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Scongiurare la fine della Technicolor

Questo articolo è stato pubblicato sull’edizione romana di Repubblica.

di Christian Raimo

A fine 2013 una delle più importanti società italiane di cinema, la Technicolor, chiude il suo stabilimento sulla Tiburtina 1138, mandando a casa più di cento dipendenti. Per sei anni l’edificio rimane vuoto, il giardino esterno abbandonato si trasforma in una selva, la grande insegna sulla facciata crolla, ogni stanza diventa un luogo spettrale con l’intonaco piovuto giù a blocchi, le lampade a neon penzolanti, le meravigliose sale dove si facevano le proiezioni di prova di Deserto rosso o Avatar luoghi fantasmatici anche se ancora in perfetto stato. Per qualche tempo il patrimonio di pellicole originali e copie che è conservato ancora dentro lo stabilimento è stato tutelato dalla Augustuscolor di Augusto Pelliccia che è riuscito a farsi dare in affidamento provvisorio l’azienda. Da poche settimane invece il cadavere della Technicolor è stato rimesso all’asta per essere evidentemente sventrato, lasciando che qualcuno potesse spuntarla con poco più di un milione di euro: i soldi con cui a Roma si riesce a comprare al massimo un locale in centro per un edificio e un’area di almeno 10mila metri quadrati. Bisogna davvero deturpare così questo cadavere?

Non è un’iperbole affermare che la Technicolor è la storia del cinema. Nasce nel 1915 a Boston per l’invenzione ormai mitica di Herbert Kalmus, scienziato del Mit, della pellicola a colori; è lui stesso a battezzare l’azienda Technicolor, e immaginare il motto (bellissimo e verissimo) The invention of the color, che dura fin quando negli anni duemila l’azienda viene rilevata dalla francese Thomson che cambia il suo stesso nome in Technicolor e lo sostituisce con il (brutto) Feel the wonder. In Italia la Technicolor arriva sulla Tiburtina nel 1958; l’azienda americana ha già uno stabilimento a Londra, e cerca una sede sul continente, prima prova Parigi, poi sceglie l’Italia, Roma, non solo perché è una città del cinema, ma perché la famiglia Agnelli, che allora possiede la Ferraniacolor, decide di investirci al cinquanta per cento attraverso il suo uomo di riferimento, il barone Avanzo. La sede che costruiscono è meravigliosa: moderna e liberty allo stesso tempo, le vestigia si vedono ancora tutte. Negli anni sessanta l’amministratore delegato è Italo Tinari, ci lavorano più di mille persone, negli anni settanta passano, vicino all’Aniene, Francis Ford Coppola e Francesco Rosi, Dario Argento e Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Elio Petri; vengono inventati processi tecnologici come il Technoscope e l’Enr con cui Steven Spielberg e Bernardo Bertolucci vincono l’Oscar. I migliori direttori della fotografia si trasferiscono qui, a lvorare, imparare, formare: Pasqualino De Santis, Tonino Delli Colli, Peppino Rotunno, Vittorio Storaro. Luciano Tovoli, colui che si è inventato il rosso di Suspiria, racconta quanto lavorava con Antonioni e il girato tedesco (i giornalieri) di Professione reporter doveva essere spedito da Francoforte per essere sviluppato e visionato dal regista ventiquattr’ore dopo. Con Apocalypse now accadeva lo stesso: la pellicola arrivava direttamente dalle Filippine. Sempre così, i registi si fidavano solo dei laboratori e degli operai della Technicolor.

Poi certo ci sono gli anni ottanta, i novanta, i duemila, la crisi del cinema, le ristrutturazioni aziendali, le battaglie sindacali (molte perse), l’avvento del digitale; i dipendenti restano duecentoventi, poi diventano centocinquanta e poi cento, ma l’azienda rimane un tesoro di intelligenze, una immensa bottega artistica e industriale. Oggi che fine farà tutto questo? Verrà distrutto ancora di più di quanto non sia stato dimenticato e lasciato andare in malora? In questi giorni, prima che il sito diventi inaccessibile, si stanno girando di corsa le immagini di un documentario per mostrare ciò che resta della bellezza potente di questo luogo. Mi intrufolo anche io tra le centinaia di rulli ancora accatastati, salgo la scalinata lussuosa in cima alla quale c’è una locandina di Amarcord alta due metri e lunga sei: il biglietto da visita dell’azienda.

Sarebbe davvero uno scempio se questa storia finisse così, se il palazzo fosse buttato giù, se quelle sale gioiello venissero divelte. È uno scenario così spaventoso che davvero chiunque potesse evitare quest’incubo dovrebbe farlo e farlo in fretta, prendersi carico di una storia collettiva, di un immaginario storico e planetario; i mille aneddoti che racconta chi c’ha lavorato dicono di quella volta che ci fu un’inondazione dell’Aniene e si gettarono nel fango a salvare le bobine, o quando si perse un pezzo di pellicola di C’era una volta il West, o dello sciopero in cui tirarono i cocomeri sui registi, di quanto Storaro ritornò da Los Angeles con l’Oscar di Reds. La ex-Technicolor potrebbe ritornare a essere un’azienda funzionante, diventare un museo del cinema, un laboratorio di formazione per i mestieri del cinema: questo posto dev’essere abitato. Perché non solo i migliori registi e i migliori direttori della fotografia al mondo sono passati di qui, ma i migliori montatori, i migliori datori luci, le migliori maestranze. Del resto il cinema è un’arte che esiste solo se è collegiale.

O dobbiamo rassegnarci che è un mondo finito, e assistere in silenzio a una damnatio memoriae che è insieme la sanzione della violenza della speculazione? Un altro centro commerciale, una grossa sala bingo, un negozio di paccottiglia all’ingrosso, come è accaduto alla sede storica dell’Rca a nemmeno un chilometro da qui, dove negli stessi anni d’oro della Technicolor passavano Arthur Rubinstein e Domenico Modugno, Frank Sinatra e Lucio Dalla? È una scelta anche istituzionale, sulla vocazione che vogliamo dare a una città, a un paese, al nostro stesso essere comunità.

 

Commenti
19 Commenti a “Scongiurare la fine della Technicolor”
  1. sergio falcone scrive:

    Chi comanda oggi? Comanda il mercato, cioè il denaro. Me l’ha ricordato, una sera, una giovane rampante, una editor della Rizzoli. E non m’e’ piaciuto. Chissà che fine ha fatto quella signora… Mi piacerebbe dirle quello che non le ho detto per timidezza (eravamo in pubblico) e per il timore di danneggiare un amico, l’autore di un libro al quale avevo lavorato anche io. Il compagno Oreste Scalzone.
    Hanno fatto chiudere negozi che avevano una storia, cioè cultura. Giusto perché non avevano il denaro per pagare il sonoro e assurdo aumento del canone d’affitto.
    Farne un elenco dettagliato, limitatamente alla sola città di Roma, sarebbe lungo. Cito un esempio, uno su tutti: la libreria Remainders di Piazza San Silvestro. Libri nuovi con lo sconto. Vi sono passate generazioni intere, compresa la mia. Il dramma è che non ha riaperto da nessun’altra parte, privandoci di un importante luogo di diffusione del libro.
    A sfrattarla e’ stata la presidenza del consiglio, se ho capito bene. Ma le istituzioni non dovrebbero difendere la cultura? Macché. Di fronte al denaro, finiscono tutte le buone intenzioni e le affermazioni di principio.
    Lo chiamano neoliberismo. A me sembra solo una malattia che ne produce altre, peggiori.
    La città alla quale sono affezionato non esiste più. Andavo spesso in centro, dopo il lavoro. Mi è passata la voglia. Aprono e chiudono botteghe di dubbia fama e di pessimo gusto, in continuazione…

  2. Federico Gnech scrive:

    Falcone, la speculazione immobiliare che fa sparire le botteghe storiche non c’entra nulla con la fine della Technicolor. Purtroppo – lo dico da amante della pellicola – quel mondo è quasi scomparso, e il geniale processo di bleach bypass inventato dal papà di Raimo oggi si fa con due cliccate di mouse. Fa comunque piacere questa nostalgia della chimica anche in settori d’opinione che generalmente la dipingono come l’epitome di tutti i mali del progresso.
    Anche a me dispiace che questo patrimonio di memorie industriali e artistiche finisca nel nulla. D’altronde tempo fa ho sentito dire proprio a Raimo che per gli studenti dell’istituto d’arte leggere Spinoza è più importante di studiare la serigrafia. Siccome questo disprezzo degli intellettuali per le professioni tecniche informa anche la critica cinematografica italiana, siamo destinati a ricordare Age e Scarpelli e a dimenticare Raimo e Novelli. Dispiace davvero.

  3. Christian raimo scrive:

    @federico gnech Veramente mi sembra strano che io abbia detto una cosa del genere. Se è così, ho detto una cosa stupida, che nemmeno Spinoza – che faceva il molatore di lenti – avrebbe condiviso.

  4. Federico Gnech scrive:

    @Christian raimo

    Era nel corso di un dibattito televisivo sulla “Buona Scuola”, forse la tua uscita va letta in quel contesto.
    Esempio specifico a parte, il problema è che gli intellettuali in Italia sono sempre crociani, anche quando marxisti. (Se non sono crociani, sono heideggeriani, il che è pure peggio).

  5. Caro Christian,
    sono uno degli ultimi, uno di quei cento menzionati nell’articolo; volevo dire che è riduttivo ritenere la chiusura della Technicolor italiana la naturale transizione tecnologica, la fine della pellicola; noi negli ultimi anni eravamo cresciuti molto nell’area “digitale” sia video che audio, eravamo una eccellenza anche in tutti i servizi digitali; la sede italiana era l’unica Technicolor digitale (Creative Services – ci chiamavamo) che aveva il più vasto range di servizi rispetto a tutte le altri sedi nel mondo, l’offerta andava dai giornalieri fino alle delivery digitali, al versioning internazionale, al digital intermediate, all’authoring di DVD e BD…; il business audio e video era sostenibile. La realtà, i motivi della scelta della chiusura da parte dei francesi è un’altra: al quartier generale non interessava più l’Italia e cosa peggiore non ha effettuato, come dichiarato e promesso ai dipendenti, una liquidazione, ma già nel febbraio 2014 ha avviato la procedura pre fallimentare (procedura di concordato preventivo) con il risultato che molti di noi non hanno ancora preso tutte le spettanze dovute … e chissà come finirà. Comunque, di quei 100, tutti stiamo continuando a testimoniare sul mercato della post-produzione le grandi capacità e competenze che la Technicolor ci ha insegnato e molto spesso ci si incontra … e sono sempre dei bei momenti.

  6. Federico Gnech scrive:

    @Gianpaolo Giusti

    Credo che l’appunto sui motivi della chiusura vada fatto a me più che a Raimo. Grazie della sua testimonianza, sono contento di sapere che i lavoratori dello stabilimento hanno tutti un nuovo lavoro in ambito digitale. Non so quali fossero le vere intenzioni della nuova proprietà, ma forse senza la crisi della pellicola Technicolor non avrebbe venduto, in primo luogo.
    Il pezzo di Raimo descrive il pericolo di perdere le memorie della produzione, dopo la produzione. Ora, più che prendersela coi francesi o chiedere l’intervento dello Stato, che a Roma ha forse altre priorità, perché non chiedere ai padroni del cinema italiano e no di impegnarsi direttamente? Capisco che la proverbiale sensibilità culturale dei produttori cinematografici non lasci ben sperare (perfino Scorsese dovette comprare per sé una delle ultime copie in pellicola di ‘Toro scatenato’ da un collezionista perché lo studio non ne aveva conservata nemmeno una), ma qualcuno ci ha almeno provato?

  7. Christian Raimo scrive:

    @gianpaolo, sono completamente d’accordo. Sembrava il contrario? La Thomson ha provato a distruggere il patrimonio di mezzo secolo, ma quel patrimonio è rimasto nelle intelligenze e nelle capacità, non solo nelle memorie, di chi c’ha lavorato. Mi fa piacere anche incontrarci, se sarà possibile.

  8. Dario Pellegrino scrive:

    Da dipendente e figlio della Technicolor, posso dire che ancora oggi sono fiero di aver contribuito e lavorato con tanti professionisti colleghi e amici sia del reparto STAMPA e SVILUPPO che POST PRODUZIONE DIGITALE come Gianpaolo Giusti.
    Credo che il vero significato e la rabbia ma nello stesso tempo l’importanza che aveva la Technicolor, a me perdonalmente sia cresciuto dopo la chiusura. Sono certo che tanti come me la pensino uguale e che bisogna solo essere fieri di aver lavorato in una azienda cosi importante. Buon fine anno e inizio anno a tutti !

  9. Ferdinando Perone scrive:

    Sono stato CFO di technicolor dal 2008 al 2010, un periodo molto bello e difficile, proprio nel momento della transizione dalla pellicola al digitale accelerata dalle grandi Major soprattutto per ridurre i costi di produzione. Nel 2013, a capo di un gruppo di investitori, ho provato a rilevare la Technicolor prossima al fallimento. Avevamo un piano ambizioso per rilanciare il marchio ma soprattutto per salvare l’occupazione, affrontare le nuove sfide del digitale ed approcciare nuovi business come quelli della localizzazione dei contenuti, dell’archiviazione digitale e dei contenuti on-demand. Ci siamo fermati alle Loi perché era chiaro che la casa madre francese non aveva alcuna intenzione di far continuare il business in Italia, neppure cedendolo, rifiutando qualsiasi tipo di trattativa o di accordo che prevedesse la continuazione dell’attività….

  10. Alessio Germini scrive:

    Salve, sono stato dipendente Technicolor nel reparto stampa per sei anni, non molti ma sicuramente abbastanza per rivendicare l’orgoglio di averne fatto parte anche se nel periodo di decadenza e di non ritorno dal fallimento. Non mi intendo così tanto di fusioni, cambi d’amministrazione e bilanci vari; sicuramente non è stato fatto abbastanza per preservare una parte importante e fondamentale del cinema italiano e quindi mondiale, ma purtroppo Cinecittà stessa non è stata tutelata per usare un eufemismo. Fiero di averne preso parte e ancora più fiero laddove, nel mio piccolo, potessi salvaguardare quel che resta.

  11. sergio falcone scrive:

    La vicenda della Technicolor non c’entra nulla con le botteghe scomparse? Come si fa ad essere così ottusi e miopi?
    E sul tono della risposta che ho ricevuto avrei tanto da dire. Ma non fa nulla. Quello che caratterizza l’epoca del falso totale e’ l’arroganza, unita all’egoismo.

  12. Ferdinando Perone scrive:

    Sergio Falcone, giudicare le cose dal di fuori é impossibile. Lei non può conoscere quali sono i giochi di potere, le strategie, i link, le volontà e lo sciovinismo che c’é dietro le manovre di una multinazionale come la Technicolor (ex Thomson), e sicuramente non se ne può parlare qui sul web.

    Sicuramente, seppure la situazione economica era cambiata a causa della transizione al digitale, hanno influito altri fattori e posso affermare, senza timore di smentita, che c’era la volontà ben precisa di chiudere lo stabilimento di Roma e di spostare le attività in altri paesi, pertanto non si é fatto tutto il possibile per salvaguardare un patrimonio di esperienze e di cultura cinematografica.

    Chi era dentro lo sa, e le posso assicurare che la faccenda delle “botteghe scomparse” non ha nulla a che vedere con Technicolor.

  13. Francesca Montagna scrive:

    Sono stata una delle ultime persone ad avere la fortuna di essere stata assunta nel 2008 in Technicolor: International customer service manager per la Warner Bros. Ma non ero solo quello: essere dipendente li significava essere realmente parte di un team, grande collaborazione con ogni reparto senza sforzi, ma con molta naturalezza. Li si potevano realmente apprendere gli skills fondamentali per ogni lavoro: problem solving, teamwork, negoziazione, analisi, strategia,orientamento al risultato. Certo, molto impegnativo ovviamente, ma grandi soddisfazioni. Il livello di coinvolgimento professionale e con i colleghi avuto li è indescrivibile. Mi porto dietro un bagaglio esperienziale, di competenze, di ricordi e amicizie con i colleghi (non riesco a dire EX) veramente importante!

  14. Fioravante (per gli amici e colleghi Fiore)) scrive:

    Salve colleghi ed amici, ho avuto la fortuna di trascorrere 20 anni nel mondo del cinema, da prima all’ International Recording, diventata in seguito Thomson ed in fine Technicolor. Sono nato, professionalmente, nel settore post produzione e precisamente nel doppiaggio cinematografico, fino a quando nel Dicembre 2007 mi trasferirono alla Technicolor di Via Tiburtina 1138. Devo dire che da prima ho avuto la sensazione di fare un passo indietro, lavorativamente parlando, ma di seguito mi sono accorto di essere stato circondato da un sacco di gente professionale nonché veramente ingamba!!! Orgoglioso e fiero di essere stato uno di voi !! Un mio ultimo pensiero non può che andare ad un amico/collega che nel suo piccolo contribuì a rendere la Technicolor un eccellenza del settore, cioè Massimo Amati.

  15. Alessandra D. scrive:

    Salve a tutti, ho lavorato in Technovideo Tiburtina (già Technicolor Spa) per dieci anni e ho ricoperto diversi ruoli dall’area amministrativa alla direzione generale arrivando in ultimo a collaborare con gli organi della liquidazione per le attività residuali. L’idea che mi sono fatta è che la chiusura dell’azienda non sia stata dettata da una cattiva gestione dei numeri italiani (purtroppo inquinati, secondo me, da conti negativi di altre società del gruppo accollatici attraverso artifici contabili) ma da una scelta squisitamente imprenditoriale legata all’ exception culturelle con cui la Francia ha potuto ottenere aiuti di stato al cinema a condizione che il budget fosse speso all’interno del territorio nazionale…La Francia ha portato così a casa a novembre del 2013 una importantissima vittoria ma ha dovuto necessariamente dichiarare la messa in liquidazione volontaria della Technicolor Roma nella più totale indifferenza delle nostre istituzioni politiche dedicate proprio alla tutela della cultura e del patrimonio artistico italiano. Ci siamo sentiti rispondere che avremmo potuto noi dipendenti stessi rilevare lo stabilimento investendo il nostro tfr seguendo il modello argentino. Lo sdegno è stato immenso ma non c’è stato nulla da fare, i media ci hanno abbandonato così come le associazioni sindacali. In questi giorni si è letto che la Technicolor e il suo ex CEO Frederic Rose sono stati indagati di frode in Francia. Le accuse al tribunale arrivano dopo un’indagine di sette anni sulla parte di Technicolor nel fallimento del 2011 della società di post-produzione di Tarak Ben Ammar, Quinta Industries, di cui Technicolor aveva una partecipazione, ma che poi ha acquisito completamente all’inizio del 2012.
    Il produttore Ben Ammar aveva affermato che Technicolor ha lavorato contro la sua società per costringerla al fallimento, e poi ha acquistato i suoi beni a un prezzo ridotto. Ben Ammar ha intentato cause civili e penali, quest’ultima chiedendo danni per 60 milioni di euro. Non sarebbe forse opportuno che venisse fatta un pò di chiarezza anche sulla vicenda italiana visto che i costi del personale legati alla “chiusura volontaria dell’azienda” (a parte le ingenti incentivazioni all’esodo che sono state erogate ai dirigenti ancora prima della richiesta di concordato preventivo in bianco) sono ricadute solo e soltanto sui conti pubblici dell’Inps attraverso la cassa integrazione e poi le indennità di mobilità? Mi auguro di cuore che scempiaggini del genere non accadono più a nessuno perchè non si gioca con le vite e con il futuro delle persone….Un sincero augurio di Buon Anno a tutti…..

  16. Fioravante (per gli amici e colleghi Fiore)) scrive:

    Analisi perfetta… Grande Alessandra D. !!!

  17. Giampiero scrive:

    Caro Cristian parlare di Technicolor è parlare di un secolo e mezzo di cultura cinematografica che viene buttata alle ortiche nel giro di pochi anni. Io come tuo padre ho passato 40 e passa anni nelle industrie cinematografiche come chimico. Tra l’altro sono stato, anche se per breve tempo alle dipendenze di Technicolor nel periodo di acquisizione e restare
    dello stabilimento ex technolux di via Laurentina. Sfide continue, ricerca ossessiva della miglior qualità da ricavare dalla pellicola. Fior fiore di maestranze ultraspecializzate la cui professionalità si è dissolta in poco tempo. La pellicola ” questa sconosciuta” che ha fatto la fortuna di tantissime persone dando loro successo e celebrità. Sempre la pellicola ha impegnato migliaia di persone nei suoi processi produttivi complicati e assistiti da tecnologie sofisticatissime. La pellicola che nasce con l’ausilio di sali d’argento sali di cui non riuscirà a fare a meno neanche nelle ultime versioni ultrasofisticate. Purtroppo sono poche le persone a conoscere intimamente questa striscia di materiale sensibile, tuo padre tra questi pochi sicuramente, mentre tutti gli utilizzatori di pellicola dai registi ai direttori di fotografia e altri addetti ai lavori hanno sempre giudicato i risultati che si ottenevano cercando sistematicamente il miglior risultato ma non conoscono intimamente la sua struttura e i principi chimico – fisici che ne governano la sua gestione dall’esposizione allo sviluppo e per finire la proiezione. Bene nessuno sente il dovere di trasmettere questa rilevante fetta di cultura tecnico artistica col risultato che già dalla prossima generazione perderemo traccia non solo della technicolor ma della pellicola stessa. Cristian se hai modo trasmetti al ministro dello spettacolo queste mie riflessioni e chiedi perché chi ha il dovere istituzionale di salvaguardare questa sacca di cultura non fa il necessario perché ciò avvenga. Resto a tua disposizione per far forza a qualsiasi azione lecita per sensibilizzare chi ha questo compito, ripeto ,istituzionale. Ciao e grazie

  18. Maria Frasca scrive:

    Proprio seduta lì con le spalle alle grande vetrate del primo piano, ho trascorso quasi vent’anni della mia vita. Ed è propri li che è avvenuta la mia maturazione professionale.
    La vita in Technicolor non era fatta soltanto di pellicola, stampare, montare, luci, colore e proiezione etc.
    Ho vissuto molti momenti tragici, alluvioni, incendi, perdita di cari colleghi anche giovanissimi all’improvviso, con il più difficile compito di dover avvisare i genitori oltre oceano, che era deceduto il loro figlio.
    Spesso camminando nei corridoi percepivo un clima di tensione, i ritmi lavorativi sempre alti, non si finiva un progetto che subito dopo già ne nasceva un altro, ancora più arduo.
    Però le soddisfazioni arrivavano sempre e d’alto. Siamo stati scelti per la guida a capo dei stabilimenti Europei ed in seguito alla guida ed in rappresentanza di quelli mondiali. Le nostre risorse umane dopo aver acquistato un alto profilo formativo all’interno, andavano in prestito, a Barcellona, Madrid, Bangkok, etc.
    Non è stato facile, ma tutti i giorni sono stati una grande sfida e con molti imprevisti. In vent’anni ho vissuto un cambiamento totale dell’azienda, di rinnovazione non solo tecnologia, ma culturale, sociale, con grande apertura e visibilità a livello mondiale.
    Era il fiore all’occhiello di tutte le Technicolor, le pulizie e l’ordine sempre le priorità, le ristrutturazioni architettoniche e tecnologiche sempre all’avanguardia, eseguite sempre con la massima pignoleria, gli arredi modernissimi scelti con minuziosa cura e ricercatezza. Tutto questo in alcuni momenti potevano dare l’impressione di superfluo ed inutile, ma a mio avviso hanno contribuito all’armonia del nostro ambiente lavorativo e alla vita di tutti coloro che lo hanno frequentato.
    Un grazie al mio capo che nelle sue cariche di Amministrazione Delegato, Head of European Operations ed in fine International COO, ha contribuito in prima persona al benessere di questa azienda. Certo le sue scelte e il suo operato non sempre approvato e condiviso da tanti, ma va detto che se oggi tutti ricordiamo e rimpiangiamo questa azienda con grande nostalgia, in parte lo dobbiamo alla sua amministrazione.
    Rimane nel collettivo della nostra memoria il motto che per alcuni anni è stato adottato dalle nostre Risorse Umane: “People make the difference”.
    Si possono buttare giù le mura, ma la memoria rimarrà sempre nella nostra mente e l’affetto che lega ancora tanti colleghi nei nostri cuori.

  19. Gianluca B. scrive:

    Buonasera e buon anno io ho passato in technicolor 20 anni entrai nel 1995 il primo contratto a termine di 2 mesi me lo fece suo padre il dottor Raimo,volevo solo dire che li giustamente ce stata la storia del cinema e quelle mura sono importantissime.Bisogna pero dire di molti ex colleghi tra cui pure io che ci siamo ritrovati in mezzo ad una strada professionisti abbandonati a se stessi,senza piani di riqualificazione, sopratutto nei reparti di sviluppo e stampa e positivo diciamo tutta l area pellicola siamo rimasti fuori con le nostre storie i nostri problemi e le nostre famiglie .Sono d accordo con l analisi di Maria che saluto con affetto una delle tante persone che ho nella mente e che ricordo con affetto tutti i momenti belli passati insieme.Comunque le cose da dire sono tante e forse mi esprimo meglio a voce se vuoi rimango a disposizione per fatti partecipe di quello che e successo realmente la dentro,perche lo scopo principale era di chiudere x sempre la technicolor roma per me.Volevo dire a chi ha scritto in un post precedente che tutti i lavoratori dello stabilimento sono stati ricollocati che non e vero perche ci sono i numeri dei licenziamenti in regione e vede quanti sono stati ricollocati.Vi saluto ex tecnico processo sviluppo stampa pellicole.

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