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Il sangue del povero

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di Nicola Baldoni

Cose che pensavo non avrei mai fatto nella vita: lavare un barbone di 70 anni, per strada, o meglio appoggiato a un pino a Piazza Venezia. Adriano ed io in ginocchio a passargli pezzette sulle cosce, Andrea che lo tiene per le spalle, contro l’albero. La paura che ci muoia tra le mani. Lavarlo sulla panchina sarebbe più semplice, potremmo togliere un indumento per volta tenendolo coperto, fare il petto e poi le gambe senza paura che cada, ma il problema è che il vecchio – Q lo chiamo Q – ha un’ernia grande come due palle da bowling e piegarsi e sedere è impossibile.

Mica lo sapevamo che aveva quel mostro. Immaginate uno scroto, poi che da questo penda un testicolo delle dimensioni d’un feto di nove mesi. Quando nomino l’ernia a Q la chiamo il pupo. L’infermiere che tre settimane fa l’ha suturato ha fatto due passi indietro quando gli ha tolto i pantaloni, con frasi tipo: “Mai visto una cosa così” e poi “Che è? Che è?”.

Quindi l’abbiamo sollevato. Usiamo per lavarlo i fazzoletti imbevuti di disinfettante con cui si strofinano i neonati quando cambi il pannolino. Perché siamo in strada ed è dicembre e fa un freddo cane. Q ripete “Fate piano”, “fate piano” e piange. Noi ridiamo: “Eddai! Siamo tra uomini!”, cercando di virare in un’atmosfera da maschi in palestra, l’albero, la strada, il freddo sulle cosce coi pantaloni alle caviglie. Sollevarlo è stato un’impresa. Q ha un gran senso dell’umorismo, è gentile, ma nell’ultimo mese stargli dietro è diventato impossibile. “Q, su, alzati che tocca lavarci”, e subito obbietta: “Tra 10 minuti, sono stanco”. Di cosa? È una settimana che sta sul marmo di quella panchina, immobile, come facesse le prove dell’obitorio, come il Cristo del Mantegna, ma più grasso eppure minuto come diventano i corpi in prossimità della morte. La pelle grigia come lo scarico di un’auto, ha detto Maura.

Q son sei anni che gli diamo da mangiare e non l’ho mai visto così piccolo. Piccolo, neonato, pupo, uso parole degradanti, per un corpo che nemmeno Ercole. 30 anni di vita di strada, bronchiti e infezioni senza dottori, inverni senza un tetto, giorni senza cibo. “Dai, vieni su”, lo puliamo perché domani va in ospedale. Non è vero che domani va in ospedale. Non lo sappiamo se andrà in ospedale. C’è una stanza e una equipe che l’aspettano, ma era così già giovedì scorso, quando è stato ritrovato nudo contro il muro d’un vicolo coi piedi in una pozza di sangue. Ha rifiutato l’ambulanza quando il lago ha fatto chiamare il 118. Dalle 10 partono i messaggi: “Q sta male, vai tu?” e si muove uno, poi un altro. Sono le 17 quando lo persuadiamo. Ed anche lì e complicato perché Q dorme in chiesa durante il giorno. La notte, se vivi in strada, vegli se non vuoi farti rubare la roba, quindi il povero dorme di giorno, genuflesso sull’inginocchiatoio, e va trovata un’auto col permesso per gli handicappati per superare lo Ztl, va preavvertito il pronto soccorso e trovata lì una persona amica.

È sera quando lo trasportiamo. È fatta, ci diciamo. Macché. Appena medicato Q agita la stampella, urla che vuole firmare e uscire, finché un’emorragia, poi un’altra, non lo piegano. Per 15 minuti il sangue sparso lo ferma. Ne abbiamo contate tre, ma valutiamo al ribasso, e tanto quello prosegue a muoversi. Ripeto Ercole. Si tira su e sbraita. Ogni parola fallisce. Ci salva la guardia medica: “Ho moglie e figli, se ti faccio uscire muori e vado in galera”, perché quello l’aspetta, prima altro sangue, poi la morte. Allora Q accetta l’intervento. Ma non è vero. Arriva un’ambulanza per portarlo dall’ambulatorio in un ospedale dove siano in grado di rimuovere il pupo. Ci diamo il cambio, perché è il giorno che facciamo servizio e c’è un altro centinaio di senza tetto che aspettano in piazza cibo e vestiti.

Piove, naturalmente. Bell’ambiente le sale d’aspetto dei pronto soccorso di Roma alle 11 di notte. Il Tipo Enorme che dà della bocchinara all’infermiera, l’infermiera risponde bocchinara sarà tua madre, quello le urla che sua madre sta morendo, le guardie giurate ridono, gli infermieri sbuffano. I due finiscono a piangere uno nelle braccia dell’altro. Maria chiama e avverte d’aver contattato un’Alta Sfera dell’ospedale e quella ha parlato col chirurgo. Il pupo, dice, è gravissimo. In 15 minuti, all’ora di cena, ha messo in moto quell’attenzione. È stata prenotata la sala operatoria per la mattina. È fatta, ripetiamo Tony ed io e una signora che non so chi sia e come abbia saputo in quale ospedale sia Q, ma è venuta pure lei sulle panche di plastica. Perché Q ha tirato su generazioni di volontari. Noi veniamo e spariamo, lui persiste, da 30 anni, sulla strada. Quindi dove si mangia il sabato quando non ci sono le associazioni, qual è la fontanella più vicina se stai al ghetto, eccetera eccetera, tutti gli dobbiamo qualcosa.

Siamo raccomandati e attendiamo 4 ore. Ci riceve un chirurgo bellissimo, da serie tv. “Da quanti anni ha quell’ernia?”, “15”, risponde la signora. La cosa assurda, che dà la dimensione di come ti rifiuti di vedere il male – e lo dico letteralmente, non vedere – è che noi pensavamo che quel groppo enorme che gli osservavamo ingrossare i pantaloni fosse il suo armadio. Cioè una busta dove riponesse cambio e documenti. “L’ernia – prosegue il medico – non s’è ancora strozzata, quando accadrà si dissangua. È questione di cinque minuti o domani o tra una settimana. Deve operarsi”, “Certo”, “Sta firmando per uscire”. Siamo ammessi al Pronto Soccorso. Una ventina di brande, ognuno col suo carico di disgrazia. Anziani soprattutto, attaccati l’uno all’altra. Q è su un letto. Non so da quanti anni non sta così, disteso. Perché in strada, di notte, ti affidi agli autobus per stare al caldo. Ma c’è una scienza, dietro. Devi scegliere quello che non passa sui sampietrini o è impossibile prendere sonno, quello che non ha un capolinea in capo al mondo o attendi nel nulla, ti tocca conoscere gli orari perché se non incroci il cambio fino alla ripartenza del turno mattutino, aspetti; tutte cose che mi ha spiegato Q. Q che ora schiamazza che gli hanno perso le scarpe, che non trova la stampella, che vuole essere riportato a casa sua, a intendersi Piazza Venezia. Piove, ripeto. Dieci minuti di ti prego operati, o muori, cazzo, muori. Inutili e scortesi perché ci sono altri malati intorno e facciamo casino. Arriviamo a chiedergli il minimo, cioè che dorma là, stanotte. Aggiungete qualunque cosa vi venga in mente dalla lusinga all’insulto. Non servono.

Tony, io e la signora pensiamo di lasciarlo lì. Abbandonarlo senza scarpe e bastone, sotto l’acqua, sperando che la salita che dal Pronto Soccorso porta al piazzale dell’ospedale lo stronchi e, incosciente sia possibile operarlo. Macché. Facciamo questa cosa terribile che è rispettare la sua volontà, cioè la signora va a prendere in auto le scarpe che teneva per un altro disgraziato, e poi Tony lo carica in macchina e lo porta a Piazza Venezia. Sono io a rivestirlo e sulle lenzuola vedo per la prima volta il pupo, l’enormità del pupo distendersi dal basso ventre alle ginocchia. L’interminabile fatica che gli è occorsa per fare la salita del pronto soccorso, lui che si piega, s’appoggia al muro respirando come un mantice e va avanti – di nuovo – Ercole. Tony lo lascia sulla panchina.

Parte la processione. A Roma son tante le associazioni che si occupano dei senza fissa dimora – o senza tetto – o “amici di strada” come tentiamo di dire noi provando a rivendicare un rapporto per non sentirci Madre Teresa, togliere un’identità inchiodata a un senza, papiers o casa che sia. E non c’è volontario che non conosca Q. È la settimana di Natale. Una pacchia, cene, pranzi, pacchi dono. Come dice Daniele – 15 anni di strada – “Arrivi alla befana che sei pieno come un uovo, il giorno dopo, per altri dodici mesi, di te non si ricorda più nessuno”. Ricordo una giornalista Rai che il 25 intervista un povero nei pranzi della nobiltà romana: “È contento, oggi, che mangia?”. Invece, quest’anno, è uno stillicidio. Una liturgia pietosa e infinita sul telefonino: “A Q servono le scarpe”. “Chi può passare a portargli i pantaloni?”. Non sappiamo che inventarci. Siamo sconosciuti l’uno all’altro, diventati prossimi occupandoci della miseria del prossimo per rendere la nostra meno inequivocabile. Prosegue a rifiutare l’intervento o mente inventando dottori che vedrà tra tre giorni, domani, il 28. Non si muove più. Sta fermo sul marmo della panchina.

Quindi una mattina alle 7: “Q giura ha che domani andrà in ospedale con Tony”. Tony è a Lisbona e Q lo sa. Ha scelto l’unico di noi che non è a Roma. Non ci crediamo più. La notte arriviamo con una deficiente tovaglia a fiori per fare da separé e consentire a Q di lavarsi e cambiarsi in piazza, con privacy – fa ridere, vero? Accanto a lui una coppia che gli ha portato la minestra. Dal pomeriggio gli fa compagnia Daniele. “Quindi domani ti operi?”. Annuisce. Non sappiamo da dove incominciare. Non è solo l’igiene – anche questo fa ridere – è che in queste condizioni non c’è tassista che lo carichi. Lo Ztl. Il pupo, enorme, da gestire, “Piano piano piano”, “Ce la fai seduto?”, “No no no”, “Che facciamo?”, “Non lo so”, “Chiamo Andrea?”. I gesti pieni di paura.

Nella piazza dove si fa servizio siam trattati come gli eroi che hanno lavato Q. Di nuovo, lui porta noi nella sfera degli esseri umani nobili. “Domani va in ospedale?”, “Non lo so”. Finiamo di distribuire il cibo, abbiamo promesso a Q di ripassare. Ripuliamo. La piazza la lasciamo che è uno specchio, ma i signori del palazzo vista fori imperiali sono scesi a lamentarsi che, per un’ora e mezza, due volte a settimana, distribuiamo cibo ai poveri. In una Roma coi cassonetti stracolmi, coi sorci che ti corrono tra i piedi. Mi auguro che Dio ne abbia preso nota. Così come del prete che ha messo le catene davanti alla porta della chiesa dove diamo la minestra, perché i poveri, preso il piatto, sedevano sugli scalini di travertino, “rovinandoglieli”, parole sue. Ha aggiunto otto cartelli – otto – con scritto “Vietato il transito”, qualche giorno prima di natale, se non fosse abbastanza surreale – la parola corretta è anticristico – un vietato l’ingresso davanti alla porta d’una chiesa. Ora, terminato il servizio, gli mandiamo la foto degli scalini, a prova che sono puliti.

Q è in ospedale, ora che leggete è in ospedale. E non è finita. Un giorno rifiuta la trasfusione, quello dopo la Tac. Gli trovano i pidocchi e va bonificato. Va rintracciato un podologo perché le unghie dei piedi e si sono cristallizzate in una crosta spessa centimetri. “Come faceva a camminare?”, Ercole. Bisogna fotografarle e mandarle al podologo. Risponde che si deve attrezzare prima di venire. Lo stomaco fatica, i reni non lavorano, ogni organo presenta il conto. L’insultiamo, l’abbracciamo, minacciamo l’interdizione, il Tso, una botta sul capo che lo stenda per un mese, il tempo di riportare in asse il corpo perché possa affrontare il tavolo operatorio. È al caldo, con un tetto sopra, e prosegue a dire “no”. E come non potrebbe? Che altro ha? C’è voluta una settimana perché accettasse che si può stare bene. Ora c’ha chiesto Tex, La settima enigmistica e Topolino. E un notes per scrivere. Ha la più bella grafia che abbia mai visto.

Mentre lo guardo sulla panchina dove l’abbiamo ridisteso dopo aver lavato e asciugato la pozza di urina che stagnava imbevendo le coperte su sui aveva dormito, sono io a piangere d’impotenza. Daniele ci guarda buttare le coperte sporche e rimprovera, “È un peccato”. Siamo in otto intorno a lui, lo salutiamo prima di andare a dormire, noi in una casa. Non sappiamo se domani andrà in ospedale, non sappiamo neanche se arriverà vivo alla mattina. Da quando faccio attività di strada ne ho visti quattro morire tra i cartoni. Q è stretto come in un guscio da tartaruga nella coperta termica, nel plaid, nel sacco a pelo che non so chi gli abbia portato. Da quell’intrico esce solo la faccia, piccolissima, e le mani che Pino copre con due guanti, perché le estremità la notte, gelano. Ha intorno una quantità abnorme di coperte e maglioni. Perché è Q e sono corsi tutti.

Lo guardo e penso che il male resiste a ogni tentativo di guarirlo. L’affetto, il buon senso, al suo cospetto suonano quello che sono: patetici. M’assale l’impressione, che mi vergogno di chiamare certezza, che a convincere Q all’intervento non sia stato l’affetto nostro, ma un altro male, che non so se posso chiamare morte, perché è il momento che la precede. È la percezione che tutto è finito, per sempre. Ciò accompagnato da dolore. Ecco, da Q ho imparato pure questo.

Commenti
2 Commenti a “Il sangue del povero”
  1. joe palermo scrive:

    E’ una societa non per l’uomo. l’era digitale sara ed e’ piu distruttiva di quella della rivoluzione industriale, non so se tra 20 anni ci saranno ancora essere umani ingrado di dialogare,vedo solo odio e nacisismo ,si ci sono persone di buona volonta’ certo, ma in massa e solo un poter vivere nel sopravivere, vorrei solo dire ad i molti di ricordarsi degli altri non per fare la carita’ ma solo perche sono essere umani come noi!, per i resto so che quella minoranza di ultra billionari che contralla il mondo ci vuole piu poveri e piu in loro controllo,per toglierci anche l’unica cosa che abbiamo essere Liberi perche lo siamo sempre meno!

  2. Ser scrive:

    Lacrime.

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