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Santo cielo, dove, dove mi trovo?

Ripubblichiamo, grazie all’autrice, l’introduzione a Leggere sul posto di Mark Strand.

di Moira Egan

Il principale modus operandi dei poeti statunitensi verso la fine del XX secolo e all’inizio del XXI è stata la sineddoche: tradizionalmente, l’uso della parte per il tutto (o viceversa), ma in termini più pratici l’uso del Minuscolo Momento che si schiude a Spiegare al Lettore il Significato Più Profondo.

Mark Strand, d’altro canto, utilizza la Metafora, creando un arguto, composito, spesso (anche letteralmente) sconcertante Universo Alternativo per descrivere… beh, cosa? Uno dei “temi” maggiori della poesia di Strand è la poesia stessa: come la si compone, come si vive la vita che ad essa conduce, cosa si fa una volta che la si è scritta.

Ma le sue poesie non sono mai ars poeticae dirette o autobiografie poetiche: come le voci che raccontano queste storie esse sono ironiche, allusive, brillanti e spiritose.

Quante volte si ricorda a chi si interessa di poesia che uno dei compiti principali del poeta è quello di mantenere viva la Memoria, di essere elegiografo? (E ciò è perfettamente in linea con la tradizione greca per cui le Muse sono figlie di Zeus, la suprema forza progenitrice, e Mnemosine, la dea della memoria). Nel “Sempre” di Strand sono invece “i maestri dell’oblio” a starsene seduti attorno a un tavolo sotto una lampadina nuda, intenti a causare la scomparsa delle cose invece che a crearne la memoria. Il surrealismo della poesia riflette in parte il tono tipico del dedicatario, ma mette anche in discussione il normale “uso” della poesia.

In “Una notte d’inverno” la voce narrante iperbolizza la vita del Famoso Poeta, che arriva a una festa piena di star hollywoodiane e sesso inottenibile, mentre i più melensi cantanti americani degli anni ’50, I Platters, cantano una canzone che pare più Poesia della poesia: “Scendono le celestiali ombre della sera…” e che porta alla consapevolezza che si tratta di un sogno. Il narratore poi si trova, di nuovo in un sogno, a guardare il più fallico dei tori (“enorme e rosa”) che sia mai stato raffigurato da quando Freud ha iniziato a registrare fenomeni onirici.

“La storia della poesia” si ispira malinconicamente, ma pur sempre con ironia, alla teoria della “poetic belatedness” di Harold Bloom. La voce che narra si rende conto che tutte queste immagini “le montagne invetriate di luna e il paese con le sue porte / e i serbatoi piezometrici muti” sono state materia di poesia per millenni, eppure i poeti hanno in sé sempre il medesimo istinto a riscriverle, a “contare alberi, nubi”, a pensare che “che non dovremmo / essere severi con noi stessi, che il passato non era meglio / di adesso”. Ma alla fine ci si ritrova in panne, perché “la chiesa del mondo [è] già in macerie”.

Infine, in “Leggere sul posto” ci viene offerta la storia di una coppia metaforica che scruta una valle metaforica, la valle dell’esperienza, espressa nei termini di libro e poesia, e che si chiede quale sia il significato di tutto ciò. E questo, dopo tutto, è il motivo per cui noi lettori siamo qui: a chiederci cosa significhi, a utilizzare libri e lampade e “l’espandersi viola del crepuscolo” per creare qualcosa che abbia significato per noi.

In un’era che pare offrire scarsi significati nel “mondo reale”, forse il luogo giusto in cui cercare significato è proprio un universo interamente costituito da metafore, come le poesie di Strand: “Santo Cielo, dove, dove mi trovo?”

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