Sanremo_Ariston-interno

Sanremo Reloaded

Sanremo_Ariston-interno

(Fonte immagine)

di Raffaella R. Ferré

Venne il giorno in cui le note finirono.

Perché le note sono così: sette, dodici contando le alterazioni, pensi di averne abbastanza per ogni dito della mano ma ti sfuggono le limitate possibilità di combinazione. Ma che la canzone si sia mossa in questo secolo sullo stesso sistema impiegato da Mozart e Beethoven è cosa nota, e si sperava, allora, nelle parole: ventisei lettere tra alfabeto italiano e inglese, miliardi di lemmi, eventualità combinatorie pressoché infinite, tutte sotto la lingua, a disposizione. Nei corridoi, compositori, musicisti e parolieri, ciascuno di loro fornito di cartelletta color carta da zucchero contenente la segretissima “Guida alle parole mai utilizzate in una canzone italiana” si davano pacche sulle spalle immaginando i loro artisti melodiare frasi come “La borragine tiene unita la compagine”. Ma fornire tante rassicurazioni ad un uomo non è mai cosa giusta e il dubbio, uno solo, s’era insinuato già a dicembre: che fossero finiti i pensieri?

Non c’era troppo tempo per pensare, comunque.

La ferrosa macchina dello spettacolo non ha freni e tutto può essere rappresentato, anche lo stridere di marce: per cui, anche in quel febbraio che stentava ad ingranare, bisognò portarsi in scena, e restarci. Almeno quattro serate, il minimo. Le alte sfere avevano intimato al direttore artistico: “Stiamo rimpiangendo i Jalisse. Se nessuno canta stasera, inventati qualcosa”. Ma cosa ci si poteva mai inventare? Due anni prima avevano tentato il colpaccio della mezcla “cucina & dialetti”: ne era nato un caso politico quando un notissimo cantautore napoletano aveva vinto con “Tri pastiere cott in sul foeugh”. Per i dodici mesi successivi fu paventata la secessione, fino a quando un referendum non stabilì che i cittadini volevano sì un Italia divisa, ma più che in nord e sud, valutavano l’eventualità est e ovest. Bisognò ridurre a zero i conflitti e si tentò allora la carta di un solo concorrente sconosciuto in gara: risultato clamoroso. L’uomo aveva stravinto nonostante le sue qualità canore rimasero dubbie almeno quanto il suo nome, poiché si era portato in scena senza mai modulare una nota. Titolo della hit: Pausa.

Superato lo stupore del silenzio, però, l’anno in corso era quello del paventato crollo degli ascolti: le alte sfere, convintissime fosse colpa della novità delle canzoni in pidgin lanciata durante l’estate, fecero cadere un po’ di teste, senza rendersi conto che la gente da casa, dopo aver provato ad alzare il volume dodici mesi prima, aveva capito che poteva prodursi nella stessa esibizione cambiando canale già alla messa in onda degli spot.

E, dunque, si era all’ultimo tentativo: il glorioso festival della canzone italiana si preparava alla disfatta quando, nel febbraio 2015, il conduttore salì sul palco e senza novità sostanziali da segnalare, non un guizzo, un accento, un’armonia di rilievo che non suonasse come un commiato, decise di tentare il tutto per tutto e a luci basse intonò l’unica canzone che sentiva di poter ancora cantare:

In questa notte di venerdì, perché non dormi, perché sei qui?

Perché non parti per un week end che ti riporti dentro di te?

Non era nostalgia, se lo stava chiedendo davvero.

Eppure si vide costretto a continuare oh sì, andò avanti fino alla fine perché il miracolo era avvenuto: i pochi presenti in sala avevano alzato la testa dando primi timidi cenni di vita, i social network erano schizzati al pari dei telecomandi e i giornali on line stavano già dando la notizia del primo caso di delirium tremens sullo stesso palco che aveva già ospitato disoccupati aspiranti suicidi, donne finto-incinte e seni inglesi scoperti. Al ritornello sembrava d’esser tornati al 1987.

Se note, parole e pensieri hanno, infatti, un tempo di ridondanza, le idee devono vedersela solo con l’obsolescenza, ma ad afferrarne una in tempo, si può star saldi e sicuri: il conduttore ebbe appena il tempo di dire: “Fermi tutti, ho capito!”, e prima che lo incoronassero vincitore morale, precipitarsi dietro le quinte alla ricerca del cellulare. La sera successiva il festival andò regolarmente in onda, come ogni anno, atteso come non era mai successo. Ma invece della sfarzosa diretta dal grande teatro della cittadina costiera, la trasmissione partì dagli archivi della televisione. Canzoni uscite dall’ombra per pochi giorni e subito, subito tornate indietro, ebbero così la loro seconda possibilità.

Franca ti amo, Ivan Graziani direttamente dal 1985, diventò gettonatissima da subito nelle assemblee degli istituti superiori; Antonella Arancio con “I ricordi del cuore”, anno di grazia 1994, seppe raccontare a tutte le donne che cambiare la carta da parati quando lui ti lascia è cosa buona e giusta; Rudy Marra con “Gaetano”, 1991, diede tantissimo da pensare a tutti chiedendo: E quanti soldi spesi senza mai niente in mano, ti ricordi di come eravamo, ti ricordi, ti ricordi, ti ricordi?!”. Ma a stravincere fu Enrico Ruggeri con un profeticissimo Nuovo Swing, e l’unico vero problema fu come premiarlo nel presente tornando indietro nel tempo, e precisamente al 1984.

L’edizione 2015 si rivelò così quel successo di cui tutti oggi conserviamo memoria. E a musicisti, compositori e parolieri, venne davvero riservata una sala stampa come raccontano le cronache dell’epoca. Le cartelline color carta da zucchero furono sequestrate – ne restano oggi pochissimi esemplari -, ma quello che non tutti sanno è che era possibile sentir snocciolare “L’istinto del linguaggio”, Steven Pinker, come un rosario (e da qui nacque quella liaison con il professore canadese che portò i nostri migliori artisti a tenere delle conferenze ad Harward come moderni scienziati delle possibilità combinatorie non già delle note o delle parole, ma dei tempi).

A recitare, senza alcun accento e senza aver quasi pubblico, una sconosciuta modella bionda che in quelle settimane viveva il brevissimo periodo che conoscono tutti gli esemplari femminili della specie quando, non più una ragazza e non ancora una donna, si aspetta, ferme, il collo teso e la testa puntellata da un filo invisibile, un cenno dal passato o dal futuro credendo decisivo ogni attimo, senza capire che anche gli attimi hanno un numero limitato. Una volta inanellati sui birilli, come nel gioco che si fa da bambini, nulla potrà più sorprenderci. Che non sia questa la moderna concezione di salvezza: un mondo in cui solo il passato merita la sua parte di destino. E in questo senso, Sanremo 2015 meritava pienamente di esistere.

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