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Saturno tropicale che divora i propri figli dietro casa mia: il caso Ruben Espinosa

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“Oggi è lunedì e non sappiamo chi si prenderà cura dei tuoi cani.
Non sappiamo chi si prenderà cura di noi”
 (Lettera a Nadia Vera, Comitato Universitario di Lotta, Xalapa, Veracruz, 3 agosto 2015)

di Alessandro Raveggi

La storia mostra a volte un ghigno insperato nella scelta dei propri toponimi. In Italia risuona ancora, inadatto a pronunciarsi, scomodo in bocca e al concetto, il nome della località messicana da dove provenivano i 43 studenti desaparecidos, svaniti nel nulla da oramai un anno: tra un mese, mentre si scoperchiano ancora decine di fosse comuni, ci toccherà ricordare il lugubre anniversario del 27 settembre 2014, della sparizione forzata ad Iguala degli studenti di Ayotzinapa. Un nome che parte sordo e poi ti taglia la lingua con la sua lama, per poi ritornare a svelarsi arcaico, azteco, quasi sanante nella sua coda.

Oggi il giro di vite mi porta invece ad un nome che personalmente mi suona come una sorta di everyman messicano: Ruben Espinosa. Un nome da messicano di strada, che potrebbe essere quello di un addetto di pompa di benzina, multimilionario del cemento, di un uscere di ristorante di lusso, di giovane scrittore della casa editrice Anagrama, di un artigiano di Oaxaca. O, disgraziatamente, quello del fotoreporter barbaramente assassinato lo scorso primo agosto a Città del Messico, nella Colonia Narvarte, nel suo auto-esilio al Distrito Federal.

Rinvenuto non per caso dopo le frequenti minacce e intimidazioni subite nello Stato di Veracruz – ad oggi lo stato più pericoloso per i giornalisti, con ben 15 assassinii dal 2011 ad oggi – amministrato dal discutibile a dir poco governatore Javier Duarte (un ammiratore di Francisco Franco, per dirne una). C’è una foto, uno scatto, datato marzo 2015, che forse lo definisce più di tutti, al buon Duarte: il corpulento governatore che, ad un comizio elettorale in pieno stile priista, frana addosso a degli scolari in una palestra, travolgendo tutto. Questa frana umana illustra meglio di altro le responsabilità strutturali del governatore nel caso Espinosa.

Conosco poi bene la colonia, cioè il quartiere, della Narvarte dove è stato perpetrato l’orrendo delitto: è stato il mio primo approdo a Città del Messico, vivevo infatti a pochi passi da quell’appartamento dell’orrore. Per almeno un anno ho vissuto lì, ho mangiato i suoi polli arrosto, i suoi decenti tacos, ho fatto yoga per un solo mese e jogging per non molti di più, ho visto scorrere frastornati e tuonanti tanti tir sgasati dai suoi crocevia principali, mentre attendevo mezz’ore per attraversare su strisce pedonali inesistenti. Una colonia piena di cliniche mediche private più o meno buone, dove era più facile trovare per strada un bianco camice che una bigia uniforme da polizia – quelle messicane col giubbotto antiproiettile messe su anche per la festa del patrono.

Uno spazio, la Narvarte, tutto sommato tranquillo, di classe media ma anche di media pericolosità, con i suoi parchetti e pratini verdi, pochissime spazzature e miasmi fognari per strada, i mercati rionali affabili che ti gridano dietro senza fregarti solo perché sei straniero e di carnagione un po’ più chiara, i piccoli caffè con la torrefazione personale, e qualche bar che si stava affacciando timidamente al business con prodotti sofisticati. Un pezzo di città che s’avviava a riempirsi negli anni sempre più di studenti – vuoi perché è servito da una strategica stazione del metro che ti permette di arrivare alla Universidad Nacional in quindici minuti, non facendoti pesare il fatto di vivere in una megalopoli. Piena di universitari e di conseguenza di loro necessità notturne. Certo non vedevi studenti di classe alta, studenti mantenuti che arrivano ai parcheggi dell’università privata rombanti con le loro cineree BMW, giovanissimi e in via di sviluppo, che manco riescono a far capolino con la testa dietro il cruscotto portentoso della loro Mustang.

Alla Narvarte ci sono più studenti paragonabili ai fuori sede italiani e europei, studenti di classe media. È forse per questo che è meta di tanti stranieri, che qui vi si orientano maggiormente: artisti tedeschi, architetti catalani, cooperanti francesi, qualche italiano. Questo luogo, pur nella sua tranquillità, non nasconde quindi un certo brio intellettuale: era d’altronde anche il quartier generale del movimento de la Onda, la controcultura letteraria degli anni ’60, di José Agustín e Parménides García Saldaña, della ribellione di Pasto verde. Nonché il quartiere dove visse Ernesto “Che” Guevara, che mentre faceva il dottore ad Hospital General proprio lì si preparava alla rivoluzione cubana.

È così, nel mezzo di questa calma ebollizione della mia Narvarte, che il corpo di Ruben Espinosa, fotoreporter fuggito da Xalapa, Veracruz, è stato rinvenuto. Freddo, duro e indigeribile ai più, ancora uno dei figli di Tlatelolco in giro e da cantare piangendo, direbbe Auxilio Lacouture, l’eroina dell’Amuleto di Bolaño: Ruben seviziato, con escoriazioni per tutto il corpo, e con un oramai “classico” colpo di grazia alla tempia. Braccato, lontano dal suo luogo d’operato. E il corpo di Ruben non era lì da solo: altri quattro corpi, corpi per giunta di ragazze, di donne – di cui una, Nadia Vera Pérez, attivista del Movimento #YoSoy132, organizzatrice culturale e teatrante – che sono state anch’elle martoriate, in quello che la polizia sta indagando anche come un omicidio per furto – segue un’amara risata per il ridicolo di questa flebile pista. Pochi ci credono più infatti, alla storia del furto, tale la puntualità del crimine brutale. Il Messico è una terra di violenze efferate, ma difficilmente si compie sadismo del genere senza secondi fini.

Il massacro interiore della Narvarte: un titolo possibile che mi tocca nell’intimo, e che sveglia tutta la sonnolenta metropoli messicana – si spera, ma ci si crede poco. Che rompe quella sua misura di sicurezza che forse è difficilmente apprezzabile fuori dalla città: la tranquillità in cui si vive e si opera nella capitale caotica e in continuo cantiere, come io vivevo placidamente alla Colonia Narvarte, nell’incoscienza che un mio coetaneo avrebbe potuto esser rinvenuto in quelle condizioni, a pochi passi dal mio farmacista di fiducia. Quell’oramai antico e necessario oblio di intere classi che si rifiutano giornalmente di vedere la realtà per come è, è oggi diventato un grave disturbo schizoide – di fronte alla guerra subita dai giornalisti e non solo: studenti, figli, giovani prima di tutto, donne, direi anche bambini, in tutto il Paese, cifre, numeri, ricorrenze di uno sterminio – il disturbo schizoide di tutto quel Messico che sogna fulgore, sviluppo, grattacieli, start up, e una stereotipata Europa che non esiste forse più. Una tranquillità che già vacilla al di fuori dei caselli autostradali del Distrito Federal.

La caccia a Ruben Espinosa nel cuore della Città del Messico pare che abbia però smosso maggiormente gli animi, ma anche terrorizzato gli intellettuali e gli scrittori che nel DF trovavano consolazione temporanea al nominato “Interior de la Republica” (mai termine, usato per definire tutto quello che sta al di fuori del DF, è più calzante oggi): il crimine, ci sta bussando alla porta, l’orrore è veramente dietro casa. O meglio, il suo toc toc è una strana eco che viene da dentro il nostro cervello, dal nostro Interior, o è il suono delle mascelle del crasso corpo avido d’espansione dell’apparente democrazia messicana, che frana su degli studenti in una palestra di provincia. Siamo infatti sempre di più di fronte ad un Messico Saturno, intento ad annullare, annientare, divorare i propri figli, in modo per lo più incosciente, sovrasviluppato dalle ossa e meningi molto fragili.

Per impotenza, per pusillanimità, o per premeditazione mafiosa, per timore di lasciare vecchie pratiche di corruttela oramai incancrenite, per l’incapacità di modernizzarsi come democrazia, per il terrore indetto dai narcos e alimentato dalla guerra governativa di pochi anni fa, si sta compiendo un vero e proprio genocidio dove sono i giovani che ne subiscono le più crude conseguenze: un sistema che uccide i propri figli degno delle storie del Cile del 1973 e l’Argentina del 1976. Quei giovani che imbracciano la camera per documentare la verità del proprio quartiere, che usano la penna, aprono un blog o un account Twitter, fanno lavori creativi, o vanno in America e divengono premi Oscar, vanno a Berlino e spopolano alle Biennali. Molti anche nell’intento di smascherare, sovvertire, la logica del piccolo cacicco di provincia come del Presidente – che, lasciatemelo dire, oggi pare il male minore di una nazione divoratrice di generazioni.

Quando il corpo crasso del Messico Saturno che divora i propri figli con gli occhi fissi nel vuoto come in Goya finirà col mangiare se stesso? In attesa che l’ONU voglia fare veramente qualcosa in questo paese, dove dal 2007 si sono registrati più morti violente che in Afghanistan ed in Iraq. Quando e come avrà fine questo banchetto saturnino, questa immane frana umana sugli scolari di tutta la nazione, se lo chiedono in molti. Oggi è lunedì e non sappiamo chi si prenderà cura dei tuoi cani. Non sappiamo chi si prenderà cura di noi.

Commenti
4 Commenti a “Saturno tropicale che divora i propri figli dietro casa mia: il caso Ruben Espinosa”
  1. marco leofrigio scrive:

    Articolo struggente e crudo, davvero i miei complimenti, io che nel io piccolissimo cerco seguire vicende del Messico, e dove tornerò presto, credo di aver compreso gran parte del pezzo di Raveggi, il quale coglie benissimo l’essenza tutta della tragedia, si il Saturno messicano che mangia spietatamente le sue figlie e figli…

  2. Maria scrive:

    Davvero un bellissimo testo.
    Vivo in Messico da un po’ di anni, frequento spesso il DF e la Narvarte, hai descritto perfettamente il sentimento di molti.

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  1. […] È uscito oggi su Minima&moralia un mio racconto di questi convulsi giorni, mesi, anni di caccia ai giornalisti, agli intellettuali, agli studenti, in Messico. a seguito dell’ultimo triste caso di Ruben Espinosa: s’intitola “Saturno tropicale che divora i propri figli dietro casa mia”.  […]



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