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Scandalo Wilde

Come uomo corrotto sono un totale disastro.

Oscar Wilde

di Edoardo Pisani

È il ventotto febbraio 1895. Oscar Wilde raggiunge l’Albemarle Club, poco distante da casa sua, dove gli viene consegnato un biglietto lasciato dieci giorni prima dal marchese di Queensberry, che già aveva tentato di rovinare la prima de L’importanza di essere onesto, presentandosi al teatro con un mucchio di ortaggi da scagliare sul palco, non riuscendo nel suo intento. To Oscar Wilde posing as a somdomite, gli scrive il marchese, dandogli (seppure con un vistoso errore di ortografia) del sodomita. Per Wilde la misura è colma. Decide di denunciare il marchese, che è il padre del suo amato Bosie, cioè Lord Alfred Douglas, e che lo perseguita da diversi mesi. “La mia vita intera sembra rovinata da quest’uomo” scrive a Robert Ross. “La torre d’avorio è assalita dall’orrenda creatura.” Il primo marzo il marchese viene arrestato. Intanto però il suo avvocato raccoglie prove, fra dicerie e testimonianze, dell’omosessualità di Wilde, per scagionarlo. Il processo inizia.

“Eccellenza, ho da dire soltanto questo” dichiara Queensberry al magistrato, “ho scritto quel biglietto al solo scopo di venire al capo della faccenda, non avendo potuto incontrare il signor Wilde in altra maniera, e di salvare mio figlio, e confermo quanto ho scritto.” Il marchese insiste: Wilde è un sodomita. L’omosessualità a quei tempi era un crimine, in Inghilterra, e il processo si ribalta: di colpo l’accusato non è più Queensberry, per diffamazione, bensì Oscar Wilde, per omosessualità. L’accusa, cioè la difesa del marchese, elenca le conoscenze “proibite” di Wilde, una sequela di giovani prostituti o amanti quali Herbert Tankard o Edward Shelley o Alfonso Conway o Sidney Mavor o lo stesso Alfred Douglas, il figlio di Queensberry, da Wilde affettuosamente chiamato Bosie, che odia il padre e che ha spinto Wilde alla denuncia, al processo, di fatto condannandolo alla rovina. Wilde viene accusato anche per le lettere affettuose scritte a Bosie e per alcuni testi apparsi sulla rivista Chameleon (peraltro non suoi, come le poesie di Bosie o il racconto The priest and the Acolyte, del quale Wilde dice: “È peggio che immorale: è scritto male”), oltre che per Il ritratto di Dorian Gray.

Per difendersi, Wilde riprende la sua prefazione proprio a Il ritratto di Dorian Gray: non sta a un artista, a un creatore, giudicare la moralità o l’immoralità di un libro, perché non esistono libri immorali o morali ma soltanto libri mal scritti o ben scritti. L’accusa, ossia Sir Edward Carson, vecchio compagno di classe di Wilde, lo incalza: “Mi pare che lei abbia scritto un articolo per dimostrare che i sonetti di Shakespeare alludevano al vizio innaturale.” Wilde risponde che non è vero, al contrario, l’omosessualità era stata erroneamente attribuita a Shakespeare. Carson passa quindi ai suoi amanti, elencando le sue frequentazioni. La sola speranza del suo assistito, afferma, è di salvare l’onore del figlio, Lord Alfred Douglas, perciò Queensberry ha dato a Wilde del sodomita. Il marchese è innocente, ha agito per semplice amore paterno. Gli astanti applaudono, d’accordo con il marchese di Queensberry, con la morale, condannando il perverso Oscar Wilde. Il giudice si congratula con Carson: “Non avevo mai udito un discorso più potente né un controinterrogatorio più minuzioso. Mi congratulo con lei per averci evitato il resto della sozzura.” La “sozzura” è la reputazione di Wilde, cui a questo punto molti amici consigliano di fuggire, riparando in Francia o altrove, per evitare il resto del processo e una sicura condanna, cioè la galera. Ma Wilde non scapperà.

Niente che accada davvero ha la minima importanza, c’è scritto tra le Frasi e filosofie a uso dei giovani, perciò fuggire è inutile, la fuga mancherebbe di grazia e sarebbe a suo modo una dichiarazione di colpevolezza, e comunque Oscar Wilde non può semplicemente darla vinta ai suoi bigotti accusatori, all’ipocrisia della società vittoriana: il suo orgoglio e la sua arte glielo impediscono. Il processo va avanti. Wilde tenta di difendersi. Per l’opinione pubblica è colpevole, un ignobile sodomita, depravatore di giovani anime. Già lo diceva la madre di Bosie, Lady Queensberry, tentando a sua volta di allontanare il figlio da Wilde: “Se, come sono convinta, il signor Wilde ha recitato con te la parte di Lord Henry Wotton, io non potrò mai considerarlo diversamente da come lo considero: l’assassino della tua anima.” Lord Henry Wotton è uno dei personaggi de Il ritratto di Dorian Gray, una sorta di demone-dandy che travia il giovane Dorian, corrompendone la purezza e conducendolo al cinismo e alla meschinità, infine all’omicidio e alla morte. Dal canto suo, Wilde ha già risposto, in una lettera a Ralph Payne: “Basil Hallward è ciò che credo di essere; Lord Henry ciò che tutti pensano che io sia; Dorian Gray ciò che vorrei essere.” Basil Hallward è l’autore del ritratto di Dorian, in qualche modo l’ideale artistico di Oscar Wilde, che si rifà alla bellezza (“Ci resta da creare il bello” scrive ne Il critico come artista) e alla forza estetica della parola scritta.

Lord Henry, dunque, è ciò che gli altri, compresa la madre di Bosie, credono che lui sia. L’accusa ha gioco facile. Gran parte della stampa attacca Wilde; per il National Observer non è altro che un “impostore osceno”, per l’Echo un “uomo perduto, votato alla dannazione”, mentre il Pall Mall Gazette scrive che “si respira, con l’arresto di Oscar Wilde, un’aria più sana.” Wilde è infatti stato arrestato. È il cinque aprile del 1895. Due agenti di Scotland Yard si sono presentati al suo alloggio, al Cadogan Hotel, ammanettandolo e conducendolo al posto di polizia di Bow Street, dove viene condannato a due anni di lavoro forzato, per oltraggio alla morale. Queensberry esulta. Le opere di Wilde sono ritirate dalle librerie, il suo nome è cancellato dai manifesti delle sue commedie, facendogli perdere i diritti d’autore. Wilde non ha più soldi, neppure per pagare il suo avvocato difensore, Sir Edward Clarke, che comunque decide di continuare a difenderlo. I creditori, compreso lo stesso marchese di Queensberry, che esige il rimborso delle spese per il processo vinto, non gli danno scampo. I suoi beni sono svenduti; libri rari, manoscritti, quadri, tappeti, mobili: la sua elegante casa di Tite Street è letteralmente saccheggiata dai creditori. Wilde perde anche un prezioso manoscritto di Keats, donatogli da Emma Speed, nipote di Keats, di cui era sempre stato orgoglioso, e che non sarà mai più ritrovato. È la rovina. Nel frattempo è rinchiuso a Bow Street, assistendo impotente al secondo processo, che confermerà l’accusa e la condanna ai lavori forzati. Rimane nelle galere di Pentonville e di Wandsworth sei mesi, per poi essere spostato, in un viaggio lungo e umiliante, ammanettato, fra gli insulti dei passanti che lo riconoscono lungo la strada, con un tale che gli sputa persino in faccia, nel carcere di Reading, dove rimarrà un anno e mezzo, fino al termine della pena. È la caduta, o la tragedia in atto, del mito di Oscar Wilde.

In carcere Wilde scrive il De profundis, o meglio il suo Epistola: In carcere et vinculis, che Robert Ross intitolerà De profundis dopo la sua morte, pubblicandolo rimaneggiato (senza gli attacchi al marchese di Queensberry e a Bosie) nel 1905. Nel testo fa i conti con Bosie, il suo ex amante, ovvero, sebbene indirettamente, con la parte più spendacciona e mondana di se stesso, condannandosi. Niente sarà più come prima: la dura vita del carcere, afferma, lo ha cambiato. Wilde scrive di peccati e pentimenti, della forza redentrice del dolore umano, tessendo l’elogio di un Cristo poetico, immaginifico, la cui “intera concezione dell’Umanità scaturisce nettamente dall’immaginazione e solo dall’immaginazione può essere capita”, lodando “la sua profonda solitudine, la sua sottomissione, la sua accettazione di tutto”, forse rivedendo il proprio dolore nel dolore del Cristo tradito e crocifisso. Durante la prigionia legge Dante, i Vangeli, Walter Peter, la Vita di Gesù di Ernest Renan. Gabriel Matzneff, che per inciso ha subìto recentemente uno scandalo molto simile, per violenza e clamore, a quello di Oscar Wilde, fino alla messa al bando di molte sue opere (e ci auguriamo che Gallimard rimetta prima o poi in vendita gli splendidi carnets noirs), ha scritto, in Maîtres et complices, che Wilde parla di Gesù Cristo meglio di qualsiasi teologo, e che, come Edmond Dantès trova l’abate Faria nella cella del Château d’If, così a Reading Oscar Wilde ha trovato il Cristo. Peccato che fuori, dopo la scarcerazione, non lo attendino tesori né vendette, ma soltanto solitudine e miseria, nell’esilio che precederà la morte. È il 1897. Wilde è libero, finalmente, lasciando Londra per sempre, esiliandosi e viaggiando sotto falso nome, Sebastian Melmoth, in Francia e in Italia. Rivede Bosie, dimenticando i propositi di rottura del De profundis, e a Napoli finisce di scrivere La ballata del carcere di Reading, il suo poema migliore (“For he who lives more lives than one / More deaths than one must die”), pubblicato un anno dopo l’uscita dal carcere, firmato solamente con il suo numero di matricola di carcerato a Reading, C33. È il suo canto del cigno, scritto a fatica, soffrendo la parola, estenuandosi nei versi. Il libro avrà un buon successo di pubblico, specie in Inghilterra, però Wilde non scriverà altro. È la fine. I pochi anni che gli restano da vivere sono caratterizzati dalla solitudine e dal silenzio, oltre che dalla povertà.

Wilde muore a Parigi. “La società conosce mezzi più raffinati della morte, quando vuole accoppare un uomo” ha scritto André Gide, riferendosi al Wilde in esilio, solo e malato, depresso e abbandonato da tutti. Gide lo incrocia per strada, senza un soldo, mentre chiede l’elemosina, qualche moneta per sfamarsi. Lui stesso è a disagio, sedendoglisi accanto, come se temesse di essere visto in sua compagnia. Non è il solo. Molti letterati parigini, un tempo suoi ammiratori, “quei parigini che solo dieci anni fa leccavano i miei stivali di conquistatore”, dirà Wilde a Louis Latourette, lo evitano o fingono di non conoscerlo. Gli rimangono pochi amici, pochi incontri casuali e commossi, come le parole scambiate al Café de la Regence con una matricola universitaria. “Mi piacerebbe fuggire nell’Arkansas come un cervo ferito” dice Wilde. “Grazie di avermi ascoltato. Sono molto solo.” Ormai Constance, la sua ex moglie, è morta, e Wilde non sa più niente dei suoi due figli, che non portano più il suo cognome infamato, Wilde, e per i quali piange spesso. Passa le notti fuori, camminando per le vie di Parigi, solo e senza più voglie, senza più futuro. Mario Praz, mai tenero con Wilde, ne La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica scrive che la “perfezione tragica” della fine wildiana è stata da lui cercata, accettata di buon grado, dal processo alla morte; e certamente sbaglia, tali furono il dolore e la disperazione davvero sofferti da Wilde.

La morte dunque è vicina. Tutto è squallido e monotono, come in una farsa recitata male. La malattia, probabilmente di origini sifilitiche, si aggrava. Wilde è rinchiuso in una camera dell’Hotel Alsace, un albergo di terz’ordine, preda di febbre e dolori, con la gola in fiamme e il corpo ricoperto di misteriose chiazze. Ha quarantacinque anni. Robert Ross e Reggie Turner, gli ultimi amici rimasti, sono al suo capezzale. È la mattina del trenta novembre del 1900. Wilde è incosciente ma sveglio, e soffre, sputando catarro e sangue. Morirà nel pomeriggio. Sarà sepolto tre giorni dopo, nel cimitero di Bagneux, una cerimonia rapida, di sesta classe, con una ventina di presenti, fra cui Bosie, accorso a Parigi soltanto dopo la morte di Wilde. Nel 1909 i suoi resti saranno spostati nel più prestigioso cimitero del Père Lachaise, dove sono tuttora, dentro il monumento funebre di Jakob Epstein, un egizio prono (castrato nel 1961 da un ammiratore o omofobo anonimo), in omaggio a La sfinge, un poema di Wilde, con un’iscrizione de La ballata del carcere di Reading: “And alien tears will fill for him / Pity’s long-broken urn, / For his mourners will be outcast men, / And outcast always mourn.”

E gli emarginati sempre piangono. Wilde era un emarginato, un paria, uno Charlus proustiano condannato dal bigottismo ipocrita dell’Inghilterra di fine Ottocento. Ma le morali passano, mentre i grandi uomini, come le loro opere, come il coraggio e l’infinita grazia con cui hanno affrontato l’assurdità del loro tempo, la volgarità di ogni moralismo, restano. La chiarezza dello stile di Oscar Wilde, la poesia e l’acutezza delle sue opere e della sua vita, compresi lo scandalo e il crollo finale, hanno sopravvissuto, nel loro intatto splendore, al Novecento.

Edoardo Pisani, nato a Gorizia nel 1988.
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Un commento a “Scandalo Wilde”
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  1. prigioni - ATBV scrive:

    […] un ritratto abbastanza terribile (lo trovate qui), che vi consiglio di leggere, se avrete un po’ di tempo. Racconta un grande scrittore ma lo […]



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