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Saul Bellow – La bellezza di una semplice descrizione

Appena ricopiato a mano da Le avventure di Augie March (oggi non abbiamo fatto in tempo a caricare il secondo post della giornata, e dunque valga questo invito alla lettura di un Nobel di qualche tempo fa. La traduzione così bella è di Vincenzo Mantovani per l’edizione Mondadori)

di Saul Bellow

Al mattino fummo costretti a farci rimborsare i biglietti di ritorno per pagare il conto dell’albergo, perché Dingbat aveva fatto assegnamento sulla borsa ed era completamente in bolletta. Puntammo su Chicago con l’utostop e passammo una notte sulla spiaggia, a Harbert, poco lontano da St Joe, con Nails avvolto nell’accappatoio mentre Dingbat e io ci dividemmo un impermeabile. Quel giorno attraversammo Gary e Hammond, su un furgone che veniva da Flint, passando accanto ai moli e ai mucchi di zolfo e carbone, e alle fiamme che si scorgevano per il calore, non per la luce, nello spazio d’aria meridiana tra le nere, enormi vacche di Pasife e altre animalesche colonne senza testa, in una nube di fumo rugginoso, raccolti in un’enorme distesa di statuarie fornaci e stabilimenti: qua e là una vecchia caldaia o una collinetta di scorie tra i nidi di uova di rana in mezzo ai giunchi.

Se avete visto la tonante bocca aperta di un inverno londinese nei suoi ultimi orridi minuti di luce fluviale o siete entrati a Torino dalle Alpi con un freddo tintinnio nel bianco vapore decembrino, allora avete conosciuto una pari grandiosità di luoghi. Cinquanta affollati chilometri su una strada macchiata d’olio, dove i vulcani a carbone, a gas e a macchina cuocevano i princìpi di Empedocle trasformandoli in ghisa, sbarre e rotaie; altri venti chilometri di case sparse, dieci di fitte – i palazzoni popolari – e smontammo dal furgone non lontano dal Loop ed entrammo da Thompson per un pasto di stufato e spaghetti, presso il Detective Bureau e in mezzo al distretto dei distributori cinematografici, con i loro grandi manifesti.

 

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
14 Commenti a “Saul Bellow – La bellezza di una semplice descrizione”
  1. Francesca scrive:

    “Se avete visto la tonante bocca aperta di un inverno londinese nei suoi ultimi orridi minuti di luce fluviale o siete entrati a Torino dalle Alpi con un freddo tintinnio nel bianco vapore decembrino, allora avete conosciuto una pari grandiosità di luoghi. ”

    meraviglia.

    mi ha fatta pensare ad una descrizione inserita assolutamente “a tradimento” all’inizio di un capitolo di Forte Movimento da Franzen

  2. sergio l. duma scrive:

    In tutta franchezza, ho sempre considerato Bellow uno scrittore sopravvalutato e, da lettore, non mi ha mai comunicato niente. E’ troppo borghese e conformista per i miei gusti.

  3. Giordano Tedoldi scrive:

    Vincenzo Mantovani è Dio, non c’è una sua traduzione (e ne ha fatte una caterva) che non brilli di luce propria. Secondo me scrive anche meglio di Bellow.

  4. Francesco Romeo scrive:

    In tutta franchezza, Sergio L. Duma, tu hai dato del conformista allo scrittore che forse in assoluto è il più non-conformista di un intero secolo. O tra i primissimi posti. Io penso che Bellow sia perfino sottovalutato. E per fortuna è destinato a “non comunicare” mai a lettori posseduti dall’ideologia più frusta e che non avranno mai alcun legame reale con la letteratura e l’arte, se non attraverso una procura; non comprendendo che letteratura e arte significano (tra le altre cose): impossibilità di procure. Leggono troppe persone!

  5. francescorom@hotmail.it scrive:

    Non ritrovo il mio commento. E’ la conseguenza del reato di lesa mestizia di cui mi sono macchiato invitando Sergio Duma a riflettere sul suo proprio conformismo e sulla sua propria borghesità prima di esprimere un giudizio scarico e torvo nei riguardi di un fuoriclasse della letteratura dal talento così vertiginosamente singolare ?

  6. francescorom@hotmail.it scrive:

    Chiedo sentitamente scusa alla rivista, mi è comparso adesso il mio commento precedente. Aggiungo che non è mia abitudine polemizzare con altri lettori e che rispetto i gusti altrui. Il punto è che quel commento di Duma a mio avviso il sintomo di un fenomeno ampio che secondo me è il male principale della letteratura oggi. L’infiltrazione dei pregiudizi di derivazione ideologica nel giudizio verso le opere e gli autori. E il mio intervento mi sembra legittimo tenuto conto della presunzione (ottusissima tanto da rendere in parte imbarazzante una protesta, ma tant’è) con cui Duma implicitamente accusa di conformismo tutti gli amanti di Bellow (che so essere relativamente pochi e spero rimarranno tali). Che è illuminante per stile e per pensiero, come sanno quasi tutti quelli che si intendono di letteratura (sì, per me è una frase giusta e inattaccabile, questa invisa ai più) e che non sono teleguidati da fervori ideologici o partitici.

  7. francescorom@hotmail.it scrive:

    Ci tengo però a precisare che rileggendo quello che avevo scritto ho trovato eccessivi i miei toni. Intendo dire che avrei potuto essere meno aggressivo. Di questo mi scuso con Sergio Duma. Con cui spero di avere occasione di confrontare meglio i rispettivi punti di vista.

  8. La Redazione scrive:

    Tutte le opinioni sono legittime. E ognuno ha le sue. Anzi, siamo sempre grati dei contributi di chi ci scrive. Grazie, davvero.

    L’importante è non scannarsi e non scendere (trascendendo) sul personale. Poi anche lì, ognuno ha i suoi toni e va bene.

    A noi, semplicemente, uno capace di un simile utilizzo della lingua, sembra tutt’altro che un conformista. E non è solo quello. Una struttura come quella di “Herzog” ci sembra per esempio molto più un azzardo di quello che potrebbe sembrare.

    Certo, magari è ancora più anticonformista uno come Dos Passos (c’è un bel post, in questi giorni, su Leparoleelecose, a proposito di “Manhattan Transfert”), ma il punto forse non è neanche quanto un giro di frase possa essere conformista o anticonformista. E’ anche quanto è bella. E la bellezza (quando c’è, quando appare fosse anche nello spazio di poche righe) non si preoccupa di essere conformista o anticonformista – è sempre inattuale, fuori posto, altrove. Per questo ci sembra preziosa.

  9. francesco romeo scrive:

    Sono d’accordo con voi, per questa ragione ho chiesto scusa (benchè dal mio punto di vista io abbia reagito a un’allusione offensiva). Quanto a Bellow, secondo me siete troppo cauti. Fermo restando che a mio avviso i concetti di coformismo e non conformismo sono riferibili a una questione di pensiero e visione del mondo e non a una di forma (semmai andrebbe reclutata la sdrucciolevole nozione di originalità), la struttura di Herzog, che toglie all’epistolare l’ingombro protocollare della risposta (e la giudiziosità della completezza delle lettere), è molto innovativa. Ma non soltanto questo. Come accennavo a Duma, altri libri dimostrano il talento formidabilmente pionieristico di S.Bellow. Impiantano il dialogo filosofico di origine dostoewskijana nella elettrica e autoironica (sotto) dimensione del romanzo americano (di fenomeni e peripezie bizzarre), ciò che avrà un’influenza determinante in vari scrittori europei (Amis, Coetze), e in altri libri ancora (Il dicembre del professor Corde, Ravelstein) estende questa instalazione spericolata ai colloqui su temi economici, politici e di storia delle idee. E ancora, mai nessuno prima di lui ha congiunto la perplessità (landolfiana, potremmo dire) sulla scrittura narrativa all’esuberanza lirica più iridescente.Con Dos Passos (autore che amo e su cui ho scritto molto) il discorso è diversa, siamo dalle parti della avanguardia, della sperimentazione. Non è un indice di maggior originalità. E Bellow lo considero nel complesso uno scrittore perfino superiore e più indipendente mentalmente. Io infine credo che il problema siano le opinioni espresse da Bellow. Alcune di esse. In sostanza, il suo atteggiamento scettico nei confronti dell’entusiasmo progressista.
    Grazie a voi per il bel lavoro.

  10. Aloysius Acker scrive:

    Per me Bellow è grandissimo.
    Quanto al “borghese e conformista”, lascerei rispondere a Herzog (dal secondo capitolo, mentre scrive al Times): “La nostra è una società borghese. Non uso questo termine nel senso in cui lo usava Marx – Fifone! – Nel lessico dell’arte moderna e della religione…”
    Beh, con quel “fifone!” – scritto in piena guerra fredda, negli Stati Uniti – Bellow mi sembra meno “borghese e conformista” che mai…

  11. francesco romeo scrive:

    Bellow nel 900 non teme confronti con nessuno (T.Mann, Proust, Nabokov, Faulkner, la Woolf, Borges, Kafka, Beckett, O’Connor, Forster, Broch sono suoi pari). Secondo me. E sì, appunto, ha sempre dimostrato un coraggio e un’autonomia intellettuali scintillanti (atletici, acrobatici). Da sempre non sta simpatico soprattutto per questa ragione. Sorte analoga è toccata, restando in America, a quel campione e fantasista (metafore calcistiche che nella loro popolarità plachino gli animi!) di Updike. Ma c’è stato un equivoco lessicale che Sergio e io abbiamo chiarito scrivendoci. Io consiglio a chi sia interessato due suoi romanzi in particolare (stante la maestà di Herzog e la grandezza di Il Dono di Humboldt e Le avventure di Augie March): Ravelstein e Il pianeta di Mr.Sammler. Tra i trenta romanzi (tra romanzi e romanzi brevi) del secolo. Secondo il mio parere.

  12. lupo scrive:

    almeno per la seconda metà del secolo scorso, Bellow è il più grande di tutti, non solo in America

  13. sergio l. duma scrive:

    Continuo ancora a ritenere che considerare Bellow il più grande di tutti e non solo in America è un’esagerazione, nonché una frase da fan sfegatato. Un’opinione leggitima, certamente, ma sempre un’opinione e non un dogma.

  14. lupo scrive:

    Duma, dal primo intervento all’ultimo, mi pare che lei ne abbia fatta di strada; come lettore a suo avviso fanatico di S.B. (e invece mi tocca smentirla: ci sono pagine che mi annoiano proprio e trovo la sua opera diseguale) confido nel fatto che si decida prima o poi a soffermarsi quel che basta sulla pagina e mettere da parte il resto (quanto al borghese, spessissimo la grande letteratura lo è: lo sapeva anche marx)

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