garbage

“Scarti” di Jonathan Miles: Conoscere il proprio destino prima di esserne travolti

garbage

di Gaia Tarini

(fonte immagine)

Elwin Cross avrebbe adorato Max, il protagonista di Perché non ballate? il mio racconto preferito di Raymond Carver. Come lui, Elwin tenta disperatamente di liberarsi degli oggetti di casa sua, quelli che gli ricordano Maura, la donna che lo ha lasciato per un altro. In Perché non ballate? invece, apparentemente non sappiamo perché Max abbia portato nel giardino di fronte alla sua casa tutti i mobili e le cianfrusaglie che si prepara a svendere come vecchi rottami. A Carver, un maestro nell’arte dell’intuizione, basta farlo entrare in scena così:

Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato. Aveva panini, birra e whiskey. Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee. Ma c’erano anche dei momenti di vuoto. Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si ricordasse delle cose fuori sul prato.

Ce lo descrive con pochissime semplici frasi, quelle sufficienti ad intuire la sua devastante malinconia. Per Max, come quasi tutti i personaggi di Carver, il destino è una scommessa, un punto interrogativo: non sappiamo cosa farà, oltre le pagine del racconto, dove andrà, come risanerà quella voragine che (intuiamo) lo schiaccia mentre, devastato dall’alcol e dalla tristezza, regala i suppellettili superstiti di una vecchia vita. Jonathan Miles invece, coi suoi figli è più generoso: non getta la stessa magica scia di mistero sulla loro sorte; tutt’altro, li incoraggia a lottare, a scegliere, a diventare concretamente gli artefici del proprio destino, una speranza che in Carver era ancora spesso e volentieri embrionale. È in questo scollamento cruciale che Carver e Miles si distanziano: il primo ha dato tutto perché i suoi potessero intuire che oltre la staccionata di un dramma (un amore finito, un lavoro perso, un incidente di percorso) ci fosse qualcosa ad aspettarli; il secondo gli offre una panoramica sulle reali possibilità che esistono perché questo qualcosa diventi afferrabile.

I personaggi di Miles, proprio come accadeva a quelli di Carver, hanno il privilegio e la sfortuna di essere accarezzati dalla penna dello scrittore: sono sovraesposti alla vita, svelati brutalmente, sadicamente e amorevolmente nelle loro macchie, si raccontano tramite i compromessi cui devono arrivare per sopravvivere. Carver li avrebbe cullati con una buona bottiglia whiskey, ma a Miles non basta. I suoi sono le mele ammaccate o i biscotti scaduti da poche ore che trovano Micah e Talmadge nei bidoni della spazzatura: oggetti apparentemente inutili, ma ancora incredibilmente pieni di possibilità. In loro abita il falso mito della fine (è proprio il caso di Elwin Cross, linguista sovrappeso che ha perso la moglie e si prepara ad un altro cordoglio, quello inesorabile cui va incontro il padre malato di Alzheimer), o il falso mito che i soldi possano comprare non solo la felicità ma anche, in un certo senso, l’amore (come succede a Dave Masoli, uno squalo esperto in riscossione tributi che finisce per conquistare la figlia adolescente della donna che ha sposato). D’altro canto sono anche gli avvocati del diavolo, i Matty Booner che vengono in visita a trovare un amico e per un periodo cedono al suo insolito stile di vita, così distante dalla loro visione del mondo; o le ragazzine che comprano test di gravidanza con grande imbarazzo mentre tentano di dimenticare il padre perduto tra le macerie dell’11 settembre. Sono esattamente, meravigliosamente colpiti dalla vita, ma non ne sono stati ancora affatto sconfitti. Semplicemente, ancora non lo sanno.

Ho avuto l’impressione che in Scarti la vera missione fosse andare oltre quel Carver che aveva avanzato l’ipotesi di una via d’uscita, arrivando in fondo al sentiero di cui lui aveva gettato le basi. Questi strani personaggi, anche quando non se ne accorgono, vogliono vivere e hanno tutte le risorse per farlo: Miles li guida, dandogli sempre una seconda occasione, anche quando sembrano perduti (ai propri occhi e a quelli del lettore). Ecco perché non ci sono buoni o cattivi, nel suo romanzo, solo semplici esseri umani. Iniziare a parlare di loro da ciò che non vogliono più (il titolo originale del libro è Want not), è l’espediente più geniale per raccontare ciò che invece desiderano. “Tutto può essere recuperato” è un po’ il motto dell’opera, e non a caso: non solo i pezzi di carne intatta, ingiustamente sottratti al mercato, non solo le confezioni di biscotti, ma anche e soprattutto le loro esistenze, che qui si trovano tutte non casualmente ad un punto cruciale: scegliere o meno di sopravvivere. E dato che Miles, per come la vedo io, è un ottimista, la risposta è una sola: farcela. Come? Lasciandosi andare. Uno dei capitoli più belli in Scarti è il primo della Terza Parte, quello in cui il vecchio professor Cross, allettato in una clinica e costretto a fare i conti con i suoi sempre più frequenti vuoti di memoria, ha un incontro sensazionale con un gatto. L’animale è diventato una specie di “mascotte della morte” nel reparto, una specie di fantasma sembra annunciare la fine imminente dei pazienti cui viene a far visita. Quando, in un pomeriggio di ricordi, appare sulla porta dell’anziano professore, viene scacciato in malo modo, ma niente, continua a strusciarsi sul ciglio della porta, finché non tenta il tutto per tutto: salire direttamente sul letto dell’ammalato, cominciando a fare la pasta sulle sue lenzuola. Miles ci espone senza avvisaglie a questa scena meravigliosa di arrendevolezza. La descrive con queste parole:

Il gatto continuava a impastare e a ronfare, guardando direttamente negli occhi il dottor Cross, e il dottor Cross, sussultando quando ogni tanto un artiglio gli perforava il copriletto e arrivava alla sua pelle sottile e avvizzita, cullato dal dolce ronzio delle fusa del gatto eppure pervaso da una lucidità strana e potente, ricambiò lo sguardo con intensità ancora maggiore, ansioso di sapere cosa vedeva il gatto, di sapere ciò che il gatto sapeva. Di sapere cosa era in serbo per lui.

Ecco cosa aspettano, fiduciosamente, i personaggi di Miles: conoscere il proprio destino, prima di esserne gioiosamente travolti. Loro, a differenza dei figli di Carver, arriveranno presto alla verità. Ed è un senso di giustizia, quello che si incontra dentro Scarti, anche quando le cose si mettono male. C’è bisogno di respiro e di redenzione, un po’ come quella che aspettava ansiosamente il protagonista di un altro bellissimo libro, il Dad Lewis di Benedizione di Kent Haruf. Ed è in questo sentimento di possibilità che Miles rivela le sue potenzialità narrative, la sua capacità di parlare senza finzione di personaggi altrimenti virtuali; la sua devozione alla vita, che non è altro che uno scatolone pieno di vecchi arnesi pronti a riacquistare da un momento all’altro nuova vita.

Scarti è insomma un libro da cui è difficile separarsi e da cui è difficile distanziarsi anche molto dopo che lo si è chiuso. Io stessa, nel leggerlo, avrei voluto che non finisse mai. Come giustamente ha affermato Dave Eggers, Jonathan Miles ha scritto un romanzo gioioso, nell’accezione più vera e complessa del termine, un vademecum a cui tornare ogni qualvolta ci si senta sul punto di perdere fiducia nell’umanità. C’è bisogno di libri di questo genere, che ci aiutino a ricongiungerci tanto alla realtà quanto alla speranza, un tesoro in via d’estinzione la cui salvezza è decisamente affidata anche e soprattutto alle meravigliose possibilità che ha ancora la letteratura.

Commenti
2 Commenti a ““Scarti” di Jonathan Miles: Conoscere il proprio destino prima di esserne travolti”
  1. Marinella scrive:

    Iniziato oggi, è vero: difficile abbandonarlo. Dunque c’è ancora speranza per la letteratura.

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento