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#ScatolaNera 3: Il diario di Matthew Klam

Il diario del tour italiano di Matthew Klam è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. La traduzione è di Martina Testa.

Primo giorno, 24 maggio

Il mio volo è atterrato alle sette di mattina di venerdì; sono salito su un taxi e l’autista ha messo in moto (per portarmi a casa di M., il mio editore, che mi avrebbe ospitato per i primi due giorni) e ha cominciato a guidare come un pilota di Formula Uno. Erano quindici anni che avevo smesso di studiare l’italiano, ma mi sono ricordato qualcosa: “Tu guida la machina fantastico!”, e lui ha apprezzato molto. Ci siamo avvicinati a Roma: sull’aereo non avevo chiuso occhio e nel mio cervello insonnolito pensavo che avrei visto un posto tipo Parigi o Barcellona, e invece erano tutte colline verdi e alberi bellissimi che parevano usciti da un dipinto del Rinascimento; poi, entrare in città è stato come essere inghiottiti da una balena, all’improvviso un chiasso incredibile! Da ogni parte si alzavano chiese, rovine, folli monumenti costruiti da Mussolini, la strada curvava di punto in bianco, i palazzi erano splendidi, chiese antiche, vecchi palazzi signorili enormi e grandiosi… una sola di queste cose sarebbe già il fiore all’occhiello di qualunque città americana, ma qui sono tutte ammucchiate insieme. Le cupole delle basiliche sopra la mia testa, le strade acciottolate, il taxi che sobbalzava da tutte le parti.

Man mano che ci avviciniamo al Colosseo strade tutte curve in salita e in discesa, una chiesa meravigliosa all’angolo di una curva stretta su via Qualchecosa, altri palazzi antichi assiepati tutto intorno, una boutique di gran classe, un concessionario di macchine, uno stormo di piccioni, una scalinata di marmo. La gente cammina ancora più piano che sulla East Coast degli Stati Uniti. Arriviamo a un semaforo e vedo uomini d’affari e donne bellissime con fantastici stivali viola e sandali a punta e vestiti tirati su fin sopra le ginocchia a bordo di motorini ronzanti e sferraglianti, il ronzio dei motorini è ovunque, la gente fuma e parla al telefono mentre guida, e sono le sette e tre quarti di mattina, cazzo! Pensavo che gli italiani si alzassero dal letto a mezzogiorno. Via Baccina, dove abita M., è una stradina stretta stretta che finisce sul Foro Romano. M. sbuca dalla finestra con la faccia ancora gonfia di sonno, sorride e dice: “Mi dispiace, non c’è nessuno in casa”.

Ecco gli aspetti positivi del dormire a casa di un tuo editore in terra straniera: 
puoi farti prestare i suoi vestiti quando non hai niente da metterti. 
Puoi scroccargli il telefono. Ma se vuoi usare il cellulare devi sporgerti fuori dalla finestra. In questi casi, vedi tante altre persone su tutta via Baccina che si sporgono dalla finestra per parlare al cellulare, e ti fanno ciao con la mano!
 Quando ti affacci alla finestra vedi il Foro. In cucina M. ha una foto in bianco e nero del 1903, la stessa strada, la stessa vista sulle rovine. È pazzesco, il tempo per i romani non passa mai.

Passo la gran parte del tempo a dormire e a mangiare Nutella. Faccio qualche ritocco al romanzo che sto scrivendo, e scopro una cosa strana: lavoro meglio quando ho intorno un gruppo di italiani che si aggirano per l’appartamento parlando di editoria e ignorandomi completamente. L’arte della distrazione. Quando torno a casa, lascerò il mio studiolo tranquillo e andrò a sedermi tutti i giorni alla tavola calda all’angolo.

Di qui a cinquemila anni, quando gli archeologi scaveranno via Baccina troveranno interessanti manufatti tipici dello stile di vita di un giovane editore di successo: cassette per la frutta. M. ha appeso al muro una quarantina di cassette di plastica e le usa come libreria, e anche se i libri si saranno ormai polverizzati le cassette saranno intatte, e gli archeologi penseranno di aver scoperto il sito di un antico negozio di alimentari. Oggi, comunque, le cassette custodiscono molti ottimi libri da sfogliare. 
Già esausto a ora di cena, sto sveglio fino a mezzanotte a chiacchierare con i minimumfaxiani, tutti meravigliosamente giovani, sicuri di sé ed entusiasti sul futuro dell’editoria italiana, e anche con il famoso scrittore americano Donald Antrim, altro autore minimum fax che si è unito al gruppo perché è in vacanza in Italia. 
Riepilogo pasti primo giorno: pasta a pranzo, pasta a cena.

Secondo giorno, 25 maggio

Visita del Foro insieme a un fastidiosissimo studioso americano e altri amici, fra cui una pittrice di nome Kristen che è ospite per un anno dell’Accademia Britannica a Roma. Chiedo al giovane professore: “Cos’è quel grosso arco laggiù in fondo?” e lui attacca a parlare del controllo etrusco sulle miniere di cemento della bassa Gracastania. Ma che me ne frega? Bah, quel tipo doveva avere una laurea in discorsi pallosi.
 Io e M. eravamo rimasti d’accordo che se fosse uscito mi avrebbe lasciato le chiavi nella fioriera dall’altra parte della strada. Una volta conteneva davvero dei fiori, ora è solo terra, e così quando sono rientrato dal Foro invece di chiamarlo dalla strada mi sono messo a scavare nella terra della fioriera in cerca delle chiavi. Ho tirato fuori cicche di sigaretta del 1966. Solo alla fine decido di chiamarlo. Di nuovo, M. si affaccia alla finestra e sorride: “Non c’è nessuno in casa”.

Facciamo un giro per le librerie di Roma in sella al motorino di M. (M. ha un gran bisogno di un motorino nuovo. Si rifiuta di ammetterlo, ma la verità è che i gatti gli pisciano sul sellino e per strada tutte quelle ragazze bellissime lo sorpassano come niente fosse). Ogni volta che entri con M. in una libreria, lui si trasforma in un sorridente e cordialissimo baciatore di donne e si mette a fare il piacione con tutte le commesse, e tutte lo trovano simpatico: questo è solo uno dei suoi molti talenti. 
Riepilogo pasti secondo giorno: pasta a pranzo, pasta a cena.

Terzo giorno, 26 maggio

Viaggio in treno fino a Potenza, cinque ore a sud. Ottime occasioni per alzarsi e ficcare la testa fuori dal finestrino. Mi ricordo di essere passato per una città chiamata Angri [angry in inglese significa “arrabbiato”, n.d.t.]. E anche Napoli, Salerno, TantibacidaMatteo (questa me la sono inventata), e l’isola di Capri in lontananza. A Potenza ho alloggiato in un albergo a quattro stelle, alla faccia di M. che dormiva nella foresteria di un ex convento! Quella sera, il reading (all’aperto) è cominciato con due ore di ritardo, alle otto di sera: cominciava a fare buio e la temperatura (Potenza si trova in cima a una montagna) era di circa 8 gradi e il vento soffiava forte. Nel pubblico si sono registrati diversi casi di assideramento. Ma è stato impossibile dare sepoltura alle vittime prima dell’estate, perché il suolo era gelato. Tutti, me compreso, tremavamo come foglie.
 Riepilogo pasti terzo giorno: a cena, pasta, pasta, Pasta del Giorno. Ero seduto accanto a Tiziana, una giornalista dolcissima e molto in gamba, e a Christian, il giovane scrittore. Portava un bellissimo paio di occhiali italiani, grossi e blu, che poi ho scoperto essere Ralph Lauren.

Quarto giorno, 27 maggio

Viaggio in treno fino a Napoli, albergo all’ombra di un enorme castello spagnolo. Per pranzo io ho preso una pizza e un’insalata, M. una pizza e “colesterolo in varie forme”: roba fritta. In questa città i semafori è come se non esistessero. A Napoli dicono: “Se hai il rosso, vai tranquillo. Se hai il verde, attento a quelli che passano sull’altro lato con il rosso”. Ho dovuto attraversare un grosso incrocio un paio di volte ed è stato come assistere a cinque scontri frontali simultanei evitati all’improvviso per questione di centimetri. 
La presentazione di quella sera passerà alla storia come “la serata dei due Franceschi”. Due critici di nome Francesco hanno intrattenuto il pubblico con lunghi discorsi in tipico stile italiano sulla letteratura contemporanea americana e, mentre ascoltavo senza capire una parola i loro interventi in italiano pensavo che i pochi che erano venuti a sentirci si sarebbero addormentati o se ne sarebbero andati; poi M. e io abbiamo fatto del nostro meglio per elettrizzare la folla.

Martina era venuta a Napoli per la presentazione, così come il famoso scrittore americano Donald Antrim in compagnia della sua deliziosa fidanzata, Francesca, e dopo la presentazione eravamo tutti un po’ depressi e scazzati. 
Martina: “Ma perché cazzo gli Americani sono così fissati per la mafia? È ridicolo!” 
Matt: “Ma perché cazzo a voi piace tanto Allen Ginsberg? È un vecchio scorreggione incartapecorito!” 
Io e M. abbiamo fatto pace in ascensore con un grande abbraccio e una risata fraterna. 
Poi, una ragazza minuta di Napoli che sta scrivendo un romanzo ci ha portato a cena in un ristorante, facendoci passare davanti ai più importanti monumenti di Napoli. Fra cui quattro imponenti statue di antichi re messe in posizioni tali che la gente del posto gli ha costruito intorno una storiella che fa così (da sinistra a destra): 
Re n.1: “Chi ha pisciato qui?” 
Re n.2: “Non sono stato io!”
 Re n.3: “È stato lui!”
 Re n.4: “Ti taglio il pisello!”
. Cena a Napoli: pesce.

Quinto giorno, 28 maggio

In aereo fino a Milano. Prima di partire da Roma, M. ha comprato una valigetta con le rotelle e io gli ho spiegato che in America le valige così le chiamiamo geezerbags. Da adesso in poi, per tutto il viaggio, mentre corriamo per andare a prendere il treno, giriamo in cerca di un taxi, cerchiamo qualche indirizzo assurdo, appare evidente la soddisfazione di M. per la sua geezerbag. Ne pronuncia il nome con un particolare accento italiano.
”Geese-her-bag”.

A Milano c’erano il cielo azzurro e le strade vuote. Due servizi fotografici: 
Fotografo n.1: “Mècciu, look me please”. 
Matt: “Zzzz…” (troppo stanco)
 Il fotografo n.2 mi ha detto di tirare indietro la pancia gonfia di pasta.

Quella sera, ottimo reading con il trascinante Tiziano, autore di romanzi, coadiuvato dal simpaticissimo Matteo, anche lui scrittore, e da un altro Matteo, l’egregio traduttore del mio libro. Poi via a bere in mezzo al jet set dei modaioli milanesi, sotto le rovine di un tempio romano, ed è a questo punto che il viaggio subisce una decisa svolta verso il basso. Dopo aver mandato giù un cocktail alla vodka io e il mio editore prendiamo una decisione: “Ehi! Festeggiamo!” E tutti e due ordiniamo: UN NEGRONI.

Si tratta di un cocktail locale che consiste in: vodka, due o tre specie di alcolici e un liquore dolce tipo Cointreau. Pericolo allo stato puro. Per non sbagliare, ho tracannato il tutto in un sorso solo. È andato giù come fosse Pepsi. Dopo un minuto ero già partito.
 Matt: “Ehi M., Ti StA gIà FaCenDo EffEtTo?”
 M.: “NON SO. NON SONO. NON SO-NO QUI.”
 Mi ricordo di essermi allontanato per comprare le sigarette. Mi sentivo come avvolto in uno strato di cellophane insonorizzato. Poi ci siamo tutti diretti (insieme a una star della MTV italiana, una dj radiofonica, altri dignitari locali) in un ristorante che serviva:
 Pasta, pasta, pasta.
 Durante il viaggio di ritorno in taxi abbiamo cercato di chiamare un paio di squillo. No, diciamo le cose come stanno: ho cercato di chiamare una ragazza che era a cena con noi, molto carina, per sapere se le andava di bere qualcos’altro.
 Mi ricordo vagamente di aver mangiato tutta la cioccolata del frigo bar prima di andare a dormire.

Sesto giorno, 29 maggio

In albergo, a Milano. Mi sveglio disfatto dal Negroni. Al mattino presto, l’edizione italiana di “Vogue” mi chiama in albergo per intervistarmi. 
Giornalista di “Vogue”: “Allora, Mècciu, parliamo di questa tua misognia”.
 Matt: “Be’, vede, c’è la misoginia gentile e la misoginia da stronzi. La mia è una misoginia gentile”. 
Poi, ancora spossato dalla sbronza e mezzo morto di sete, in treno fino a Bologna: città della Conoscenza Accademica. Il programma non prevedeva che ci fermassimo a dormire, perciò abbiamo lasciato i bagagli a casa di una giornalista gentilissima di nome Maura, che ci ha offerto il pranzo servendoci fra l’altro delle strepitose melanzane sott’olio fatte dalla mamma. Roba da leccarsi i baffi. E ovviamente, qualcosa che in tavola non può mai mancare: la PASTA… 
Poi Maura mi ha fatto una bella intervista per la rivista per cui lavora. In America è abbastanza raro che una persona che ti intervista prima ti cucini il pranzo e poi si offra di stirarti la camicia.

La presentazione di quella sera si è svolta in una sorta di birreria-giardino presso l’antica e veneranda Università di Bologna. È un posto dove i tossici vanno a comprarsi l’eroina. Scegliere questa sede per la presentazione è stato “un esperimento”, è la prima volta che qui si tiene un reading. Abbiamo sistemato un tavolo, quattro sedie, microfoni e casse. Si era raccolta una folla numerosa, tutti bevevano birra e fumavano erba, hashish e sigarette. Subito prima dell’inizio una ragazza (fatta di eroina?) si è avvicinata e mi ha chiesto se ero l’autore, ha preso in mano il mio libro, ha letto la quarta di copertina, si è messa a ridere, poi ha strappato in due la copertina e se n’è andata. E così ho capito che con ogni probabilità da quel momento in poi le cose potevano soltanto migliorare. 
Ho cominciato a leggere e gli spettatori, per compensazione, si sono messi a parlare e a gridare molto più forte, esclusivamente fra loro. A un certo punto ho alzato gli occhi dal libro e mi sono sconvolto al vedere che c’era una persona che a quanto pare mi stava ascoltando. Ma era solo Maura, la ragazza che ci ospitava.

In un altro momento, guardando con la coda dell’occhio, mi sono reso conto che tutte le persone che erano sedute sul palco accanto a me – il mio editore e gli scrittori del luogo che aveva chiamato a parlare del mio monumentale impatto sulla letteratura contemporanea – si stavano facendo una canna.
 Quando ho finito di leggere ho cominciato a prendermela con il pubblico, dicendogli che il pubblico delle presentazioni in libreria in genere è molto serio e compassato, ma che loro potevano stare tranquilli. “Continuate a rilassarvi”, ho detto. “Mi sembrate tutti abbastanza rilassati”. Si sono fatti un po’ più attenti, l’adulazione funzionava. Ho continuato: “Ho capito che fra voi c’è il prossimo Shakespeare italiano. Continuate a bere e a fumare e vedrete che in men che non si dica sarete famosi!” Alla fine si sono messi a ridere e ci sono venuti vicino, allegri e sorridenti. Si sono formate file di ragazze che chiedevano a M. un posto come traduttrice. Finora è stato il reading migliore. Andando a prendere il treno – non c’è tempo per fermarci a cena – io e M. mangiamo un kebab di pollo al curry in un takeaway indiano. M. dice: “È la cosa più buona che abbia mai mangiato in vita mia”. (Probabilmente perché non è pasta.) Poi fa a Emiliano: “Assaggia”.
 Emiliano: “Non posso. Fra un’ora devo andare a cena”. (Probabilmente, pasta.)

Settimo giorno, 30 maggio

Di nuovo a Roma. I vestiti sono tutti sporchi, e io completamente spompato.
 Il settimo giorno ho avuto cinque interviste. Quella che mi è piaciuta di più è stata con una giornalista che mi ha detto che secondo lei il mio libro parla di americani torturati dalla loro ricchezza. E che il tema dei rapporti di coppia le sembrava secondario. Ho sentito che mi si rendeva giustizia, finalmente il mio messaggio anticonsumistico avrebbe salvato il mondo.

Ho posato anche per due servizi fotografici. Nel primo, la fotografa mi ha di nuovo chiesto di tirare in dentro la pancia. Ma ormai ero diventato una botte, non c’era modo di nasconderla. Con l’altra fotografa abbiamo avuto delle idee folli: mi sono piazzato sulla corsia pedonale in mezzo a una strada trafficatissima e ho fatto finta di leggere il mio libro; mi sono messo seduto accanto a dei turisti americani con una cartina e ho fatto finta di consultarla insieme a loro. La fotografa ha detto: “Iu ar verry fanny!”
 La sera, ultimo reading, con posti a sedere tutti esauriti, insieme all’incontenibile Dario, fratello di M.

Per la prima volta nella storia, la mamma di M. ha deciso di assistere a un evento di minimum fax. 
Dico alla signora: “Lei ha tre figli straordinari, hanno successo, sono simpaticissimi, lavorano nello spettacolo, sono giovani imprenditori…” 
Lei alza le spalle, come a dire: “E che sarà mai?” “Sì, è vero”, mi dice.
 “Come ha fatto a tirarli su?”
 “Be'”, dice lei. “Da piccoli erano tutti e tre delle vere pesti. Adesso sono bravi ragazzi, ma mi è costato tanta fatica”.

Per cena, quella sera, pasta.
 Un giorno, prometto alla signora C., la casa editrice di suo figlio la chiameranno MAXIMUM FAX.

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