silence

Scorsese foderato di infanzia: a immagine e somiglianza di Orson Welles

silence

di Francesco Romeo

Il film si chiama Silence, di Martin Scorsese, e con slittante diabolica prodezza è un film sull’apoteosi dello sguardo. Una anatomia della contemplazione.

La prigione di Padre Sebastiao Rodrigues (uno dei due missionari gesuiti che nel XVII secolo dal Portogallo arrivano fino in Giappone per ritrovare il loro mentore e indagare su presunte persecuzioni contro i cristiani) è un palco teatrale, da cui lui  osserva i contadini che sfilano per calpestare, o no, il volto di Cristo, come sotto minaccia è richiesto dallo shogun (una panoramica laterale per seguire chi viene portato via fa come suonare, pizzicandole svelta, quelle sbarre della prigione, le trasforma silenziosamente nelle corde di un’arca). E in una sequenza precedente era lui, insieme all’altro missionario e amico Padre Francisco Garpe, ad appostarsi per osservare sgomento la tortura di altri cristiani che, immobilizzati su croci, venivano sferzati e poi soffocati dal mare che montava.

Tutto avviene sotto gli occhi di Padre Rodrigues. E ben presto solo per i suoi occhi. Per esempio quegli stessi contadini che foderati da una stuoia, annegano, dando luogo a una sorta di snuff movie ante litteram, ma coercitivo: uno spettacolo reso ancora più atroce dalla disperata iniziativa di Padre Francisco, che non abiura, come avrebbe potuto fare per salvarli, ma che si tuffa, nuota verso di loro e alla fine muore in acqua. Padre Rodrigues qui cinematograficamente segue o precede Alex di Arancia meccanica di Stanley Kubrick, che è condannato ad accumulare immagini di ferocia e violenza e perfidia nel ricettacolo del suo speciale monocolo.

Si può scorgere in un rigagnolo un nugolo di stelle, e Padre Rodrigues vede Gesù in una pozzanghera, dove vede se stesso. Lui che vede il volto di Gesù fin dall’infanzia, come la luce accanto al letto prima di chiudere gli occhi e dormire. Ben presto nello specchio di quella pozzanghera farà smorfie, farà facce, deformerà il proprio volto, come per affogare questa sovrapposizione e sovrimpressione di cui si sa indegno.

Travis in Taxi Driver fissava un bicchiere con l’alka selzer che diventava il suo proprio cervello che friggeva, e il suo sguardo (sospinto da uno zoom) annegava in quel liquido, che saturava il quadro, diventava totale. L’effervescenza del cinema di Scorsese, l’andare alla deriva con il flusso, in questo film otticamente si placa, trova una pausa. Ma è una pura formalità. Silence è estremo. Tutto giocato su una sottilissima finzione da capogiro. Perché per lo shogunato conta soltanto vedere e far vedere che. Non si tratta, da parte dei cristiani, di rinnegare la fede – l’abiura non è qui un atto verbale – ma di calpestare una immagine e, così, “creare una scena”.

Il film fa lo slalom gigante sul crinale di un paradosso. Come nella più sottile visione dell’essenza del cristianesimo. Rende giustizia alla immagine coniata da Lutero: l’intelletto umano che ondeggia da una parte e dall’altra simile a un ubriaco che cavalca una botte. Un bambino che corre e vacilla. Fissare l’invisibile. L’estasi di chi si stupisce. Zigzagare tra proclama e segreto. L’andirivieni di un clown. Il carisma del dubbio. La linea d’ombra che non è mai stata oltrepassata. Una scalinata trasformata in ascissa.

Come per Charles Foster Kane in Quarto potere di Orson Welles, come per Guido in 8 e ½ di Federico Fellini, alla fine arrivano le fiamme. La verità nel cuore di Padre Sebastiao Rodrigues, ci dice il cronista olandese che è il narratore del film (ed è un riflesso del giornalista Jerry Thompson incaricato di indagare sull’ultima parola di Charles Forster Kane, ed è un riflesso della mente del mago che legge  nella mente o nell’anima dell’amico Guido, alter ego di Federico Fellini), non si può conoscere, può conoscerla soltanto Dio. Ma a noi spettatori, a te, è dato comunque di Vedere.

Il conferimento di un tale potere, che è negato ai personaggi del film, non può che compiersi con un movimento in avanti della macchina da presa (la fede ha una qualità dialettica, dinamica, visiva: cinematografica), come quello che si incuneava  nella fornace dove bruciava lo slittino del piccolo Charles, con la parola in codice Rosebud che si squagliava e poi ascendeva in un folto pennacchio di fumo nero.

Il movimento di macchina in questo caso spia dentro l’involucro dove è già iniziata la cremazione (un altro nome dell’astrazione) del corpo di Padre Sebastiao Rodrigues.

A noi spettatori, a te e a me, è dato di toccare con gli occhi. Per leggere tra le fiamme come tra le righe.

Commenti
15 Commenti a “Scorsese foderato di infanzia: a immagine e somiglianza di Orson Welles”
  1. Antonio scrive:

    Forse é colpa mia ma non ho capito niente di questa recensione e del significato del film. Prego tradurre.
    Grazie

  2. Francesco Romeo scrive:

    Non conoscevo la recensione di Cineforum e ho scritto la mia più di 10 giorni fa. Ma non credo, Patrizia, che tu avessi già letto. Abbiamo, l’autore di quella recensione e io, osservato quello che succede nel film in termini visivi e di teoria del cinema. E lo abbiamo estratto. Ma il fulcro della mia riflessione è la visione paradossale che certo cinema e certo cristianesimo incarnano. Non vedo questo nella recensione che tu evochi e alleghi. Abbiamo tratto diverse conclusioni su un presupposto rintracciato da entrambi. Mi spiace. Infine, per me la scrittura sul cinema è scrittura. E -puoi preferire quello che vuoi e di sicuro il suo, che io peraltro apprezzo – gli stili con cui questi commenti sono scritti sono molto, molto diversi.

  3. Francesco Romeo scrive:

    Antonio, accetto la tua critica. È evidente che dal tuo punto di vista è colpa mia se non hai compreso quello che non hai compreso. Sacrosanto pensarlo. Dal mio punto di vista, invece, “dipende da te”. Io faccio il traduttore, ma non in questo senso. Non tradurrò nulla. Anche perchè mi interessa scrivere se scrivo con il mio stile personale e dicendo e omettendo esattamente ciò che voglio.

  4. Francesco Romeo scrive:

    In ogni caso, ringrazio Minima & Moralia per aver ospitato il mio pezzo. Che io non considero una “recensione” o che comunque presuppone una conoscenza del linguaggio del cinema e un interesse per certi stili di scrittura. Mi rallegro per la convergenza della mia lettura con quella del bravissimo critico di Cineforum, mi dispiaccio, in questa circostanza, per le differenze nel ragionamento sul film che sono sfuggite a Patrizia (stante il comune riferimento a quella mossa di Quarto Potere, che non è e non vuole essere una intuizione ma al contrario è evidente per chi si intenda di forma cinematografica e storia del cinema) e che a mio avviso sono decisive quanto lo è la diversa forma con cui i due pezzi sono stati scritti (ammiro quella del critico di Cineforum e preferisco la mia).

  5. Martina scrive:

    Direi che quella di Antonio non è “una critica”, quanto piuttosto una giustificata perplessità sulla totale mancanza di organicità, scorrevolezza e chiarezza di questo “articolo”, frammentario ma non evocativo (quindi lacunoso), che meriterebbe una risposta più valida del “non è un problema mio” misto alla concessività perbenista dell'”io ti do il permesso di non comprendere”. Scrivere un pezzo significa rivolgersi, in potenza, tanto agli informati quanto ai disinformati e significa soprattutto comporre una produzione valida epurata dall’arroganza autoindulgente del “mio stile personale”. Si vede che lo stile è sbagliato, in questo caso.

  6. Francesco Romeo scrive:

    Per me non ha nulla di sbagliato. Non ti piace? Non piace ad Antonio? Bene. Sono gusti. Ad altri è piaciuto molto. Il tuo stile, alla luce di questo commento, io lo trovo molto brutto. Le tue obiezioni per me sono prive di interesse. Non la pensiamo allo stesso modo. Tutto qui. Buone letture, buone visioni e buona scrittura, Marina.

  7. Lalo Cura scrive:

    che stile!

  8. Enrico Guerzoni scrive:

    Io l’ho trovata una recensione molto interessante, su un film che ho apprezzato moltissimo.
    Il film di Scorsese, fin dal titolo, si centra sul silenzio. Silenzio della solitudine fisica e interiore in cui gli uomini si trovano a cercare risposte ai propri dubbi; e naturalmente silenzio di Dio. Silenzio come assenza di suono, suono inteso come risposta. E’ un film da ascoltare, oltre che da vedere. Credo che proprio nel rapporto tra immagine e suono risieda almeno parte del fascino di questo film suggestivo.
    La recensione, mi pare, pone l’accento sul “vedere”. C’è la visione del regista, c’è la nostra, e poi c’è quella, spesso dolorosa, concessa ai personaggi (l’assistere alle torture, il “far vedere” che si calpesta l’immagine di Cristo, e non importa poi cosa si pensa veramente..). In questo ho trovato il rimando ad Arancia Meccanica azzeccatissimo.

    Insomma, una recensione forse non facile e non immediatamente fruibile, proprio come il film, ma che sicuramente vale la pena leggere.

  9. Francesco Romeo scrive:

    Grazie, Enrico. Della tua visione. Hai centrato il punto, ovviamente. Finalmente in un commento si è parlato di cinema. Non sono certo favorevole all’oscuro dappertutto, e non credo che il mio scritto sia oscuro. Difficile? Forse sì. Essere all’altezza del difficile dal mio punto di vista è parte di quella forza per cui guardiamo certi film. Contento che tu abbia apprezzato molto il film. Grazie per aver scritto.

  10. Francesco Romeo scrive:

    Lalo Cura, situazione imbarazzante la mia. Perchè non so se tu ti riferissi soltanto al film (ti stringo idealmente la mano e da amante del cinema di Scorsese sono già contento) o anche al mio articolo (magari anche soltanto in atletica contrapposizione alle critiche veementi che avrai trovato qui). Non sono il più abile del mondo a fingere che certe ipotesi non siano state nemmeno contemplate. E ripeto che le “contestazioni” che il mio pezzo ha ricevuto le trovo legittimissime come “azione” ma molto fragili (specialmente quella di una certa Patrizia, forse la più superficiale di tutte). Quindi so che posso sbagliarmi e spero che in questo caso apprezzerai l’azzardo. Ma nel caso in cui le tue parole alludessero anche allo stile del mio pezzo, ti ringrazio molto del tuo intervento, non mi schermisco, mi rallegro molto e mi auguro di avere occasione di scambiare idee sul cinema e più in generale sugli “stili” con te.

  11. Antonio Vena scrive:

    Gran recensione, per un film, di un titolo che fonda soggetto e ambientazione e motivi dei personaggi, non andava scritta se non in questo modo.
    Bravo.

  12. Francesco Romeo scrive:

    Grazie, Antonio!

  13. Ulises Lima scrive:

    Preferisco i commenti alla recensione, soprattutto per la punteggiatura. E poi a dirla tutta, F. F. Coppola meglio di M. Scorsese sempre.

  14. Antonio scrive:

    Non mi permetterei mai di fare una critica al contenuto della recensione, non ne ho gli strumenti. Ad una recensione io chiedo soltanto di farmi capire se un film vale la pena di andare a vederlo o no.
    Se leggendo l’articolo non ho raggiunto il mio scopo probabilmente é un problema mio.
    Premetto che sono un fan di Scorsese da molto e andrò comunque a vedere silence

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