ferlinghetti

San Francisco, novembre 2012 – Un incontro con Lawrence Ferlinghetti

Caso mai servisse un dettaglio a rimarcare le differenze – non solo climatiche, culturali, geografiche: direi esistenziali – fra la East e la West Coast degli Stati Uniti, questi 25 gradi e la gloriosa giornata di sole che accoglie il mio risveglio a San Francisco (dopo un’avventurosa traversata da Roma via Atlanta che ha preso ventiquattr’ore con tanto di bagaglio perso dalla compagnia aerea e recapitato alla porta di casa prima del detto risveglio), mentre alla notizia che sono in trasferta negli Stati Uniti mi arrivano messaggi, segnali, email di preoccupazione collettiva e familiare dovuta al riverbero dei disagi causati dall’uragano Sandy, come se gli Stati Uniti significassero New York e solo lei, ecco questi 25 gradi centigradi e il sole splendente “sulle strade di San Francisco” e sul cable car che mi ha portato fino al porto turistico sulla cui banchina sono qui a scrivere proprio adesso – be’ questi 25 gradi nel secondo giorno del mese di novembre dicono quasi tutto.

Il quasi lo riempie la colazione a cui sono stato invitato stamattina, che salvo il fatto di essermi stato recapitato via email potrebbe essere una richiesta di appuntamento fatta mezzo secolo fa dall’uno all’altro dei protagonisti della cosiddetta San Francisco Reinassance o, per dirla così come è passata alla storia, della Beat Generation: “Ciao Marco, can you make it for 11am at the Caffè Trieste?”

La mail è arrivata oggi stesso da Lawrence Ferlinghetti, che incontra me e il mio compagno di viaggio Emiliano al nostro risveglio – allietato dal martellare pallido e assorto dei lavori di ristrutturazione in corso nel palazzo dove al secondo piano abbiamo affittato un appartamento – dopo il lungo viaggio aereo culminato ieri sera con due necessari margarita “della casa” (dove il quid della casa è dato da una spruzzata di Grand Marnier dopo lo stirring, ci ha spiegato la bartender) al Saloon, il blues bar più antico della Bay Area, che l’anno passato ha compiuto il suo secolo e mezzo di vita (proprio come l’Italia, ho pensato ieri sera seduto sullo sgabello al bancone, aggiungendo mentalmente: ma se li porta molto meglio). L’appuntamento è dunque alle undici, l’ora giusta per un cappuccino large (poco più di mezzo litro di schiumosità italian style) e un cornetto king size al cioccolato.

Con Ferlinghetti, al bar che frequenta da sessant’anni – da quando cioè ha aperto a due isolati da qui la sua, e nostra, e di tutti, libreria e casa editrice City Lights – incontriamo anche il suo collega Jack Hirschman. I due condividono un passato da Poeta Laureato di San Francisco, la predisposizione a un continuo understatement ironico e quella tendenza, che in passato ha contribuito a creare la mitologia della loro generazione, a raccontarsi vicendevolmente come fossero l’uno il biografo dell’altro: “Jack ha vissuto tanti anni in Italia quindi fra voi potete tranquillamente parlare italiano”; “Lawrence è stato in Europa, ha studiato alla Sorbona, ha fatto lo sbarco in Normandia, ma è nato a Yonkers, per cui è mezzo newyorkese, e ha cercato per tutta la vita di togliersi New York di dosso”; “la moglie di Jack è una gran dama europea, eppure per amore ha accettato di abitare nove anni in una stanzetta minuscola al piano di sopra di questo caffè, in un hotel di infima categoria”. E così via, in una gara a chi conosce più dettagli della vita dell’altro.

Insieme costituiscono una sorta di versione letteraria di quei caustici vecchietti del Muppet Show che commentano gli eventi da un palco teatrale. Del resto, fu lo stesso Ferlinghetti anni fa a mostrarmi divertito un personaggio a lui ispirato, chiamato Ferlinghetti Donizetti, che appare in alcune puntate della famosa serie di pupazzi televisivi: segno dell’impatto che l’esperienza letteraria di cui è stato punto di riferimento ha avuto e ancora ha sull’immaginario di più di una generazione. Anche se ci troviamo a parlare di Pasolini (è l’anniversario della sua morte, annuncia Jack mentre data l’autografo che mi sta facendo su una copia della sua antologia Front Lines), o delle imminenti elezioni americane, di letteratura e street art, di anarchia e di rivoluzione, di mogli ed ex-mogli, di operazioni al cuore, di gallerie d’arte, di editoria indipendente nei giorni della più grande fusione mai realizzata nel mercato librario, il tutto viene detto con una leggerezza forse sconosciuta, dalle nostre parti, a chi si occupa di poesia.

Hanno 173 anni in due, eppure sono vitalissimi; a volte – è vero – può capitare, parlando con loro, di cadere in qualche cliché. (Ferlinghetti: “Ti sei tagliato i capelli? Quando ti ho conosciuto sembravi un beatnik, ora hai un taglio borghese”; Hirschman: “Pasolini, il più grande poeta italiano del dopoguerra, è stato ucciso da un complotto fascista”. “Ma nessuno scrittore italiano”, chiosa Lawrence, “nemmeno Moravia che si professava suo amico, ha avuto il coraggio di dirlo chiaro e tondo: Pasolini fu ammazzato dai fascisti!”) ma si potrebbe dire che il fatto di ripeterli a oltranza sia una forma di resistenza, che farebbe tenerezza se non fosse, almeno in questo contesto, del tutto convincente. Quando Emiliano, terminata la colazione, lo intervista per la radio della Cgil, l’autore di Coney Island of the Mind s’infervora sapendo che la sua voce arriverà ai lavoratori, e parlando del fatto che il termine “anarchia” nel suo paese invece di essere recepito come un movimento filosofico-umanistico fosse diventato sinonimo di terrorismo sembra amareggiato come se Sacco e Vanzetti fossero stati “americanizzati” ieri pomeriggio.

“Da Reagan in poi”, dirà Ferlinghetti durante l’intervista, “i repubblicani non hanno fatto altro che appoggiare le corporation, e ogni presidenza repubblicana è stata un tentativo ulteriore di abbattere il New Deal creato da Roosevelt. Per cui le elezioni di quest’anno sono cruciali: non si tratta solo di scegliere fra Obama e Romney ma tra una difesa del Welfare e l’ennesimo passo verso una distruzione del New Deal”. Quando a fine intervista gli chiedo di leggere alcuni versi della mia preferita fra le sue poesie, “I am waiting”, la registrazione non è rovinata, bensì impreziosita dal suono delle campane di mezziogiorno che coprono la sua voce. Lawrence si interrompe, improvvisa davanti al microfono-iphone: “E sto aspettando / che suonino ancora le campane / le campane della libertà / le campane della libertà di tutti i lavoratori!”

Mentre gli faccio notare che le campane hanno suonato alla parola “libertà” così come il sibilo ficcante di una sirena aveva sottolineato la parola “anarchia”, un passante (nel frattempo ci siamo spostati all’aperto, seduti all’angolo assolato di Vallejo Street fuori al Caffè Trieste, come fossimo degli immigrati che si rincontrano nel quartiere italiano di San Francisco) si congratula con lui per non aver accettato il premio ungherese Janus Pannonius di 50.000 euro. (“Hey, Lawrence, io non ce l’ho un’etica come la tua, la prossima volta accettali e girami l’assegno!”) Quando gli chiedo di commentare, lo fa con una smorfia di rammarico che fa venire voglia di abbracciarlo: “Sono stato molto deluso dall’atteggiamento del PEN Club americano. È un’istituzione che dovrebbe battersi per i diritti civili e per la libertà di espressione degli scrittori, eppure non hanno detto una parola sul caso che ho cercato di sollevare con la mia rinuncia al premio, che mirava proprio a questo. Forse erano troppo occupati a organizzare un cocktail party a Manhattan”.

È ora di tornare a casa. Mentre Jack ci dà appuntamento per il pomeriggio (ci chiede una mano sulla traduzione di una poesia italiana che dovrà leggere in una galleria d’arte a due passi da qui), Ferlinghetti si congeda scusandosi: deve andare a casa, aspetta i risultati di un test medico per verificare se potrà sottoporsi a un’operazione al cuore. “Ma sono troppo vecchio per essere operato in anestesia: se mi operano, faranno tutto con un sondino microscopico. Anche il test me l’hanno fatto infilando una sonda minuscola il cui compito era fare delle piccolossime foto da qualche parte dentro di me”.

Gli dico che sarei davvero curioso di scrutare le foto del suo cuore, e mentre cerco di descrivergli come potrebbe essere la foto dell'”heartbeat of a beat heart” siamo già ai saluti. Ci indica la sua macchina, lo stesso pickup alla cui guida una quindicina di anni fa mi portò dalle parti di Big Sur a passare una giornata nel suo cabin, una specie di bungalow senza luce né acqua in mezzo a un bosco dove la leggenda vuole che Kerouac passò qualche notte senza mai riuscire a incontrarsi con Henry Miller. E nel vedere questo splendido centenario alla guida di un furgoncino rosso che appare e scompare alla nostra vista al ritmo dei saliscendi stradali di San Francisco, noi ci mettiamo gli occhiali da sole e ce ne andiamo verso il mare.

Marco Cassini (1970) è il co-fondatore di minimum fax. È autore di una monografia su Raymond Carver (Carver, Gribaudo Paravia 1997) e ha curato per minimum fax Beats & bites (1996), una raccolta di citazioni, interviste e saggi sulla beat generation. Insieme a Martina Testa ha curato l’antologia Burned Children of America (minimum fax, 2001), una raccolta di racconti inediti scritti dai più promettenti giovani autori americani di oggi. Nel 2008 è uscito Refusi, Diario di un editore incorreggibile, edito da Laterza.
Commenti
11 Commenti a “San Francisco, novembre 2012 – Un incontro con Lawrence Ferlinghetti”
  1. sergio l. duma scrive:

    Che bell’articolo! E quanta invidia provo nei confronti di Cassini! Ho sempre sognato di incontrare il grande Lorenzo, il poeta beat da me più amato! Il più europeo, il più musicale, forse il più inventivo, senza nulla togliere a Ginsberg, a Corso e compagnia.

  2. christian raimo scrive:

    Secondo me Cassini non torna.

  3. rosanna lupi scrive:

    Era il 1998, anno in cui ho avuto l’onore e il piacere di incontrare il grande Lawrence Feringhett. L’occasione era di quelle speciali: il poeta era qui con noi per ritirare il Premio Internazionale Camaiore a lui conferito. Serbo un ricordo molto vivo e speciale di lui. Vista l’opportunità che mi é concessa in questo spazio voglio trasmettere al poeta la nostra gratitudine per averci donato grandi momenti e grande poesia. Un salutone affettuoso Rosanna Lupi segr. Premio Camaiore

  4. bruna ceccarelli scrive:

    forse l’alone che circonda il personaggio ha trasmesso alla narrazione
    dell’incontro quel che di stupefacente è nella poetica e nella vita di Ferlinghetti

  5. sergio garufi scrive:

    forte, bel resoconto.

  6. Francesca scrive:

    questo racconto è stato come riempire di carne l’immagine di Ferlinghetti & Co. costruita leggendoli. grazie :)

  7. Paola scrive:

    Ma che bell’idea! Ferlinghetti? Un immortale

  8. Nunzio Festa scrive:

    perché sull’unità lo stesso pezzo era firmato da un’altra persona?

    b!

    Nunzio Festa

  9. marco cassini scrive:

    @nunzio: in realtà non è “lo stesso pezzo” ma lo stesso incontro raccontato da due persone diverse.
    come avrai notato, nel mio articolo più volte cito un certo “emiliano”: è lo stesso “emiliano sbaraglia” che firma l’articolo uscito sull’Unità. era anche lui con me quella mattina a san francisco con ferlinghetti e hirschman, e ha raccontato quella stessa colazione dal suo punto di vista.

  10. Giada scrive:

    Bell’articolo… Ho pensato di apportare un piccolo contributo: ecco la lettera con cui Lawrence ha rifiutato il Premio che Marco Cassini cita nell’articolo-

    Gentile Geza Szocs, Presidente del PEN ungherese,

    Dopo un’attenta ricerca sul Premio Pannonius e i suoi sponsor, incluso l’attuale governo ungherese, sono giunto alle seguenti conclusioni:
    Poiché il premio è in parte finanziato dall’attuale governo ungherese, e poiché la politica di questo regime di destra tende a esercitare un potere di tipo autoritario con la conseguente limitazione della libertà di espressione e delle libertà civili, ritengo impossibile accettare il premio negli Stati Uniti. Perciò devo rifiutare il Premio nei suoi attuali termini.
    Tuttavia, credendo nella totale devozione del Pen Club ungherese e della tua persona alla libertà di parola e alla giustizia sociale, propongo che i soldi del premio siano usati per istituire un fondo amministrato dal Pen Club ungherese, e che tale fondo sia utilizzato per la pubblicazione di autori ungheresi i cui scritti supportino la totale libertà di parola, i diritti civili, la giustizia sociale. Questi sono gli unici termini in cui accetterò il Premio Pannonius.
    Allego alla presente parte delle ricerche su cui ho basato la mia decisione.

    In difesa della libertà individuale, porgo distinti saluti,
    Lawrence Ferlinghetti

    (Trad. di Giada Diano)

  11. Nunzio Festa scrive:

    come vuoi. a me sembra, invece, lo stesso articolo. e, ovviamente, aveto intuito fosse stati insieme, oltre che letto già di sbaraglia nel tuo: che poi (ti dico per correttezza): rimette l’articolo sull’Unità ma togliendo, appunto, il suo nomino. comunque non era per polemizzare, ma per esser chiari. tutto qui.
    buon lavoro
    A presto
    p.s. sai quanto vi stimi!

    b!

    Nunzio Festa

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