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Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers

Questo pezzo è uscito nel 2002 sul sito di minimum fax. Traduzione di Martina Testa.

Il sarcasmo o Bob Dylan o Una lunga conversazione fra due persone in gamba

Jonathan Lethem: Quello che mi è piaciuto particolarmente della nostra discussione su Dylan è che abbiamo cominciato a individuare un fenomeno interessante: il classico impulso, da parte del fan e del critico, a scegliere un periodo della produzione di Dylan come “l’unica parte valida” per poi accomunare tutto il resto in un’unica onnicomprensiva condanna: come se Dylan dovesse vergognarsi della sua continua produttività, come se la mole imponente del suo lavoro fosse una specie di crimine o di malattia che minaccia l’ascoltatore o il suo rapporto con gli album che ama. E, come hai sottolineato tu, dietro la presunzione di quel tipo di rifiuto si nasconde – in maniera particolarmente intensa – una specie di confusione istintiva e spaventata di fronte alla continua ricerca di quell’artista, all’ostinata determinazione con cui pratica la sua arte, alla sua disponibilità alla sperimentazione, alla crescita e al fallimento. Come se, quando un artista è troppo prolifico, troppo generoso, scattasse un interruttore che lo fa improvvisamente apparire come un insulto al suo pubblico.

Il collegamento che non ho fatto mentre discutevamo, ma che mi ha colpito mentre ci riflettevo a posteriori, è che questo meccanismo di difesa, questa sublimazione delle paure dell’ascoltatore/lettore/critico/ecc… in vera e propria rabbia contro l’artista che sostanzialmente non fa altro che offrire al mondo la propria arte, questo indignato rifiuto dell’abbondanza (vorrei trovargli un nome adatto!) ha al centro lo stessa reazione emotiva deviante che ho cercato di descrivere quando parlavamo di “grandi autori che quando invecchiano cominciano a denunciare la proliferazione di nuovi scrittori”… te lo ricordi? Arriva un momento in cui lo scrittore si sente improvvisamente minacciato dalla quantità di nomi sconosciuti sugli scaffali delle librerie e decide di scrivere il tipico articolo in cui dichiara che i nuovi scrittori che si affacciano sul mercato – esordienti che con umiltà, con sincero entusiasmo, forse a volte con la goffaggine dei novellini, osano proporre al pubblico il proprio lavoro – stanno commettendo una specie di crimine, di inflazionamento, ai danni della letteratura.

Come se i bei libri potessero essere annacquati dall’esistenza di libri meno belli. O come se qualcuno avesse il diritto di decidere quali scrittori meritino di continuare la propria carriera e quali no (non so che ne sarebbe di me, se avessi ricevuto un giudizio così assoluto all’uscita del mio primo romanzo!) O come se pubblicare narrativa potesse fare del male a qualcuno.

Dave Eggers: Com’era quella frase di Vonnegut sulla narrativa che avevi citato?

JL: Diceva qualcosa del tipo che attaccare un romanzo è come mettersi indosso un’armatura e partire alla carica contro un budino al cioccolato.

DE: Io la trovo geniale.

JL: Anch’io mi rendo conto di sentirmi minacciato, a volte, dalla fecondità della produzione culturale, dalle scelte costanti che mi impone, e da quella irritante possibilità che io mi stia continuamente perdendo qualcosa. Anche io a volte sento di assumere quell’atteggiamento odioso di rifiuto preventivo: questo o quel gruppo, o libro, o film, che non avevo mai sentito nominare prima che cominciassero a parlarne tutti quanti è probabilmente “sopravvalutato” o “una bufala”. E certe volte mi accorgo che ho veramente fame di stroncature: che sollievo avere qualcuno che rifiuta al posto mio una nuova favolosa offerta senza che io debba privarmi di una fetta del mio prezioso tempo per venirci alle prese e formarmi un’opinione. Quanto è più semplice per la mia attenzione assediata da ogni lato! Ehi, non è mica facile dedicare attenzione alle cose!

Ci tengo a mandare un caloroso “Capisco benissimo, capita anche a me” a chiunque sia troppo esaurito in qualche momento della giornata per leggere un certo libro o ascoltare con cura e senza pregiudizi una canzone sconosciuta. L’importante però è riconoscere questo atteggiamento soggettivo di autodifesa, questo meccanismo spontaneo di rifiuto assolutamente-umano-ma-comunque-meschino quando si riveste di certe pose da “critica oggettiva”. Sapere che il critico che istintivamente chiama Time Out of Mind il primo album di Dylan degno di nota dopo Blood On the Tracks lo fa perché è un gran bel sollievo, che diamine, non doversi scervellare a esaminare i ventitré anni di lavoro di buona, pessima e ottima qualità che stanno fra quei due dischi. Perché è semplicemente troppo, mi spiego?, è troppo faticoso dover ammettere la possibilità che fra il 1974 e il 1997 Dylan abbia fatto qualcosa che valga la pena ascoltare.

DE: Dylan è l’esempio perfetto, perché ovviamente è quel genere di artista – rarissimo – che invecchiando ha continuato a evolvere il suo stile, a volte in maniera impressionante – nel bene e nel male. Dal passaggio al suono elettrico alla fase del mascara alla fase messianica ai video poco convinti su MTV, e così via. Penso che l’opinione comune su Dylan è che sia in giro da troppo, troppo tempo e che abbia avuto troppe incarnazioni. Sembra che abbia dato troppo – troppa roba anche se buona, troppa per una persona sola. Se si decidesse a morire, potremmo analizzare il tutto, etichettarlo e schedarlo per bene e vedere di capirci qualcosa.
 Ma Dylan è anche una vittima, come molti dei musicisti e degli artisti particolarmente fecondi, del nostro pregiudizio contro la prolificità. Quando uno fa uscire due album in un anno – Elvis, per dire – o un film all’anno – Woody Allen – e via dicendo, ci sorge subito il sospetto: che manchino di serietà, di gravitas, di profondità. Qualcosa del genere. Li ignoriamo.

Siamo arrivati ad aspettarci un determinato tasso di produzione dai nostri fornitori culturali: un flusso che siamo in grado di elaborare, una frequenza che ci possa far pensare che il prodotto culturale contenga in sé un certo investimento di tempo, sia stato sottoposto al dovuto invecchiamento. Kerouac venne disprezzato per la velocità con cui scrisse alcune delle sue opere, come I sotterranei, ma poi veniamo a sapere che Márquez ha scritto Cent’anni di solitudine molto velocemente e restiamo confusi, perché è un libro denso e curato, eppure è stato scritto con una rapidità che non ci sembra possibile. E questo ci mette a disagio, perché non vogliamo pensare che per creare opere d’arte di pari qualità (qualunque siano i criteri per definirla tale) possano servire periodi di tempo tanto variabili.

JL: Esatto, proprio così: artisti come Kerouac o Joyce Carol Oates o Picasso o Prince tendono a suscitare disprezzo perché pare che scarichino sul pubblico il contenuto del loro cervello con una libertà che non conosce vincoli o rifiniture. La ritrosia a pubblicare diventa oggetto di ammirazione e devozione: la tormentata parsimonia dell’artista bloccato, lento o pieno di sé. E invece io sono sempre scettico quando si presume di poter capire qualcosa sui “mezzi di produzione” di un artista – e il tuo esempio su Márquez indica esattamente l’assurdità di questa presunzione. (Un altro caso, che non ha nulla a che vedere con la prolificità, è quando un critico dichiara di aver individuato una reazione, un’influenza o l’inserimento-in-una-tendenza in un libro cominciato anni e anni prima che l’artista potesse venire in contatto con l’oggetto della presunta influenza…)

Dylan poi è un caso particolare molto interessante perché scrive e registra costantemente (o almeno lo faceva durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta) molte più canzoni di quelle che pubblica. E da orgoglioso possessore di un buon numero di suoi bootleg, posso dire che anche in quelle canzoni c’è molto di buono. Quindi è indiscutibile che Dylan non sia uno di quelli che buttano sul mercato ogni sillaba che gli esce di bocca… e che ne sappiamo che Joyce Carol Oates non abbia una decina di romanzi inediti nel cassetto?

DE: Il punto è che in una giornata ci sono tante ore, e in quelle ore si possono fare tante cose. La gente che impiega cinque anni a scrivere un romanzo, raramente, va detto, passa quei cinque anni a scrivere ininterrottamente il romanzo. Fa altre cose, lascia sedimentare il lavoro, lo abbandona e lo riprende, e così via: senza fretta. E tutto questo ha ben poco a che vedere con il valore finale dell’opera. Ma devo ammettere che ho una preferenza per gli artisti la cui produzione è rapida e variata, perché se consideriamo la produzione artistica come un’espressione di amore e di speranza – credo che di questo si tratti, quando non nasce dalla rabbia – allora direi che preferisco quelli che non sono capace di tenerla a freno, che se la fanno sprizzare da tutti i pori. E Dylan è così. Elvis Costello idem. Un altro buon esempio è Bowie. Mentre potrebbe fare concerti di greatest hits con tanto di orchestra al Radio City Music Hall, sceglie di fare musica molto ostica – musica che sinceramente non sopporto, ma che merita un qualche tipo di rispetto, se non altro per quanto si allontana da quella che il suo pubblico a-colpo-sicuro – lo stesso di Clapton, potenzialmente – sarebbe ben lieto di sorbirsi.

JL: Mi fermo un attimo a farmi una risata, perché il tuo ultimo esempio dimostra quanto sia soggettiva tutta la questione. E per ricordarmi quanto deve comunque starmi a cuore un artista perché io pensi di esserne deluso. Voglio dire questo: Bowie non mi sarebbe mai venuto in mente come esempio di musicista da “liquidare” o da “difendere” all’interno di questa discussione, perché a me (e so che sto esprimendo un giudizio del tutto personale) anche nei suoi lavori migliori non trasmette la sensazione di essere un artista “fondamentale”. Mi piacciono i dischi di Bowie di un determinato periodo – da Hunky Dory a Lodger – ma non sono mai arrivato a sentirmi disturbato, confuso o deluso per l’esistenza di suoi lavori che non mi interessavano, perché la mia ammirazione per Bowie è sempre stata modulata o temperata dall’idea che fosse un creatore piuttosto aperto alle collaborazioni, spassionato e a volte impertinente. Insomma: non avevo investito abbastanza, sentimentalmente parlando, nei lavori di Bowie che pure mi piacciono, per notare che fosse un artista minacciosamente prolifico, o che fosse peggiorato in maniera imbarazzante (se poi è così! non ho idea se sia vero o meno!): questa specifica relazione membro-del-pubblico/artista, cioè quella fra me e Bowie, era, per così dire, più tranquilla. La posta in gioco era più bassa.

Credo che questo contribuisca ancor di più a farmi capire quanto sia forte il ruolo delle proiezioni soggettive. Quanto la dica lunga, la condanna o la stroncatura di un artista da parte di qualcuno, sulla posta che ha in gioco, emotivamente, quell’ascoltatore/lettore/ecc… 
C’è una teoria di Freud – lo so che Freud ormai è fuori moda, ma è incredibile quanto fosse bravo a scovare le motivazioni nascoste – chiamata “il narcisismo delle piccole differenze”. In pratica dice che che le parti di noi stessi che amiamo e proteggiamo con più passione sono quelle che ci distinguono da altri che sarebbero per il resto quasi identici a noi.

Un’analogia utile è il nazionalismo: i canadesi sono fissati con le dodici cose che li rendono diversi dai cittadini degli Stati Uniti, perché l’identificazione è minacciosamente vicina. I serbi e i bosniaci si odiano per la loro somiglianza, mentre né gli uni né gli altri si scomodano a odiare i cinesi: la mancanza di vicinanza e di somiglianza priva di significato quel tipo di odio. Ho letto un libro di critica psicobiografica che si arrischiava a dire che il narcisismo delle piccole differenze spiega, ad esempio, perché Nabokov professava di odiare Freud. Perché la loro visione del comportamento umano era di fatto pericolosamente simile. La stessa energia può alimentare astii accesissimi fra membri di gruppi affini: il Fronte Popolare della Giudea contro il Fronte del Popolo Giudaico, per dire. O l’odio tra fratelli, o all’interno di una coppia. E mi chiedo se non sia necessaria una forte identificazione per alimentare la rabbia-da-tradimento che cova sotto tante stroncature della critica.

DE: Be’, a me piace Bowie, per quanto spesso se ne parli malissimo: Velvet Goldmine e via dicendo. Forse sono solo un piagnucolone, forse ho nostalgia dei tempi in cui ascoltavo Young Americans a casa del mio amico Pete col suo cane che correva da tutte le parti e abbaiava come un pazzo. Ma per tornare al punto. Questa cosa ultimamente mi sta facendo impazzire, il fatto – perché è un fatto – che la gente possa fare e faccia il male peggiore alle persone che conosce meglio. È una pratica molto strana e orribile e pervasiva: ai nostri familiari, ai nostri coniugi e a volte ai nostri amici diciamo cose che non diremmo mai a degli estranei.

Perché siamo infinitamente più crudeli e severi e disonesti con la gente che conosciamo e che ci sta simpatica e a cui vogliamo bene?
 Ho già sproloquiato di tutto questo in passato, dell’abitudine ad attaccare chi ci sta più vicino invece di unirci contro un nemico più grande, un nemico o un argomento degno della nostra indignazione. È una pratica diffusissima: i giovani neri che ammazzano i giovani neri, le faide interne ai partiti politici, le cacce alle streghe nei campus universitari e così via. Voglio tirare in ballo un’altra figura culturale a questo proposito: Michael Moore. È uno che si è fatto un nome girando un documentario sui licenziamenti nell’industria automobilistica e la spietatezza disumana della General Motors, di Roger Smith e per estensione di gran parte del corporate system americano. Ora, non solo Moore è riuscito a girare un documentario che ha avuto un gran successo di pubblico, ma è riuscito a ottenere quel successo con un documentario su un argomento – il lato oscuro del capitalismo globale – commercialmente poco sfruttabile, dobbiamo ammetterlo. Ha realizzato un documentario divertentissimo che ormai hanno visto milioni di persone in tutto il mondo e ha creato una consapevolezza su quell’argomento che neanche cento numeri di una rivista liberal – per quanto benintenzionata – potrebbero sognarsi di ottenere. Per tutto questo è stato per qualche tempo portato in trionfo, ma poi, poco (pochissimo) tempo dopo, è venuto il momento di trovargli dei buchi, dei posti dove infilare le dita per vedere se fa male.

E così uno stupido gruppetto di giornalisti e opinionisti mediatici ha cominciato ad attaccarlo perché abita sull’Upper East Side e manda i figli a una scuola privata. Di punto in bianco tutto quello che ha fatto – che ha un’importanza, non ce lo scordiamo, mille volte più grande di qualunque cosa potranno mai fare i suoi critici, anche quelli che combattono sul suo stesso fronte – perde di valore, e di conseguenza lui resta “macchiato” e i suoi messaggi perdono di importanza proprio agli occhi di quei media che inizialmente hanno contribuito a farne una figura mitica.
 Dopo essere stato per molto tempo uno che spesso cercava i difetti nelle cose praticamente perfette, sono arrivato a rendermi conto che dobbiamo veramente proteggere, in un certo senso, le cose e le persone che hanno il coraggio di alzare la testa, e/o portare un’innovazione, e/o fare la differenza, e mi sono reso conto che per apprezzare fino in fondo qualcosa o qualcuno non c’è per forza bisogno di smantellarlo dalle fondamenta. C’è una bellissima canzone di Billy Bragg, in Worker’s Playtime, che parla di questo impulso: “We must resist / the temptation / to take the precious things we have apart / to see how they work / because we can never put them back together again” (“Dobbiamo resistere / alla tentazione / di fare a pezzi le cose preziose che abbiamo / per vedere come funzionano / perché poi non sappiamo mai rimetterle a posto”).

Oddio, ecco che mi metto a citare le parole di una canzone in sostegno di una mia teoria.
 Ma comunque: Michael Moore ha fatto una quantità di bene incredibile – voglio dire, prima o dopo di lui c’è mai stato qualcuno che abbia portato quel tipo di indignazione e di coscienza civile nei cinema di prima visione, o in prima serata in tv? – e per questo io onestamente credo che avrebbe il diritto di prendere a mazzate le foche e passarla liscia. Sono convinto che sia necessario dare il giusto peso a queste cose, pesare i contributi (enormi) delle persone rispetto ai loro (piccoli) difetti (per come noi li vediamo) e passare sopra alle piccole incoerenze e a qualche passo falso. Perché altrimenti prendiamo gente come Moore, che ha imboccato una strada decisamente coraggiosa, e facendogli le pulci rischiamo di scoraggiarli. Andiamo a vedere i suoi film, Roger and Me o The Big One, e tralasciamo i risultati straordinari che hanno raggiunto, o anche il semplice fatto che stiamo guardando un documentario del genere nella multisala di un centro commerciale, e invece ci lagniamo, per dire, della scarsa qualità del sonoro.
 Peggio ancora è la costante ricerca di minuscole contraddizioni.

Moore, o chi per lui, potrebbe passare la vita a liberare prigionieri politici in tutto il mondo, ma poi qualche giornalista senza niente di meglio da fare viene a sapere che il liberatore di prigionieri, che so, tiene legato il cane a una catena troppo stretta. O una boiata del genere. Finiamo con l’ignorare il 99% delle azioni di una persona perché quella persona mentre le compie ha una macchia sulla camicia, o trascuriamo il contenuto dei suoi discorsi perché ha fatto un errore di punteggiatura. Ti ricordi quando Ted Turner ha promesso di donare una cifra spropositata all’ONU? All’inizio ha fatto scalpore. Poi ha dato spunto a editoriali brontolanti. Alla fine qualche parassita ha cominciato a lamentarsi perché Turner non stava donando il denaro abbastanza in fretta. Ma te lo immagini, essere un giornalista di ventisei anni che lavora chissà dove e, senza esplodere per l’assurdità, metterti a criticare un tizio che ha donato 50 milioni di dollari alle Nazioni Unite? Perché si è scoperto che non li ha potuti donare tutti in blocco?
 Sappiamo tutti come funziona. Ecco una finta citazione da un discorso del Presidente: “Lo scorso anno ho firmato una legge che protegge 180 milioni di ettari di palude nella regione sudorientale del paese, e quei 190 milioni di ettari resteranno a testimoniare l’impegno di questa legislatura nella tutela delle bellezze naturali di questo paese”.
 Cosa dicono le prime pagine del giorno successivo? IL PRESIDENTE SBAGLIA LE CIFRE o TUTELA AMBIENTALE: IL PRESIDENTE PRENDE UN GRANCHIO.

Siamo ossessionati dal trovare minuscoli errori, minime ipocrisie, perché, detto chiaro e tondo, è molto più facile che prendere in esame, o descrivere in qualche modo, il quadro generale, molto più grande e complesso.
 Tutto questo non per dire che Michael Moore non si deve aspettare delle critiche, ma che non dovrebbe essere fatto a pezzi da quelli che dovrebbero essere i suoi alleati, perché a quel punto si trova a essere attaccato sia dai suoi potenziali amici sia dai suoi nemici giurati, e allora, stanco e malconcio, potrebbe decidere di abbandonare il campo. E allora Michael Moore scompare e lascia un vuoto, e noi ci guardiamo indietro e ci chiediamo perché non l’abbiamo incoraggiato di più. Non c’è da stupirsi se molti, come Moore, tendono a isolarsi. Voglio dire, se condanniamo all’esilio Michael Moore, stiamo tacitamente consegnando la vittoria ai Roger Smith del mondo. Perché non scordarci di dove vanno a scuola i figli di Moore e stare col fiato sul collo di Smith, un uomo che, come forse ricordiamo, ha mandato in rovina migliaia di vite in maniera piuttosto diretta? Quando attacchiamo Moore lasciamo che la noia e l’affinità ci trasformino in veri e propri cannibali.

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2 Commenti a “Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers”
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  1. epistemological humility…

    Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers : minima&moralia…

  2. puertas blindadas de madera…

    Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers : minima&moralia…



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