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Sandro Veronesi e l’architettura della narrazione

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Dirò un’enormità, termine che piace moltissimo a Sandro Veronesi e che usa spesso nel suo Terre rare  (Bompiani, pag. 416, euro 19,00): il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, una sorta di imprevisto sequel di Caos calmo (Premio Strega 2006), è il libro più divertente che abbia letto negli ultimi anni – divertente anche, e soprattutto, nel senso etimologico del termine di dèvertere, “far prendere un’altra direzione”. Maestro della digressione, come i suoi idoli Thomas Pynchon e David Foster Wallace, Veronesi è però attentissimo al senso dell’insieme e costruisce qui un romanzo che ha del miracoloso: pur traboccante di deviazioni– così simili ai quei cambi di direzioni apparentemente insensati che prendiamo ogni giorno navigando su Internet – Terre rare è calibrato, solido, verrebbe da dire, sodo. Come un palazzo costruito da un architetto molto capace, e un po’ visionario, che sta in piedi benissimo nonostante sembri cadere da un momento all’altro. (Sandro Veronesi, oltretutto,è laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo e viene il sospetto che, avesse fatto l’architetto, avrebbe costruito case stupefacenti).

Se in Caos calmo era un gioco di stasi centripeta, con l’ormai celebre immobilità di Pietro Paladini, seduto sulla panchina davanti alla scuola della figlia che faceva da magnete narrativo a tutti gli avvenimenti del libro, qui tutto è mobile: dopo aver lasciato Milano per Roma e aver cambiato lavoro (ora si occupa di vendere automobili in leasing), Pietro Paladini è in perenne movimento. Parte, arriva, cade, sviene. Questo Pietro Paladini assomiglia un po’ a Geronimo Stilton, il famoso topo amato dai bambini, che come lui sviene nei continui momenti di difficoltà. E Pietro Paladini di difficoltà ne incontra innumerevoli: in un solo giorno gli ritirano la patente, perde il telefonino, la guardia di finanza gli perquisisce l’ufficio, la figlia diciottenne scappa di casa, litiga con fidanzata e perde il lavoro. Ma è chiaro che il senso e – il divertimento – del nuovo romanzo di Veronesi non sono nella trama, che è comunque ricca di colpi di scena, ma nella scrittura. E nella sua capacità di contenimento. Perché non era facile infilare dentro un libro di quattrocento pagine praticamente tutto.

Tutto va dalle questioni cardine della letteratura del nostro tempo – la perdita dell’innocenza, la rimozione della morte e del dolore, il rapporto padri-figli e figli che diventano padri, la conoscenza di sé – a una serie di questioni oggi abbastanza fondamentali: come essere genitori di figli non tuoi, come relazionarsi con adolescenti ipermaturi e sofferenti “oltre il confine tremolante dei social network”, come reagire ai cambiamenti epocali provocati dallo “schianto” economico del 2008 (“Schianto”, altra parola che piace ossessivamente a Sandro Veronesi. Schianto che era profetizzato a più riprese in Caos calmo, romanzo di quasi dieci anni fa, dove Paladini si trovava alle prese con la simbolica e rovinosa fusione di due aziende televisive). Ma in Terre rare si parla anche di altro, ad esempio si parla di elenchi, di Twitter, di tatuaggi. Si parla dell’ossessione degli italiani per automobili, di cocaina, di sbagli sbagliati, di downshifting, di minerali chiamati “terre rare”. Si parla di “fregola da design” milanese e di fascino perverso del “coatto” romano e di quel territorio di frontiera ormai a tutti gli effetti molto letterario  che è la Roma marginale del Grande Raccordo Anulare.

Una delle più frequenti critiche che negli anni ho sentito fare a Sandro Veronesi – a tutti gli effetti il miglior scrittore della sua generazione, molto premiato e letto sia in Italia che in Francia – è che “gigioneggi” – termine, sarà un caso?, usato più volte in questo nuovo romanzo. Detto altrimenti: Veronesi è uno scrittore troppo consapevole della sua bravura. Per la verità Pietro Paladini, il narratore, gigioneggia eccome, ma Paladini non è Veronesi. E poi c’è bravura e bravura. In questo suo ottavo romanzo – complice anche un editing affilato per mano dello scrittore Massimiliano Governi più volte citato nel libro – Veronesi può permettersi di essere consapevole della sua bravura perché 1) in Terre rare non c’è una sola caduta di stile; 2) le (insensate?) epigrafi a inizio di ogni capitolo valgono da sole l’acquisto del libro; 3) il romanzo è un vero page-turner, uno di quei libri in cui una pagina tira l’altra e non si riesce proprio a fermarsi, come se questo fosse un male. Perché l’altra critica che spesso ho sentito fare al Veronesi romanziere è: com’è possibile che un romanzo profondo, importante, difficile – un “romanzo possente e pieno di destino” per citare ancora il narratore gigioneggiante Pietro Paladini, si legga in un battibaleno? “Non esistono libri facili o libri difficili”, diceva un mio vecchio amico, “esistono libri belli”. Terre rare è un romanzo comico, scoppiettante, strepitante come un camino acceso. Terre rare è un libro bello. Tra i più belli della nostra archistar.

Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself, Vogue e Pagina99.
Commenti
8 Commenti a “Sandro Veronesi e l’architettura della narrazione”
  1. RobySan scrive:

    “…laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo…”

    E’ come laurearsi in Medicina con una tesi su Lautreamont.

    “.. in un solo giorno gli ritirano la patente, perde il telefonino, la guardia di finanza gli perquisisce l’ufficio, la figlia diciottenne scappa di casa, litiga con fidanzata e perde il lavoro…”

    Non gli resta che comprare un paio di scarpe strette!

  2. Lalo Cura scrive:

    è con articolesse (riciclate) come questa che m&m sta consolidando e canonizzando, a sua imperitura gloria, l’invidiabile prassi di un genere scrittorio in perenne evoluzione in moto ascendente, inimitabile e ineguagliabile in ogni fase del processo, soprattutto per quanto attiene all’intensità e alla frequenza dell’ostensione dei manufatti appositamente prodotti, o reperiti, per la nobile causa: la trasformazione di un rituale della liturgia cattolica, l’incensazione, in un esercizio di (pseudo) critica letteraria, l’incensasione, ovvero la recensione lustrale: i tasti del computer al posto del turibolo e dell’aspersorio, ma con il medesimo effetto psicotropo-estatico: il ricamo profumato sulla pelle del nulla

    lc

  3. Carmine Spadaro scrive:

    Ecco un’altra recensione che fa il paio con quella di Marchesini su De Carlo. Ma perché Minima & Moralia si ostina a proporci ‘sta roba? Se fossi un caporedattore un testo del genere lo avrei cestinato seduta stante. Mha!

  4. mary scrive:

    L’archistar si legge in un fiato e si dimentica in un battibaleno…come se questo fosse un male!

  5. Valentina scrive:

    Grazie dei gentili commenti al mio articolo (articolessa?), orgogliosamente riciclato, certo. Il pezzo voleva proprio parlare, con un po’ di ironia, a persone come voi, gente convinta che se uno va in tv e vince il premio Strega (mentre nel frattempo da più di vent’anni scrive romanzi e articoli – articolesse? – bellissimi) allora non se ne possa parlare su un blog letterario. Allora sia robaccia. Allora sia mainstream (?). Vuoi la critica letteraria, Lalo Cura? compra Nuovi Argomenti o la Paris Review. Il mio è un pezzo da lettrice, chiamala recensione, ma non ho proprio bisogno di incensare nessuno. Leggete Gli sfiorati, La forza del passato, Per dove parte questo treno allegro e naturalmente Caos Calmo e Terre rare, e poi tornate a scrivere i vostri gentili, e inutili, commenti. PS Se fossi il caporedattore di questo web magazine vi direi di fare commenti pertinenti e “lettarari”.

  6. Lalo Cura scrive:

    gentile valentina, ognuno è padronissimo di scrivere e di pubblicare in rete quello che gli pare e piace, anche che veronesi (maestro della digressione, costruttore di romanzi meravigliosi, costruttore (possibile) di case stupefacenti, produttore di una scrittura capace di contenere tutto, miglior scrittore della sua generazione, autore consapevole della sua eccelsa bravura, autore letto e premiato all’estero) sia la quintessenza del romanzo italiano contemporaneo

    quello che mi chiedo, allora, è che senso abbia chiamare tutto ciò “recensione”, se con questo termine s’intende l’esercizio critico su un’opera, cosa che manca totalmente nel suo “pezzo”: non c’è una sola affermazione, infatti, che sia supportata da una prova o da un sia pur minimo accenno in tale direzione, a meno che non si voglia attribuire lo statuto critico a un profluvio di aggettivi e di suggestioni di stampo puramente impressionistico

    quindi, lei scriva una recensione “vera” ed io, qualora ne fossi capace, potrei anche provare a scrivere un commento “pertinente e letterario”; oppure chieda al caporedattore di questo “web magazine” di cancellare i rilievi (e gli utenti) che le risultano “fuori contesto”

    cordiali saluti

    lc

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