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Scaricando la mia biblioteca

(Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

Collezionare, infatti, riduce ogni acquisizione a un feticismo delle forme: dei libri, dice Benjamin, citando Anatole France, «la sola conoscenza certa è quella dell’anno di pubblicazione e della forma […]». Anche l’incompresione più profonda sembra però avere un senso; esso, per quanto radicale, si rivela soltanto alla fine o, sarebbe meglio dire, con la fine: di fronte alla scomparsa di colui che ha desiderato. Solo allora sarà possible comprendere la necessità di un possesso altrimenti incomprensibile: nei libri che sopravvivono al collezionista rinvenire la sua intera esistenza.

È certo che oggi, a poco più di ottant’anni di distanza dalle considerazioni di Benjamin, il collezionismo potrebbe davvero assumere significati sempre più radicali, specie di fronte alla paura che sia il libro a scomparire, soppiantato da una nuova forma di fruibilità dei contenuti: quella della pagina elettronica, con la sua natura virtuale e intangibile. Siamo così di fronte a una prospettiva completamente antitetica: alla necessaria scomparsa del collezionista si è sostituito adesso il presentimento che sia il libro a dover affrontare questo destino prima ancora di essere posseduto. La diffusione su ampia scala di Internet e lo sviluppo di connessioni sempre più veloci nel trasporto di una mole impressionante di dati stanno trasformando radicalmente il senso del possesso materiale dei libri, ridefinendo completamente anche un più sobrio concetto di conservazione.

È stata la lettura casuale di un articolo di Federico Guerrini del 14 settembre 2011 su La Stampa a determinare il click: sembra che i designer di Ikea abbiano deciso di ridimensionare «Billy», la loro storica libreria. Il titolo dell’articolo ha un che di apocalittico: L’Ikea si prepara alla fine del libro (di carta). La ragione è che «Billy», la più venduta e più tradizionale libreria del colosso scandinavo, non servirà più soltanto da contenitore di libri, ma come luogo di esposizione. In buona sostanza, quello che si era già iniziato a vedere da tempo sulle riviste di design e arredamento ha infine raggiunto il suo stadio più compiuto di massificazione. È allora vero che ci saranno più soprammobili e meno libri. Che la decisione di Ikea sia davvero imputabile alla rivoluzione del libro elettronico resta una questione aperta, ma nonostante le librerie si siano fatte un lifting dimensionale, ci saranno ancora tanto i libri che si comprano quanto i libri che si scaricano, così come ci saranno soluzioni ibride e marcatamente pleonastiche: i libri che si «mostrano», comprati magari dopo averli letti in formato elettronico, a conferma di un carattere sempre più vintage delle vecchie edizioni cartacee. Perché un fatto è certo: gli e-Book non stanno di necessità uccidendo il libro tradizionale.

Un caso molto significativo, riportato da Ernesto Ferrero in un intervento apparso sul Corriere delle sera del 16 giugno 2012, riguarda il collettivo bolognese Wu Ming, «i quali ormai da dieci anni sostengono che la disponibilità in Rete dei loro romanzi non solo non ha danneggiato le vendite in libreria dei medesimi titoli, ma le ha semmai favorite». Difficile dunque stabilire un trend: per adesso l’andamento conosce fluttuazioni continue perché la rivoluzione è appena avvenuta; anzi, sta ancora avvenendo: a un calo di acquisti materiali di un titolo o di un autore non corrisponde necessariamente l’aumento proporzionale dei loro download. La decisione di acquistare un libro piuttosto che un e-Reader è, in questa circostanza, una questione di scelta, di gusti, di punti di vista, del modo di essere di ognuno. Un fatto: grazie ai formati sempre più “leggeri” del materiale scaricabile, questi “lettori elettronici” contengono già in parte e conterranno sempre più in memoria il corrispettivo di intere biblioteche. Stiamo parlando di banche dati virtuali, in cui la questione dei contenuti si farà sempre più radicale; ma alla versatile capacità di immagazzinare informazioni corrisponderà il rischio, altrettanto concreto, di perderli. Ironia della sorte, il problema che si pone ai database odierni, nonostante sistemi sempre più sicuri ed efficienti di back-up, è ancora quello delle biblioteche del passato.

Oggi però, anche nel caso degli e-Reader, il rischio della scomparsa del libro, cartaceo o elettronico che sia, coincide paradossalmente con una sua sovrapproduzione, la stessa di cui si era già preoccupato, con incredibile acume, Giacomo Leopardi in alcune lucidissime pagine dello Zibaldone e che ha portato, non più tardi di trent’anni fa, alle prime discariche di libri a Lipsia, in Germania. E non è ancora tutto: in un recente volume di Robert Darnton, intitolato Il futuro del libro, apprendiamo che le biblioteche stesse sono da tempo costrette a una logica darwiniana di autoselezione, nel migliore dei casi cedendo e, nel peggiore, distruggendo ciclicamente i libri conservati sino a quel momento. Arriveremo allora allo sviluppo di una funzione di «discarica» degli e-Book? Una considerazione sulla produzione eccessiva o sulla presenza eccessiva di dati risulta più che mai significativa in un mondo «informato», oggi come mai prima, da tutta una serie di «economie del superfluo». Così la «riproducibilità» benjaminiana si fa acquisizione nostalgica di fronte al bisogno di una più moderna «riciclicità» dell’opera d’arte.

È facile capire che a mancare dalle librerie, ma non a scomparire, saranno le edizioni con note e apparati, le curatele di studiosi che hanno passato la vita a cogliere il senso di un singolo autore o di una singola opera. Vi saranno allora vie preferenziali di acquisizione di versioni cartacee per biblioteche e istituti di ricerca. Ad aumentare in libreria saranno invece le edizioni fatte per essere abbandonate non appena lette, se non addirittura nel mentre; edizioni a basso prezzo, messe insieme con un po’ di colla e carta riciclata. Il libro si consumerà quindi a mo’ di fast book: un morso e via, tutto nel cestino. Ma come stanno reagendo i vecchi editori a questi nuovi “lettori”? Da parte loro, le grande case editrici, proprio attraverso i punti vendita deputati al cartaceo, non possono non sostenere la convenienza di una scelta a favore degli e-Book, specie se non vogliono fare una brutta fine. Basta ricordare la notizia riportata dal Wall Street Journal il 20 luglio 2011 sul fallimento della seconda catena di librerie più grande degli Stati Uniti, la Borders Group Inc.

Alcune delle osservazioni riportate in quell’articolo sono significative. Come chiarisce Lorraine Shanley, consulente per Market Partners International, seppure in libreria gli spazi riservati al libro si stiano sempre più riducendo a favore degli e-Reader, «bookstores are needed to create excitement even though the final transaction may be digital». Possiamo inferire che la scomparsa del libro potrà esser scongiurata dal semplice fatto che esso rappresenta uno stimolo per il compratore, dal suo utilizzo come libro-manichino, dato che l’abito di sfogliare pagine in libreria, pur senza acquisto, è da considerarsi un costume sociale. Di contro, la diminuzione del numero di volumi da stampare o da “tenere” in libreria ha già avuto un impatto sulla produzione di nuovi libri e dunque sugli autori, i quali stanno perdendo uno spazio che apparteneva loro, non soltanto in termini di promozione. Sembra davvero un circolo ostinatamente vizioso, al quale si aggiunge il fatto che la vendita del libro cartaceo è “osteggiata” oggi, se così si può dire, dalla concorrenza di siti come Amazon o eBay, in cui anche i privati rimettono in circolazione i propri acquisti in modo conveniente. E i piccoli librai? Diventeranno sempre e soltanto più piccoli? Intorno a loro si organizzeranno gruppi di nostalgici bibliofili, con tutto il carico delle loro “perversioni” post-benjaminiane? Questa previsione potrebbe rivelarsi sbagliata. La verità è che risulta davvero difficile confrontare la situazione del libro di oggi a quelle del passato. Se pensiamo ad alcuni precedenti importanti, il pericolo della scomparsa del libro c’è già stato, o almeno c’è stato il clamore intorno alla sua possible scomparsa. Mi viene in mente il lancio degli audiobook, che hanno avuto un discreto seguito, specie tra dottorandi e joggers americani, negli anni Ottanta e Novanta, e che qualcuno ancora adesso usa. Anche allora si è temuta la fine del cartaceo.

Oggi pare quasi incredibile ricordarlo. Col senno di poi possiamo concludere facilmente che l’ausilio di un mangiacassette o di un lettore compact disc non ha mai assunto in passato quel grado di dipendenza avuto dai laptop e dai tablet odierni. Eppure, ancora ignari di quello che Internet sarebbe diventato, la paura di allora sembrava del tutto motivata. Siamo sinceri: di scomparsa del libro si è parlato ancora e spesso, se non da sempre. Retrocediamo con calma. Imputati principali del Novecento: TV, cinema, carta stampata. Agli esordi del secolo scorso si discusse ampiamente dello stesso problema. Era l’epoca della Cronaca bizantina e della diffusione dei primi giornali. Allora la domanda era la seguente: il giornale ucciderà il libro? La pagina elettronica ha determinato una rivoluzione diversa da quelle precedenti per via dell’importanza assunta da Internet nella vita di tutti i giorni: scaricare un libro viene naturale come leggere una e-mail. La necessità di una connessione costante ha imposto alla lettura nuove strategie. Lo scambio odierno di dati scaricabili non è paragonabile a niente altro: anche i giornali e la musica sono finiti a vorticare nello stesso, identico maelstrom. La verità è che non siamo più di fronte a supporti diversi di uno stesso contenuto. Il libro è in questo caso sempre un libro: abbiamo ancora caratteri alfabetici che compongono titoli, paragrafi, capitoli; abbiamo pagine e numeri di pagine: abbiamo, dunque, “il libro.” È un po’ come aver “attraversato lo specchio.”

Le cose sembrano quelle di prima, ma non si comportano più come prima. Lo spazio ora è quello dello screen, la cadenza quella del touchpad, col contorno di application che caratterizza gli e-Reader, da Kindle a Nook, all’iPad: tutti sempre più sottili e portatili, efficienti e leggibili, belli e fragili, proprio come un libro. Parlando non troppo tempo fa con un amico di un mio lungo viaggio in auto nel sudovest degli Stati Uniti mi sono ritrovato ad ascoltare una storia che pareva uscita da una qualche pagina beatnik: per le strade del Colorado, poco più di dieci anni fa, un gruppo di roadtripper che su un furgone getta libri lungo il bordo della strada. Motivo? Alleggerire il carico, come su una mongolfiera, per via di una salita resa impossibile dal peso di cinque persone e da tutto il loro bagaglio. La zavorra? I libri: fu la prima cosa a cui pensarono. Quando chiesi al mio amico perché, lui alzò le spalle e sorrise: I don’t know, I guess they were not real books. Ecco il punto: i libri veri. Al di là del numero di volumi presenti su quel furgone e del loro impatto effettivo sul suo peso, l’immagine resta efficace. Se si fosse trattato dei libri veri ciò non sarebbe accaduto. Penso allora a quei libri gettati: edizioni paragonabili ai piatti di plastica con cui si fanno i rinfreschi, disse lui. Penso a certi libri di cui anch’io mi sono liberato, appartenenti alla famiglia dei disposable book. Mi rassicuro. Credo davvero che la scomparsa dei libri, come la comparsa degli e-Book, sia una questione del tutto virtuale.

Commenti
2 Commenti a “Scaricando la mia biblioteca”
  1. sergio garufi scrive:

    «la sola conoscenza certa è quella dell’anno di pubblicazione e della forma […]». Anche l’incompresione più profonda sembra però avere un senso; esso, per quanto radicale, si rivela soltanto alla fine o, sarebbe meglio dire, con la fine: di fronte alla scomparsa di colui che ha desiderato. Solo allora sarà possible comprendere la necessità di un possesso altrimenti incomprensibile: nei libri che sopravvivono al collezionista rinvenire la sua intera esistenza.

    sembra la storia del mio romanzo, che non per caso ha un capitolo ispirato a benjamin.

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