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Su “Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia

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Il 16 aprile su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, Amitav Ghosh ha scritto di come la narrativa che tratta o racconta di mutamenti climatici fatichi a essere praticata. E, quando lo è, fatichi a essere compresa e a trovare recensori e attenzione, o il dibattito che meriterebbe. Diceva: “si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. Per poi notare che “quando decidono di scrivere del cambiamento climatico i romanzieri non optano quasi mai per la narrativa”.

In Italia, forse il solo Bruno Arpaia ha provato ad aprire una breccia in un fronte nel quale il silenzio pare quasi assoluto. Lo ha fatto con Qualcosa, là fuori, la cui trama si potrebbe anche riassumere nel seguente modo:

In un mondo sconvolto da un’immane catastrofe, attraversando un paesaggio devastato da mutamenti definitivi in cui si incontrano laghi prosciugati e città semidistrutte, quasi del tutto in rovina, un gruppo di umani parte da Napoli in cerca di salvezza, dirigendosi verso nord.

Che la fantascienza abbia saputo offrire, sia nel cinema che in letteratura che nel fumetto e raccontando proprio di extraterrestri e viaggi nello spazio, grandi opere d’arte, è una cosa talmente evidente che possiamo tranquillamente passare oltre. Proviamo invece a fare un piccolo esercizio retorico e vediamo se una trama come quella di sopra può fare pensare effettivamente a una narrazione di fantascienza.

Ci accorgiamo di sì. Se non avessimo in mente il romanzo di Arpaia, sembrerebbe ad esempio di leggere per filo e per segno la trama di uno dei fumetti popolari (quelli seriali, da edicola) più diffusi e letti negli ultimi anni in Italia: Orfani di Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari. Un fumetto dichiaratamente “di genere”, i cui modelli di riferimento vanno ricercati nella narrativa e nella cinematografia di fantascienza di tipo post-apocalittico.

La trama sopra proposta potrebbe benissimo descrivere la seconda stagione di Orfani, che ha per protagonista Ringo, il Pistolero, l’unico sopravvissuto tra i soldati bambini che erano stati protagonisti della prima stagione.

Dal 2013 a oggi, lavorando a Orfani, Recchioni e Mammucari non si sono lasciati sfuggire quasi nessun elemento caratteristico della fantascienza popolare: ci sono i cyborg (gli orfani che nella prima stagione vengono fatti diventare super-combattenti mutati e addestratissimi); c’è la presenza (propria di tanta letteratura distopica) di una dittatura planetaria in cui il potere è in mano a un gruppo di scienziati e militari; c’è l’attacco portato alla Terra da parte di alieni (poco importa se poi si scopre che quest’attacco in realtà è stato un inganno architettato dal governo per coprire gli effetti catastrofici di un esperimento scientifico andato male); c’è, appunto, anche la devastazione del Pianeta per un esperimento scientifico su cui si perde il controllo; c’è il viaggio nello spazio alla ricerca (e all’attacco) di altri mondi; dalla seconda stagione i cyborg diventano veri e propri uomini-macchina, ottenuti riutilizzando corpi e facoltà dei super-soldati che sono morti nel corso della prima stagione; ci sono gli uomini normali sopravvissuti all’apocalisse, che si aggirano famelici e feroci in un mondo ridotto in macerie, tra città in cui palazzi e monumenti sono ormai degli scheletri abbandonati; ci sono fantasiose e improbabili tecnologie futuristiche, soprattutto nel campo delle armi e delle armature, delle macchine spaziali e degli oggetti volanti, della manipolazione dei corpi; ci sono furiosi combattimenti; tanto sangue e tanta violenza, in un crescendo di scene pulp che sfociano quasi sempre nello splatter.

E dunque quella riportata all’inizio non è la trama di Ringo. Cioè, potrebbe esserlo benissimo, abbiamo detto. Ma potrebbe anche essere quella di Qualcosa, là fuori. Romanzo che è tutt’altra cosa, appartiene a un altro ambito e ha una retroterra completamente diverso.

Prima di tutto è un lavoro che mostra e presuppone una cultura scientifica assai solida. Quasi si trattasse di un saggio, nelle “Avvertenze” poste alla fine del libro Bruno Arpaia dichiara quali sono state le fonti utilizzate per costruire il romanzo. Cita un’estesa letteratura scientifica sui cambiamenti climatici, i rapporti dell’Ipcc (Intergovernal Panel on Climate Change), i saggi di neuroscienziati che ha utilizzato per dare corpo alla figura del protagonista del romanzo (che è proprio un ex ricercatore in neuroscienze). Dichiara anche di avere “palesemente saccheggiato” romanzi di altri autori: di James G. Ballard, Cormac McCarthy, Carlo Lucarelli, Arturo Pérez-Reverte, ecc.

Personalmente, lo trovo un bell’esempio di buona educazione, citare schiettamente le proprie fonti. E un segno di tranquilla sicurezza rispetto a quanto si è fatto.

Per quel che riguarda l’invenzione letteraria, forse l’influenza più evidente è quella de La strada di Cormac McCarthy, di cui si ritrovano alcune delle situazioni perturbanti: tutt’e due i romanzi si infilano nei sogni, riuscendo più di una volta a inquinarli, mettendoli un po’ sottosopra.

Lì, ne La strada (ricordate?) un padre cerca di portare in salvo il proprio figlio attraverso una regione colpita da un’immane catastrofe, in una migrazione minacciata da bande di assassini dediti ormai al cannibalismo, sfidando fame, freddo, fatica e cercando di fare intravedere al figlio un minimo di speranza nell’attraversare tale orrore. La lotta per una sopravvivenza minacciata ad ogni istante riduce all’osso anche gli insegnamenti morali, che il padre si sforza di rendere più elementari possibile, nel tentativo di renderli chiari e indelebili alla mente del bambino, il quale vuole sempre essere rassicurato sul senso delle cose cui assiste e sul perché di quell’ostinazione a rimanere in vita.

McCarthy racconta un “day after” ma non svela nel dettaglio le ragioni della catastrofe. Descrive solo il tentativo di andare in un Sud imprecisato da parte di un Padre e di un Figlio, alla ricerca di una disperata, forse anche illogica, sopravvivenza. Nel suo romanzo invece Bruno Arpaia lo fa. Anzi è proprio il perché della catastrofe il principale nucleo tematico del suo lavoro.

Ambientato nell’ultimo quarto del XXI secolo, Qualcosa, là fuori racconta il viaggio della speranza di un enorme convoglio di uomini donne e bambini che, partiti da Napoli, cercano di trovare la salvezza migrando al nord, verso le coste della Scandinavia. La cronaca del viaggio di questa carovana ridotta alla fame attraverso un’Europa ormai irriconoscibile, stravolta dall’innalzamento delle temperature sulla Terra, è alternata alla ricostruzione a ritroso della vita di Livio, il protagonista. Mentre il viaggio della salvezza procede, sfruttando l’espediente narrativo del montaggio alternato, vengono così ripercorsi stagione dopo stagione gli stravolgimenti climatici e i conseguenti assestamenti geopolitici avvenuti sul pianeta: dal 2015 in cui Livio, ragazzo, abbraccia una sorta di attivismo ecologista, sempre un po’ troppo timido; fino all’ultimo quarto del secolo quando, ormai quasi un vecchio, affronta appunto il viaggio verso le terre dell’estremo nord, le ultime rimaste abitabili.

L’inquietudine, a differenza di quanto avveniva per La strada, ha insomma un nome, una ragione e un riferimento ben preciso: i possibili effetti del riscaldamento globale. Che Arpaia sa ricostruire in maniera, a un tempo, molto avvertita dal punto di vista dei presupposti scientifici su cui si basa e molto efficace dal punto di vista dell’impianto narrativo.

Uno dei siti italiani più autorevoli in fatto di informazione scientifica sui cambiamenti climatici, www.climalteranti.it, ha preso molto sul serio la ricostruzione letteraria di Arpaia e, commentando le “Avvertenze” in cui si dà conto della letteratura scientifica utilizzata, di fatto non l’ha smentita, ma ha affermato che lo scenario proposto nel romanzo, considerando gli studi attuali di riferimento e al netto delle correnti negazioniste, non è ipotizzabile nell’arco di tempo proposto da Bruno Arpaia ma va postdatato di un paio di secoli.

Nel romanzo c’è un elemento, forse il più spiazzante, che produce un notevole effetto di straniamento: mostrandoci degli uomini in fuga da un’Italia ormai inabitabile, Arpaia getta uno sguardo in filigrana anche sulle attuali migrazioni. Gli svizzeri sopravvivono asserragliati nelle zone di alta montagna e consentono l’accesso al proprio territorio solo dietro lauto compenso e per il tempo necessario all’attraversamento. La Germania è ormai una landa arida e desolata, un nuovo deserto, in cui bambini biondi giocano nella polvere, denutriti e coperti di mosche. L’Unione Europea si è dissolta e gli Stati che la componevano sono di fatto senza governo, devastati da anni di guerra civile e interreligiosa, affamati, pericolosi e invivibili. Si è costituita un’Unione degli Stati del Nord che difende il proprio benessere rendendo inaccessibili i propri territori. Nel romanzo il confine invalicabile, per attraversare il quale migliaia di persone perdono la vita, si è dunque spostato circa tremila chilometri più a nord, dal Mediterraneo al Mar Baltico. Qui le acque, a causa dell’innalzamento del livello dei mari, hanno abbondantemente invaso la terraferma sommergendo per intero città come Amburgo e Lubecca.

La rappresentazione di questa sorta di ribaltamento risulta davvero potente. I profughi sono gli italiani. La zona desertica è la Germania, il cui sistema di telecomunicazioni è saltato del tutto, non esiste nemmeno più la rete internet. Sulle rive meridionali del Baltico si muove gente tenuta in stato di schiavitù, che lavora nelle piantagioni ricavate su un territorio ormai paludoso. Qui agiscono trafficanti di uomini, la polizia respinge chiunque voglia andare oltre e varcare il confine, potenti organizzazioni criminali lucrano sulla vita delle persone. Al di là del mare, in quella che -si è detto- è diventata l’Unione degli Stati del Nord, c’è il mondo ricco, organizzato, abitabile: quelli che un tempo erano solo piccoli villaggi tra i ghiacci sono diventati le uniche grandi città o metropoli del globo.

L’immagine di questo convoglio di migliaia di profughi che si spostano dal sud Italia verso il nord Europa per tentare la fortuna di un traghettamento in Svezia, con un ulteriore effetto straniante, ricorda certe pagine di storia antica: le invasioni barbariche al finire dell’Impero romano, ad esempio, in un mondo che ci raffiguriamo allo sbando e senza più una legge certa. È una nuova forma di nomadismo, o forse è appunto il ritorno di un nomadismo arcaico, in cui lo sconfinamento è diventato inevitabile e diffuso tentativo di sopravvivenza perché l’idea Stato, quella realtà politica che per strutturarsi ha bisogno prima di tutto di segnare un confine, è rimasta appannaggio di poche realtà territoriali: che quel confine difendono sparando a vista, rigettando chi prova a varcarne la soglia, costruendo muri e barriere.

Come ho già detto, Arpaia sa suggerire, senza dichiararlo in maniera esplicita, come le migrazioni che descrive nel suo romanzo somiglino un po’ anche alle attuali, se appunto alle rive del Mar Baltico si sostituiscono quelle del Mediterraneo. E se dunque agli italiani in fuga del suo romanzo sostituiamo chi oggi fugge dall’Africa, dalla Siria o da altri paesi asiatici. E insomma, sembra dirci che noi siamo loro e loro sono noi. Non come eravamo una volta, quando partivamo per le Americhe, per la Germania o il Belgio, o per l’Australia. Ma come potremmo diventare.

La rappresentazione di un convoglio di migranti per motivi climatici non è certo un’invenzione fantascientifica. La tassonomia delle vere e attuali migrazioni riconosce, accanto a guerre civili, dittature, fame, ricerca di un futuro più certo per sé e per i propri figli o di un sistema scolastico qualitativamente migliore, l’insostenibilità del clima come uno dei motivi per cui uomini e donne, oggi, nella realtà della cronaca di tutti i giorni, si muovono dal proprio paese per affrontare l’ignoto.

A proposito di tassonomia e fantascienza, non è inutile provare a definirlo il genere di narrazione a cui possiamo riferire questo romanzo. Andiamoci per esclusione. La prima ipotesi da scartare è che metta in scena una distopia. Della distopia ci sono certamente alcuni caratteri tipici: l’affermarsi di regimi dittatoriali e il venir meno delle libertà individuali. Ma sono elementi che saltano fuori soprattutto nella parte che racconta del soggiorno americano del protagonista Livio e della sua compagna, Leila, una musulmana conosciuta a Napoli con cui Livio decide di andare a vivere negli Stati Uniti per intraprendere la carriera di ricercatore universitario. Lì, a un certo punto, vince le elezioni un presidente di destra, integralista e guerrafondaio, che instaura un regime dittatoriale. Alla compagna di Livio (sembra di leggere una storia vera di questi giorni, ma il romanzo è stato scritto quando Trump ancora nemmeno si era candidato alle primarie del proprio partito) negano il diritto di lavoro e di soggiorno: da qui il ritorno in Italia di lui, di lei e del figlio nato da poco.

Del romanzo distopico manca soprattutto la connotazione del mondo descritto come utopia negativa e dunque come unità spazio-temporale conclusa e compatta, alternativa a quella del reale e da essa separata. La storia della fuga in USA di Livio e di Leila è proprio quella di tanti ragazzi di oggi: è del tutto realistica, sebbene gli esiti poi, nel romanzo, siano inediti e inattesi.

D’altra parte non mi sembra di potere ascrivere il romanzo nemmeno, appunto, al genere della fantascienza. E non perché il futuro immaginato da Arpaia sia un futuro prossimo. Della fantascienza manca la suggestione tecnologica o, di contro, la regressione in un’epoca simile a quella primitiva. Manca l’idea dell’allargamento degli spazi fisici e sensoriali verso mondi ulteriori, che è tipico del genere. Dal punto di vista tecnologico la società rappresentata da Arpaia è, se possibile, quasi un po’ regredita rispetto a quella di oggi. Ma giusto un poco. Non si è evoluta granché e anzi sembra essersi proprio deteriorata: manca l’acqua, l’energia, la corrente elettrica e presto anche i computer, i tablet e le linee internet vengono meno. Niente androidi, cyborg o robot, niente macchine volanti, viaggi nello spazio o intelligenze aumentate.

Le modificazioni avvenute sono tutte a livello ecologico e geopolitico.

Non so se esista questo genere di romanzi, ma Qualcosa, là fuori propone una sorta di realismo ipotetico o, come dire, di realismo declinato al futuro. Da buona tradizione (neo)realista, esso nasce da un’emergenza che diventa questione collettiva e politica da guardare negli occhi, raccontare, analizzare e affrontare con una certa serietà (come proprio Amitav Ghosh auspica). Dove, per emergenza, non si intende qualcosa di pompato artificialmente da giornali, telegiornali e web, costruito a tavolino per generare fantasmi e attrarre a sé lettori su cui le narrazioni a tinte forti, si sa, fanno presa, facendo vendere e guadagnare un po’ di più. Ma piuttosto, come suggerisce Maurizio Ferraris nel libro intitolato appunto Emergenza e pubblicato l’anno scorso da Einaudi, qualcosa che a un certo punto viene a galla, imponendosi all’attenzione con la sua evidenza: “un accumulo di eventi (che) raggiunge una certa soglia e si trasforma in qualcosa di diverso”. Qualcosa, là fuori, insomma, letto in chiave realistica contribuisce a farci pensare come possibile ciò che sembrava impensabile fino a diversi anni fa. Perché, come appunto dice Maurizio Ferraris, “che cos’è un’emergenza se non un evento che accade rivelando la possibilità dell’impossibile? E che cosa è più emergente del reale, che rompe i giochi del possibile e si presenta con una nettezza imprevista, con minacce e con risorse inimmaginate?”.

Mario Valentini è nato a Messina nel 1971, vive a Palermo. Molti suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in rivista (Il semplice, Fernandel, Il caffé illustrato, Mesogea, Margini), in diverse antologie, in riviste on-line. Ha fatto parte del gruppo che realizzava Il Semplice, messo insieme e guidato da Cavazzoni e Celati. Ha portato in scena lo spettacolo di letture ad alta voce Animali Parlanti con Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori e altri. Tiene laboratori di scrittura narrativa. Insegna nella scuola statale. Ha collaborato con l’edizione palermitana de La Repubblica. Ha pubblicato i libri Voglia di lavorare poca (Portofranco, 2001) e In certi quartieri (Mesogea, 2008). Fa parte del comitato di redazione della casa editrice Mesogea, per cui ha progettato (e segue in particolare) la collana Petrolio, e di cui è editor.
Commenti
2 Commenti a “Su “Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia”
  1. Giacomo scrive:

    Interessante, leggerò il libro di Arpaia. Vi sono altri esempi di questo genere, tra cui in particolare segnalo la trilogia di Margaret Atwood: Oryx and Crake, The Year of the Flood e Maddams. Atwood rifiuta per il suo lavoro l’etichetta di “science fiction” per motivi molto simili a quelli indicati da Valentini, preferendo quella dal lei coniata di “speculative fiction”.

  2. Alessio scrive:

    Domani andrò a cercare questo interessante romanzo.
    Anche se letta dopo oltre una anno, la recensione di Valentini è molto stimolante…soprattutto per chi ha appositamente frequentato corsi di sopravvivenza dopo aver letto un “saggio” di Mark Lynas che, già nel 2007, descrive le modifiche che potranno avvenire ad ogni aumento di 1 grado della temperatura media sulla terra.
    Il saggio si chiama “Sei gradi” e affronta tutte le ripercussioni sotto il profilo climatico, ambientale, economico, energetico, sociale, politico: quello che mi ha colpito (solo all’aumento di tre gradi), è proprio la migrazione di interi popoli verso l’Europa del Nord dopo la desertificazione dell’area mediterranea.
    Purtroppo, ho il timore che non si stia parlando di fantascienza, ma di realtà imminente, se non ci saranno interventi drastici da parte dei Governi (uniti) sull’ambiente, che (peraltro in ritardo) potranno inziare a vedere qualche misero risultato solo tra un paio di decenni, se inizieremo adesso.

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