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Mi chiamo Sara, vuol dire principessa: elogio dell’imperfezione

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La domanda è sempre una, la stessa: “Questo romanzo è autobiografico?”.

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa” : nel 2009 Violetta Bellocchio affronta la questione col grimaldello del sarcasmo. La mette per tre volte tra le faq di Sono io che me ne vado (Mondadori) — tuttora reperibili qui, ci mancherebbe — e per tre volte risponde in modo diverso, fino alla parziale confessione. Che resta per aria, com’è giusto che sia.

Dopo la voce narrante de Il corpo non dimentica (Mondadori), addiction memoir affilato e preciso — un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap — oggi tocca al personaggio di Sara Monfasani coincidere, per la terza volta nel percorso romanziero di Bellocchio, con un io. Ma è pura fiction, questa.

“Credo che la prima persona aggiunga moltissimo al mio modo di raccontare una storia, in generale”, spiega l’autrice quando gliene domandiamo conto. “In questo caso specifico, la prima si è imposta: chi legge deve stare attaccato a Sara nell’arco di tutta la storia, deve arrivare il più vicino possibile ad essere lei. Non mi interessava raccontare Sara dall’esterno e non volevo che la sua storia venisse percepita come “esterna” da chi la segue.” E restare esterni rispetto a Sara, quindicenne nell’Ottantatré, è impossibile. È molesta, presuntuosa, bambolesca. È perfetta e perfettibile. È coriacea. È effimera. È vera.

Io finivo a piccoli sorsi la birra avanzata da Andre. Brindavo, in silenzio, alla professionalità. Strappavo la linguetta dalla lattina e ci facevo un anello, che a volte, dopo, lasciavo cadere nel parcheggio. Avrebbe potuto essere una fotografia interessante, pensavo – la donna vestita d’oro che mangiava da un piatto di plastica, i tubi di neon sul soffitto, la lucidità di uno spogliatoio vuoto. Bella no, però a qualcuno poteva piacere.

Eccolo, l’io di Roxana (il nome d’arte con cui Antonio, il dj che ne costruisce a tavolino la carriera, ribattezza Sara). Ecco la principessa perfetta che si immortala sempre all’imperfetto. È il tempo incompleto, il suo; il tempo dell’incompiutezza, del non ancora, del fieri. Della mutevolezza e del trascorso, della Polaroid. Del mentre e dell’allora. Perché Mi chiamo Sara, vuol dire principessa (Marsilio) è un unico torrenziale aneddoto ossessivo, un fiume in piena davanti a un sorso tiepido di intimità — almeno fino al tuffo finale.

Ma l’imperfetto racconta anche altro. Cristallizza il Facciamo che io ero recitato da certi bambini, per esempio. Celebra l’irrealtà, il sogno, l’altro da.

Ero bellissima e grande, ero lucida, nuova e sporca. Questa sono io, ho pensato. Poi io sono sparita, e al mio posto c’era di nuovo soltanto la parete bianca, non vedevo altro, ma ho sentito che chiuso lì dentro c’era tutto il mondo, e tutto il mondo stava guardando me. Tutto il mondo stava guardando quanto ero bella. Tutto il mondo mi diceva, avvicinati, apri un po’ le gambe. Fammi vedere. E io stavo lontana, ma gli occhi di tutto il mondo avevano visto me […].

La prima volta che l’ha immaginata compiutamente, racconta Bellocchio, “Sara era la madre di qualcuno, non la figlia di qualcuno. Mi è comparsa come una donna adulta, lievemente svagata, protetta dalla consapevolezza di essere stata famosa quando era giovanissima e di avere poi avuto una vita completamente diversa. Ho provato a raccontarla – per poco tempo – come se fosse la madre di un’adolescente di oggi, dal punto di vista di una figlia che le è affezionata ma non riesce mai ad afferrarla fino in fondo. Poi mi sono resa conto che comunque era lei il personaggio più interessante della storia e non aveva senso relegarla in secondo piano. Ed eccoci qua”.

Ha rubato la scena, Sara. Perché è una bestia rara: come dice Antonio, un animale, […] e io ho sentito che il mio vero nome era quello. Animale. Ho preso quella parola e l’ho nascosta dentro la mia pancia, l’ho messa al riparo. Quale animale? Il vero e proprio ghost della storia, l’immagine cinematograficamente chiamata a precorrere e seminare e definire tutto ciò che seguirà; la fiera dentata per eccellenza. “La statua della lupa di Roma – che troneggia su una piazza di Piacenza chiamata, appunto, “piazza della Lupa” – ha sempre fatto parte delle cose che risultavano attraenti agli occhi di Sara”, spiega l’autrice. “Il fatto che poi lei arrivasse ad avere il lupo come una presenza protettiva, qualcosa capace di sbucare anche nei suoi sogni, è venuto fuori mentre stavo scrivendo.” Piacenza, facci male. Angela Carter wasn’t here.

E Settima, il buco provinciale da cui striscia e scappa la principessa, che c’entra? “Settima è una frazione di Gossolengo sulla strada statale 45. Per moltissimo tempo, quando pensavo a una storia, c’era sempre una persona che viveva in una grande città, però veniva da Settima. Ho deciso di fare il salto con questo romanzo per cercare di venirci a patti una volta per tutte.”

Oltre a quelli geografici, da sassolino nella scarpa, sono tanti e diversi gli esorcismi che Bellocchio affida a Sara.

In programma dopo di me c’era ospite un gruppo pop, i Magic Rising, e uno di loro – il chitarrista o il bassista, non li distinguevo mai – si è lasciato cadere sulla poltrona accanto alla mia, mi ha guardato e ha detto, prima volta?, e io gli ho detto, sì, ma sto bene.

Tra le canzoni altrui da mimare in playback e quelle a gettone vomitate dal jukebox, il palco su cui si muove Sara è un tappeto sonoro intrecciato filo a filo. Intrecciato con quello dell’autrice, s’intende: “Il folklore familiare racconta che io ho imparato a leggere a voce alta da sola, quando avevo poco più di tre anni. Non si sa come, però mettevo insieme le forme delle lettere e i rispettivi suoni per conto mio, senza che nessuno me lo insegnasse. Facevo le prove sui titoli dei quotidiani, e la prima frase che ho letto è stata “la scala mobile non si tocca neanche per scherzo”. Per molto tempo – fin da quando mi ricordo, in effetti – la musica nella mia testa è stata qualcosa che ascoltavo con attenzione, a tratti più dei rumori prodotti da quello che mi succedeva intorno. La storia di Sara è diventata anche la storia dell’educazione musicale di una ragazzina, che prosegue in maniera casuale e indisciplinata (salvo gli occasionali interventi di Antonio), perché credo che per lei sia fondamentale seguire la musica dentro la sua testa, e cercare, all’esterno, cosa le corrisponde meglio, che sia “la colonna sonora del vecchio film sui camion” (come lei chiama Sorcerer dei Tangerine Dream) o l’ultimo successo usa e getta del pop da classifica prima anni ’80, o la canzone che durante l’estate la segue in ogni bar, ogni locale”.

È analfabeta musicale o quasi, Sara, all’inizio. È testa cava, anche, alla scuola che lascia. È quindicenne (poi sedicenne), perfettibile e perfetta.

Non so cantare, gli ho detto, quando siamo rimasti da soli. Camminavamo verso il posteggio dei taxi, lui tornava a casa sua, io al residence. Mi sembrava giusto dirgli la verità, non volevo che ci fossero brutte sorprese tra di noi.

La voce non conta niente, ha detto Antonio. Se io dico che tu canti, tu canti. E tutta l’Italia farà la fila per guardarti cantare.

Antonio plasma Sara. Sara tenta disperatamente di essere vista, perciò lascia che la manipolazione accada e anzi la cerca; poi, semplicemente, cresce. E lo sguardo degli uomini al bar (trope alert) e lo sguardo dei colleghi sul lavoro e lo sguardo di chi per amarla meglio vuol fissarla al muro, spalancata, con due spilli, sottovetro, è uno sguardo che lei cerca di cavare come può. Uno sguardo al quale, progressivamente, prova a sottrarsi a modo suo, pur campionessa di autosabotaggio, lamentosa e pazza, cieca a sé ma non al resto: A un tavolo più centrale del nostro era seduto un gruppo di uomini e di ragazze giovani, vestite tutte uguali, alla moda – le spalline imbottite, le gonne con lo spacco – e io ho visto lo stesso disprezzo nei loro corpi: le ragazze avevano gli occhi di vetro, le labbra gonfie, le mani aperte con il palmo verso l’alto, ad aspettare che l’uomo ci appoggiasse un gettone, una banconota, un braccialettino. Che punizione doveva essere, per gli uomini, occuparsi di loro.

Che punizione, per gli uomini. Che straordinaria fotografia, questa. Che sguardo, lo sguardo di Sara Violetta.

All’autrice è successo un fatto, un po’ di tempo fa. Non che debba essere la sede per parlarne, questa; solo, quadrare il contesto può essere fondamentale per (non) giudicare l’opera (in modo aprioristico) — e l’associazione mentale a questo punto è automatica, pardon.

Se sul gender e la gogna e la rape culture, su certe questioni, Bellocchio è suo malgrado ferrata (suo malgrado leggasi: più di quanto sia desiderabile, per le ragioni meno augurabili), sempre qui l’autrice domanda e si domanda à propos di Sara: “Mi chiedo cosa devo aspettarmi, a questo punto. Mi chiedo chi recensirà [il nuovo romanzo], e che trattamento mi verrà riservato. Mi chiedo chi lo leggerà. Chi sarà curioso di sapere cosa faccio, al netto di una situazione grottesca in cui mi sono ritrovata senza averne il minimo desiderio.”

Bellocchio trascura un dettaglio arcinoto, ci vien da pensare. Il romanzo buono — la storia piena — è uno specchio. Riverbera il bene e il male, la goduria e la rasoiata, tra pagina e lettore. Con Sara questo accade. C’è la lama e c’è l’orgasmo. C’è l’adolescenza tridimensionale e storpiata di una figlia degli anni Sett Sessanta. C’è un personaggio fatto persona che s’arrampica tra le righe, stona tutte le note stonabili, agita i polsi, a forza di io ci stordisce di chiacchiere. Transitivamente ci innamora. Non è poco. Di tutto il resto — delle beghe e dei linciaggi, dei bagni di sangue online, dei polveroni e delle condivisioni su internet — alla letteratura vera deve fregare il giusto. Cioè niente. Solo Sara conta.

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere.
È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden.
È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.
Commenti
3 Commenti a “Mi chiamo Sara, vuol dire principessa: elogio dell’imperfezione”
  1. Mauro scrive:

    Articoli come questo su romanzi come questo mi dicono che per uno come me non c’ è più speranza né spazio possibile non solo in questo blog ma nemmeno, da lettore e da umano ( come direbbe Baricco) nel mondo in generale, temo. Scendo, buon proseguimento, direbbe il poeta. Giovani amici miei, tolgo il disturbo e mi ritiro in qualche biblioteca mentre voi insegnate Il buco nel cervello dopo le vostre merende selvagge. Quant’ è bella la vostra giovinezza, e come vorrei essere voi.

  2. Elena Grammann scrive:

    @ Mauro
    Gentile Mauro, sono assolutamente solidale con lei, ma perché togliere il disturbo? Se la prima reazione (sintetica) è che ti cascano le braccia, la seconda deve essere analitica, e allora analizziamolo questo articolo, che parlando di un romanzo precedente dell’autrice lo definisce “un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap”, mentre per quello in questione sfodera la metafora di “un fiume in piena davanti a un sorso tiepido di intimità” (a parte tutto, uno come se lo deve immaginare un fiume in piena davanti a un sorso tiepido di intimità?). Analizziamolo, questo articolo in cui c’è una consonanza così perfetta, ammirevole, fra il recensore e il recensito, in cui non si espone, non si spiega, non si argomenta, ma si procede per sprazzi, suggestioni che non suggeriscono, finti aperçus che sono come persiane dipinte su un muro che non si spalancano su niente – l’impressionismo dei poveri. Analizziamolo, questo articolo che salta continuamente dal romanzo all’autrice (di cui francamente, come potenziali lettori di un romanzo che non è ancora un classico, ci frega poco, nevvero?) e non senza ragione, perché sia autrice che romanzo sono un caso eclatante di narcisismo nudo e crudo, un narcisismo che si impone e si espone senza la giustificazione dell’opera, perché l’opera non va più in là del narcisismo allo stato grezzo, quello che incontri al bar senza bisogno di smazzolarti un romanzo, quello che dice eccomi, vado bene così come sono, sono interessante così come sono, ogni mio capriccio idiota è un abisso di significanza, guardatemi, guardatemi.
    Questo dice l’articolo, se uno prende la pena di leggerlo due volte (e di cliccare sui link).
    Quindi, gentile Mauro, io non scendo affatto, io resto sul tram; e non tolgo il disturbo. Anzi.

  3. Lector Paulanus scrive:

    Sembra proprio NON interessante :)

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