proibizionismo

Scorsese & Schulberg

Che la televisione americana sia molto più vitale e viva, oggi, del suo cinema sembra essersene accorto anche Scorsese, produttore di una nuova serie che si dice possa superare nell’immaginario l’egemonia vintage di Mad Men. Si tratta di Boardwalk Empire, la serie sugli anni venti e il proibizionismo prodotta e girata, solo il pilota, da Martin Scorsese e scritta da Terence Winter (l’autore dei Sopranos). Siamo ad Atlantic city, la città del gioco sull’Oceano Atlantico, nel 1920, quando è appena entrato in vigore il Volstead act, la legge che vieta l’alcol ma di fatto apre le porte per notevoli speculazioni, quindi il nuovo anno viene salutato con gioiossissimi funerali alla bottiglia di wiskey. Il protagonista è Enoch Thompson (il grande Steve Bushemi), tesoriere della città, e politico corrotto che ha una faccia apparente di uomo rispettabile, ligio e benefattore, e che però mette in piedi un triangolo del commercio illegale di alcolici con New York e Chicago.

La cena dell’accordo con gli italiani, i capi delle maggiori “famiglie” mafiose che tengono in pugno quelle città, è da favola: al tavolo sono seduti Colosimo e un ventiduenne Lucky Luciano, già esperto nel frodare i suoi soci e nell’insidiare il piccolo feudo di Thompson. Intorno a questi pezzi grossi, che si distraggono nei cabaret e nei locali per spogliarelliste, ci sono i pesci piccoli che sgomitano e vogliono emergere, l’aiutante di Enoch Jimmy Darmody (Michael Pit), un ex medaglia all’onore della prima guerra mondiale, e un giovanissimo Al Capone che guida il suo primo carico di bottiglie nella neve dell’Illinois. Il tema della serie è quello che gli americani chiamano tra i denti GREED, cioè l’avidità, la struggle for life, la lotta tra gli uomini che si fanno da sé, perché “questa è l’America chi cazzo ti trattiene”, come insegna al suo aiutante a un certo punto Bushemi. E fin qui ci troviamo in alcuni temi ricorrenti della poetica scorsesiana, ma quello che colpisce della prima puntata pilota è l’attenzione per i particolari, la ricostruzione minuziosa, l’utilizzo delle musiche originali e delle ambientazioni. Già il titolo si riferisce alla passeggiata su pali di legno, tutta ricostruita nei minimi dettagli, il boardwalk appunto, che fronteggia l’Oceano e sulla quale Enoch ha il suo ufficio, il suo quartier generale e il suo piccolo casinò. Addirittura Scorsese può permettersi di inserire un frammento di film muto, una scenetta di Fatty Arbucke in un cinemino fumoso di periferia. Un altro aspetto interessante è il risalto che si dà alla recente immigrazione negli Stati Uniti, la quantità di accenti diversi che si riconoscono, la lotta sempre viva tra poveri (italiani e irlandesi) e l’impossibilità di staccarsi di dosso la propria origine identitaria poiché “una rosa resta sempre una rosa”. Per additare un italiano che sta male, per fare un altro esempio, uno scagnozzo irlandese gli grida “take a Brioschi”, cioè lo invita a bersi il digestivo effervescente che ancora si trova nei nostri supermercati. Boardwalk Empire ricorda, per forza di cose e per l’ambientazione, i romanzi della “generazione perduta”, più Scott Fitzgerald che Hemingway e Sherwood Anderson, ma anche quei romanzi che guardavano già criticamente al passato, a quella età dell’oro che non era più replicabile con la crisi del 1929. Uno di questi è, recentemente ripubblicato da Sellerio, Fronte del porto di Budd Schulberg, dal quale Elia Kazan ha tratto il celebre film che lanciò Marlon Brando, il racconto quasi a reportage della ribellione ai sindacati corrotti di uno dei porti di New York, la cittadina portuale di Bohegan. Nonostante fosse ebreo Schulberg, morto a novantacinque anni l’anno scorso, scrisse un libro che rispecchiava la morale cattolica perché, come racconta Goffredo Fofi nella nuova introduzione, doveva rappresentava i ripensamenti e i pentimenti che l’autore stesso aveva avuto nel denunciare molti amici e colleghi di Hollywood alla commissione McCarthy a caccia di comunisti (sentimenti che dovevano essere comuni a Kazan stesso, anche lui uno dei testimoni coinvolti in quegli anni). Fronte del porto è un’opera importante perché fa risaltare gli anni Venti come un periodo di grandi interessi economici e poteri in conflitto, anche mafiosi, in una nazione piuttosto giovane con ancora evidenti le divisioni d’origine e di religione. Forse il miglior romanzo di Shulberg è l’autobiografico I disillusi, che metteva fine allo splendore della “generazione perduta”: appena uscito dal college Shulberg entrò, infatti, a Hollywood come sceneggiatore e vi trovò il suo mito che credeva morto, uno Scott Fitzgerald vecchio, alcolizzato e costretto a sfornare sceneggiature per il cinema per tirare avanti. In quel romanzo, attraverso l’ascesa e la rovina di Sammy Glick, alter-ego di Fitzgerald, Schulberg ha descritto un’intera generazione, quella che lo precedeva e che lo aveva ispirato nel suo lavoro di scrittore e sceneggiatore. Questione di maestri anche per Scorsese che, invecchiando, va ripetendo che Kazan è un suo modello, e questo non è un caso. Forse per il regista nato nel 1942 a New York, si tratta anche di aprire un dialogo col passato, mentre il suo cinema si concentra su alcuni temi fissi e alcune scelte di maniera: si pensi solo all’insistenza sulla violenza, intesa sia come motore del mondo che come estetica, nell’ultimo film Shutter Island. Ma al di là di tutto, Boardwalk Empire sembra portare con sé la promessa di opera definitiva sugli anni Venti, dopo decine di romanzi e film, cioè racconto esemplare e, allo stesso tempo, luogo di uno dei tanti “peccato originale” della breve storia degli Stati Uniti.

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent’anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell’Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell’Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L’indice.
Commenti
5 Commenti a “Scorsese & Schulberg”
  1. Filip Daft scrive:

    Forse negli ultimi tempi Scorsese s’è troppo fissato con la violenza gratuita e di maniera. Certo è che di kazaniano ha anche il rapporto con gli attori e la capacità di dirigere alla maniera degli actor studios un attore come Di Caprio.

  2. alice scrive:

    Speriamo che questa serie di Scorsese non perda mordente andandado avanti con le puntate. Ho notato che anche le migliori (mad men e simili) al quarto-quinto capitolo perdono la potenza iniziale, finiscono col ripetere alcune dinamiche, oppure si attorcigliano per mantenere alta la tensione della trama. Pur essendo quello che in passato erano i romanzi a puntate, spesso si vede la distanza da una puntata pilota e le seguenti.

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