Salvemini e la campagna in Libia

Questo articolo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Perché siamo andati in Libia? Esattamente cento anni fa, non in queste settimane, Gaetano Salvemini si pose questa domanda in un paese che si stava avviando verso il suo più colossale disastro coloniale sull’altra sponda del Mediterraneo. La Storia ha i suoi corsi e ricorsi, e quanto avviene oggi in Libia – anche se in gran parte determinato dallo straripare della primavera araba in tutto il Maghreb – rivela ancora alcune cicatrici di quel passato lontano.
“Sia il quando, sia il perché, sia il come della impresa libica non si spiegano, se non tenendo presenti la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane,”, scriveva Salvemini. Allora il vento nazionalista che soffiava sul fuoco della conquista della Libia era fortissimo. Tanto forte che quell’impresa fu subito dipinta come una “fatalità storica”, necessaria all’Italia per sedersi al banchetto delle grandi potenze europee. In pochi ebbero la forza e il coraggio intellettuale di opporsi, e Salvemini fu sicuramente la voce più lucida tra gli oppositori dell’intervento bellico.
Aveva cominciato a criticare le fondamenta dell’azione militare già su La Voce di Prezzolini. In seguito, distaccandosene per l’atteggiamento troppo tiepido della testata nei confronti del governo, fondò un proprio settimanale, L’Unità, che proprio a partire dalla questione libica avrebbe animato il dibattito politico italiano per tutti gli anni dieci del secolo scorso. Scriveva Salvemini nell’editoriale di apertura del primo numero de L’Unità che il nazionalismo non è solo un movimento antidemocratico: “è soprattutto la volontà arbitraria di negare i problemi della nostra vita interna e di farli dimenticare con diversivi di avventure diplomatiche e militari, a vantaggio di tutti quegl’interessi parassitari e antinazionali che da un vigoroso sforzo di riforme interne uscirebbero distrutti”.
Tutti gli articoli di Salvemini sulla Libia sono stati in seguito raccolti nel volume Come siamo andati in Libia (Libreria della Voce 1914). Oggi è possibile consultarli in Come siamo andati in Libia e altri scritti dal 1900 al 1915, il primo dei quattro volumi delle Opere Complete di Gaetano Salvemini dedicati agli “Scritti di politica estera”. La monumentale collana è stata realizzata dalla Feltrinelli negli anni sessanta.
Gli scritti sulla Libia dimostrano chiaramente il suo grande interesse per le questioni di politica estera. Ma rivelano anche qualcos’altro. Il principale obiettivo polemico dello storico pugliese non era il governo, ma soprattutto la mistificazione giornalistica ordita dalla principali testate italiane. Una mistificazione tesa a dipingere la Tripolitana come una nuova terra dell’Eden, tanto fertile da poter accogliere centinaia di migliaia di italiani affamati. A tal scopo vennero perfino stravolte le traduzioni di Erodoto e Plinio per dimostrare come un tempo quella terra fosse ricchissima. A fine novembre nel 1911 (la guerra fu dichiarata in settembre) la campagna giornalistica aveva già prodotto, oltre al sostegno all’intervento, la richiesta di 21mila passaporti, soprattutto da parte di contadini meridionali.
Ma tutto ciò era falso. La Tripolitania era solo uno scatolone di sabbia: “Il guaio è che l’ipotesi della ricchezza naturale è fondata, salvo che per qualche ristretta zona della Cirenaica, su una colossale mistificazione giornalistica. Il suolo tripolino è esausto, assetato, malarico, disboscato, ingrato più che l’Italia meridionale. Ad affermare ciò siamo in pochi oggi in Italia, contro la valanga dei falsari, dei geografi, degli esploratori, degli agronomi e degli economisti tripolini improvvisati”.
L’intera comunità nazionale fu abbacinata da quei resoconti, e spinse il governo giolittiano a una guerra più lunga del previsto. Rileggere oggi questi scritti permette di avvicinarci alle origini del colonialismo italiano, all’inizio di una serie di nefandezze che raggiungeranno il loro apice negli anni trenta, quando il fascismo decise di usare il gas contro i civili.
Una volta che la guerra ebbe inizio, Salvemini in modo molto pragmatico consigliò di chiuderla in fretta e di limitarsi al controllo della costa libica, di non addentrarsi nell’interno. Ma, anche in questo caso, almeno nelle intenzioni, si volle far prendere al corso degli eventi un’altra piega.
Il resto è storia nota. La seconda guerra mondiale, il crollo del fascismo, la fine delle colonie, l’indipendenza della Libia, la creazione del regime di Gheddafi, quarant’anni di dittatura. E poi, la rivolta di questi mesi, la repressione del rais, l’intervento occidentale.
Sono passati esattamente cent’anni da quegli scritti di Salvemini. Fosse stato vivo nel 2011, non avrebbe esitato un istante a cogliere la portata dei rivolgimenti nel mondo arabo, e a definire Gheddafi per quello che è: un tiranno sanguinario al comando di uno stato totalitario, con cui non si può avere alcun rapporto. Il fatto che si sia presentato sulla scena come leader post-coloniale non allevia le sue colpe. Ma tant’è, la storia delle classi dirigenti italiane (e non solo di esse) è fatta di leggerezza e incultura, e forse anche di fatuo pappagallismo.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “Salvemini e la campagna in Libia”
  1. Mariateresa scrive:

    Questa guerra è davvero orrenda. Ho sentito parole sensate solo dal cardinal Martinelli stamattina al gr1 delle 8 e poi non più, l’eminenza ha detto che spazi per la trattativa ci sono ancora e che certamente Gheddafi, dopo 40 anni di potere, non se ne andrà via così, a suon di bombe. Questa logica delle bombe dall’alto la trovo aberrante, incivile, becera, crudele, terribile e il fatto che migliaia di vite umane si decidano sulla base di svelte telefonate e non di contatti diplomatici, mi lascia davvero inorridita e basita. Salvemini ha ancora ragione e con lui suo nipote Caparezza!

  2. Eva scrive:

    Perché stiamo andando in Libia? Per il suo petrolio, ad esempio, oppure per il gas, o magari per l’uranio, (che fa tanta gola alla Francia che controlla già quello del vicino Ciad) o per l’acqua che pulsa nelle sue viscere e che Gheddafi ha saputo portare in superficie con opere infrastrutturali straordinarie.
    La Libia non è più la terra sterile e improduttiva dei tempi del Salvemini, ma a noi italiani restano “la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane” e la mistificazione giornalistica dei media nazionali.

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  1. […] quasi silenziata dalla comparsa del più autorevole quotidiano italiano tra le fila interventiste. Per Salvemini la Libia è “uno scatolone di sabbia”. “Il Corriere della Sera”, negli anni della Guerra italo-turca è diretto da Luigi Albertini, […]



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