce e i testimoni diretti stanno scomparendo. Il Vietnam non è più al centro delle conversazioni, tuttavia persiste il senso letale di vuoto, interiorizzato nella coscienza nazionale in quel periodo».

Qual è il riflesso nella relazione tra i cittadini e le istituzioni?

«Le bugie compromettono la qualità della democrazia. Sul Vietnam chi aveva responsabilità politiche e militari ne ha pronunciate molte, incrinando la fiducia nelle istituzioni. I veterani, le loro famiglie e più in generale il Paese lo hanno ritenuto inconcepibile. Da allora i cittadini si sono assuefatti al sospetto tossico che il governo possa mentire, quando conviene. L’insensatezza di quella guerra ha discreditato le istituzioni e ha alimentato il cinismo di chi dubita che si possa mai sapere la verità e dunque è inutile agire».

Vollie come si pone rispetto ai genitori e alla scelta di arruolarsi volontario per il Vietnam?

«Da bambino ha vissuto un’esperienza spaventosa ma trascendente. A scuola è stato esposto al rischio della meningite. I genitori lo spogliano e lo immergono nell’acqua per un bagno. Dalla finestra scorge il padre dare fuoro ai vestiti che aveva indossato. Nel suo immaginario lui brucia insieme ai panni e viene sopraffatto dalla paura. La visione del mondo che comincia a costruirsi in quel momento orienta la sua vita. In quel campo è bruciato il suo “io” che lo divide dal mondo. Il Vietnam è un’ulteriore forma di distacco. Quando cresce e sperimenta l’asprezza della guerra, prende forma in lui la speranza che possa lasciarsi alle spalle il suo “io” per sempre eppure continuare a vivere».

Qual è la conseguenza dell’azzeramento dell’identità in rapporto al peso della Storia?

«Il lettore può individuare nel romanzo l’influenza della politica e della Storia, ma la lealtà dello scrittore si mostra ed è rivolta alla persona. Non raffiguro quelle forze direttamente, come se fossi uno storico o un filosofo, ma il modo in cui piegano il personaggio che assomiglia a un albero curvato dal vento. La guerra esalta il conflitto tra l’individuo e la Storia. Per uno Stato il soldato corrisponde a una particella nella massa. Quando Vollie si trova a Khe Sanh, vede i nord vietnamiti andargli incontro come se fossero una marea. Lui stesso è parte di una marea opposta. Ma il romanzo lo tratta come un individuo. La letteratura è un antidoto alla disperazione che possiamo provare di fronte alla potenza sovrastante della storia».

Lavorare dieci anni al romanzo in che modo l’ha cambiata? 

«Devo ammettere che ho iniziato a condividere la speranza di Vollie di diventare un “nessuno”. Non credo che siamo i soli ad aver intravisto questa strada attraverso l’amore, la musica e la natura. Volevo provare le conseguenze della scelta di vivere in modo così indipendente. Il volontario affronta questo esito nell’arco dei quarant’anni successivi nella vita di Vollie. Scrivendo il romanzo, mi ha cambiato la scoperta che il costo di tale indipendenza ricade primariamente sugli altri».

E come ha visto cambiare gli Stati Uniti?

«Si è esarcebata l’incapacità di parlarsi. Le stesse istituzioni, che dovrebbero lavorare al di sopra delle parti e delle differenze politiche, sono in discussione. Esiste una divisione sempre più profonda tra le grandi aree urbane e il resto del Paese».

Qual è il posto della letteratura nel nostro mondo caotico?

«Leggere un romanzo in solitudine e al caldo di una stanza ben illuminata, mentre la casa sta bruciando, potrebbe sembrare un esercizio d’indulgenza. Ma la “parola giusta” di Flaubert costituisce la cura al disprezzo politico. Cercare la parola giusta significa ricostruire ciò che la politica dell’insensatezza ha tentato di distruggere».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a “Salvatore Scibona e il peso della storia”
  1. Luca Tomassoni scrive:

    Intervista incisiva e magistrale, da leggere e rileggere. Grazie.

  2. Gabriele scrive:

    Grazie Luca, per la lettura e per il complimento. Un caro saluto

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