Scelta obbligata tra due agricolture


Questo articolo è uscito per il manifesto.

di Giuliano Battiston

Difendono le «loro terre in Africa, in Asia e in America Latina; disdegnano le coltivazioni a base di Ogm: alternano le sementi; entrano nelle città per portarvi i loro prodotti; si battono contro le grandi organizzazioni internazionali, che vogliono eliminarli; creano università per comunicare i loro saperi…»: sono i contadini, la forza motrice di una trasformazione che dai campi coltivati investe l’intera struttura della società e, con essa, il modo in cui ne intendiamo l’evoluzione. Ne è convinta Silvia Pérez-Vitoria, economista e sociologa, già vice-presidente dell’associazione culturale La Ligne D’Horizon, che torna a occuparsi della questione contadina – dopo l’interesse suscitato con la pubblicazione del Ritorno dei contadini (Jaca Book 2007), grazie al quale si è aggiudicata il premio Nonino nel 2009 e la stima dei movimenti sociali di mezzo mondo – con un nuovo libro, appena uscito da Jaca Book, La risposta dei contadini (pp. 240, euro 20, trad. di Marco Pellitteri).
Il punto di partenza, anche qui, sono i contadini in carne e ossa, «l’elemento messo da parte nella maggioranza delle analisi», ignorati come se fossero invisibili: «malgrado i costanti sforzi dei ‘progressisti’ di farli scomparire», e a dispetto delle tante volte in cui ne è stata annunciata la morte, hanno saputo sopravvivere alle ondate modernizzatrici, resistere, evolversi, riconfigurare le proprio pratiche e culture nel tempo e nello spazio, e oggi annunciano un «vero ritorno alla dignità», che è anche «un’alternativa di fronte alla deriva di una società eminentemente mortifera». Le proposte avanzate dai contadini, sostiene infatti Silvia Peréz-Vitoria, «vanno molto al di là di una semplice messa in discussione del modello agricolo vigente», e sollecitano invece «un’interrogazione generale sulle società nelle quali viviamo», sulle ideologie dello sviluppo, del progresso, della scienza, dell’economia e della produttività. Perché assumendo l’agricoltura contadina come una costante, e «il processo di industrializzazione come un epifenomeno destinato, forse, a scomparire», non si contesta solo l’idea che le agricolture tradizionali, per esempio quelle dei paesi del Sud, siano in «ritardo» rispetto a quella industrializzata dei paesi del Nord, e dunque che «l’industrializzazione sia l’inevitabile destino di tutta l’agricoltura», ma si fa molto di più.
Se esistono due agricolture dalle logiche differenti, e non una sola agricoltura che si trova in stadi diversi, è «d’obbligo che le società compiano delle scelte». Si tratta dunque di scegliere a chi affidare la terra, e per quali usi, attraverso quali strumenti gestire le risorse naturali di un paese, e, più in generale, si tratta di scegliere tra l’ideologia dello sviluppo, che porta con sé «l’idea che le agricolture contadine non siano sufficientemente produttive e che sia necessario ammodernarle», e un insieme di saperi e saper-fare, quelli contadini appunto, che denunciano la stessa «nozione di ‘direzionalità’ insita nel concetto di sviluppo, secondo la quale tutte le società del mondo dovrebbero seguire il medesimo destino e procedere verso un traguardo comune».
Ai falsi miraggi del complesso agro-industrial-alimentare, la cui produzione è largamente sufficiente a nutrire il mondo ma che non riesce a farlo, alle promesse dell’agricoltura industriale, «latrice di morte sia al livello ecologico che sociale», si oppone dunque una pluralità di culture e pratiche contadine, «latrici di un grande potere sovversivo». Non c’è niente di nostalgico, reazionario o idealista in tali pratiche, che negli ultimi due decenni hanno saputo radicalizzare la lotta e costruire alleanze transnazionali, ma al contrario la consapevolezza di muoversi in controtendenza rispetto alla logica dominante, «caratterizzata da fenomeni di concentrazione proprietaria, di capitalizzazione (sempre più capitale e sempre meno manodopera), di industrializzazione, di urbanizzazione, di mercantilizzazione, di finanziarizzazione».
Alla base di questo rinnovato protagonismo dei contadini (un quinto della popolazione mondiale, circa un miliardo e mezzo di persone), alla base del rafforzamento delle forme tradizionali di agricoltura, della diffusione dell’agricoltura biologica e della rinascita delle pratiche agricole indigene, c’è innanzitutto un diverso rapporto con la terra, che prima ancora di essere considerata un «fattore di produzione» è investita di una funzione sociale, simbolica, religiosa, fondata sull’uso piuttosto che sulla proprietà. Ma c’è soprattutto una diversa razionalità, rispetto a quella economica che ha modificato il rapporto tra uomo e Natura, sostituendo la gratuità della Natura con i valori mercantili e, poi, con chiavistelli biologici, marcature genetiche e brevetti: la razionalità ecologica. Una razionalità che mette a nudo la parzialità della scienza agronomica dalle pretese universaliste, e che riparte dalle conoscenze locali, plurali e irriducibili a un’unica matrice, per rivendicare, insieme alla sovranità alimentare, una forma di giustizia cognitiva. In altre parole il riconoscimento dell’importanza di quei saperi e saper-fare ripudiati, dimenticati, negati «con la comparsa, a partire dal XVIII secolo, di una scienza agronomica concepita dagli scienziati» e «autonoma rispetto alla terra nella sua concreta materialità».
«’Occultati’ da un sapere scientifico pervertito dalla rincorsa alla redditività e al profitto», quei saperi tradizionali sono oggi più che mai «indispensabili per riparare ai danni prodotti da uno sviluppo agricolo devastante» e per attuare un vero cambio di paradigma, «una maniera diversa di considerare l’evoluzione della nostra società». Piuttosto che reduci di un passato ormai trascorso, «i peasants, campesinos, paysans, contadini sono, per nostra fortuna, non ancora ma sempre qui». Le loro battaglie, sostiene in modo documentato e convincente Silvia Peréz-Vitoria, sono anche le nostre.

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