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Scrittori arabi contemporanei, sesta puntata

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La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti. (Nella foto: Sonallah Ibrahim).

Sonallah Ibrahim e l’opposizione degli scrittori egiziani al regime militare

Dopo la morte di Giulio Regeni, grazie soprattutto all’ostinazione della famiglia del giovane ricercatore, l’opinione pubblica italiana ha avuto modo di conoscere la dura repressione in atto in Egitto contro gli oppositori politici. I genitori di Regeni hanno infatti avuto la capacità di legare l’atroce uccisione del figlio alla più estesa vicenda della persecuzione politica nei confronti degli stessi attivisti, scrittori e ricercatori egiziani. Sono così state raccontate anche dalle cronache italiane, sebbene in modo sparso, le vicende di diverse persone che hanno pagato un prezzo più o meno caro per le loro posizioni politiche o per quanto hanno scritto. Come Ahmed Naji, scrittore e blogger egiziano condannato a due anni di carcere per le sue pubblicazioni, o Alaa Abd el Fattah, attivista arrestato due volte (nel 2006 e nel 2011) e condannato nel 2015 a quindici anni di carcere per avere contestato il potere militare.

Proprio loro due sono stati protagonisti nel mese di maggio, da assenti, di alcune delle iniziative previste dal Salone del libro di Torino, che quest’anno ha dedicato una sezione corposa alla cultura araba. Da più parti la si è descritta come una proposta piuttosto confusa.

Il rapporto intercorso, negli anni, tra molti degli scrittori egiziani e i governi militari al potere nel loro paese, è stato spesso molto conflittuale. Tale rapporto appartiene pienamente alla storia della letteratura egiziana e ha forse in Sonallah Ibrahim la sua figura più emblematica.

In attesa di potere leggere per intero il libro che è costato la carcerazione a Ahmed Naji, si possono insomma reperire in Italia altri romanzi che raccontano, in varie forme, la censura e la repressione messa in atto dai regimi militari negli anni in Egitto.

Il libro di Naji, in corso di traduzione, verrà pubblicato in Italia inautunno dalla casa editrice Il Sirente con il titolo Vita: istruzioni per l’uso (blog come Editoria Araba hanno pubblicato estratti dei passaggi incriminati. Si possono leggere qui).

Allegato al domenicale del Sole 24 ore invece, credo fosse aprile, è stato venduto in edicola Karnak Café di Nagib Mahfuz, un breve romanzo interamente incentrato sulle persecuzioni e sulle torture del regime militare egiziano negli anni ’60, ai tempi di Nasser e dell’ascesa al potere di Sadat. A fine 2015, inoltre, è uscito per Calabuig Le stagioni di Zhat, terzo romanzo tradotto in italiano del grande scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, di cui già erano stati pubblicati La commissione (Jouvence, 2003) e Warda (Ilisso, 2005).

Il Karnak Café del romanzo di Mahfuz è un locale gestito da una bella e affascinante ex-danzatrice, Qurunfula. Qui si danno convegno ogni sera i personaggi più vari. Tra i molti anziani che passano il loro tempo a chiacchierare, una sera fa la sua apparizione un gruppo di giovani avventori. Tra loro: Hilmi Hamada, Isma’il al Shaykh e una ragazza, Zaynab Diyab.  Sono studenti universitari, figli di quella rivoluzione socialista che presto devasterà le loro vite.

Incominciano a frequentare assiduamente il Karnak Café. Tra Hilmi Hamada e Qurunfula nasce un’intensa, segreta passione. Zaynab e Isma’il, invece, sono innamorati da quand’erano ragazzi. Hanno addosso l’inquietudine tipica della loro età, e una gran voglia di farsi domande. Ma non militano in nessuno dei movimenti d’opposizione messi al bando dal regime: non fanno parte dei Fratelli Musulmani né delle organizzazioni comuniste perseguitate dalla giunta militare al potere. La loro inquietudine è tutta interna alla rivoluzione socialista, mira a dare piena realizzazione agli ideali rivoluzionari.

Ma – dice il narratore – era “un’epoca di poteri invisibili: spie che aleggiavano persino nell’aria che respiravamo, ombre nella piena luce del giorno”. I giovani studenti improvvisamente spariscono, la preoccupazione cresce tra gli avventori del bar e la disperazione in Qurunfula, che nulla sa più del suo Hilmi Hamada. È una fase della storia egiziana che Mahfuz definisce come Terrore, i frequentatori del bar sono informati del fatto che ci sono arresti a tappeto, raccontano di carcerazioni al di fuori di qualsiasi codice legale, senza udienze giudiziarie né diritto alla difesa, di torture avvenute in assenza diun’accusa precisa. Il narratore commenta, parlando del Karnak Café ma riuscendo a fare del locale il simbolo dell’intero Egitto: “senza di loro questo locale è insopportabile. Le uniche persone rimaste, ormai, sono quei vecchi che si sono completamente dimenticati degli altri clienti in prigione: eccoli lì che fingono di dimenticare il terrore e la politica, seppellendosi nelle preoccupazioni personali”.

Passa un tempo lunghissimo prima che i giovani studenti tornino a frequentare il bar, e qualcuno di loro manca. Tornano avvolti da un’inedita tetraggine, trasformati dentro, non raccontano nulla di quanto successo, solo un nome circola, quello di un ufficiale di polizia, tale Khalid Sawfan, che si scoprirà essere stato il loro torturatore. Nel giro di qualche anno spariranno tre volte. Torneranno sempre più tetri e devastati, sospettosi l’uno verso l’altro, privati della loro gioventù e dei loro stessi ideali, senza più nessuna fiducia verso quelle istanze rivoluzionarie che pure avevano appoggiato: “i loro volti erano cambiati. Con la testa rasata, avevano un aspetto strano, e l’antica scintilla giovanile nei loro sguardi era sparita, sostituita da un’espressione apatica”. Nel locale cresce il sospetto reciproco e la paura: “Cominciammo a sospettare di tutto, perfino delle pareti e dei tavoli. Ero assolutamente meravigliato dalle condizioni in cui si trovava la mia patria. A dispetto di tutte le scelte sbagliate, guadagnava potenza e prestigio, espandendosi continuamente e ingrandendosi. Produceva merci di ogni genere, dagli aghi ai razzi, e instradava l’umanità in una direzione nuova e meravigliosa. Ma a che serviva tutto questo, se il popolo era così debole e oppresso da non contare nulla, se non aveva diritti civili, onore e sicurezza, e se veniva schiacciato dalla codardia, dall’ipocrisia e dalla desolazione?”.

Dopo l’ultimo arresto manca all’appello proprio Hilmi Hamada: è morto in carcere in seguito alle torture subite.

Scritto nel 1971, un anno dopo la morte di Nasser, quando al potere si era ormai insediato Anwar al-Sadat, a dispetto di quanto potrebbe sembrare Karnak Café non è un romanzo costruito secondo i canoni del racconto realista, che tanto Mahfuz aveva praticato a ridosso degli anni ‘40. La situazione politica che viene descritta è certamente quella reale ma è costruito come una sorta di meditazione in forma narrativa sulle sorti della nazione. Lo stesso Karnak Café e la sua tenutaria Qurunfula sembrano essere qualcosa di più che personaggi reali. Alla fine del racconto hai il sospetto che quella bella danzatrice matura, segnata dal dolore per le torture e per la morte subite dal suo amante, sgomenta per aver visto consumarsi nel suo locale la devastazione di una generazione di giovani universitari, sia l’Egitto intero.

Come bisogna considerare la storia dell’Egitto negli ultimi sessant’anni? Come una lunga, di fatto mai interrotta, dittatura militare, che ha portato di volta in volta al potere alcuni diversi personaggi, in una sostanziale continuità di regime, pur nella discontinuità delle scelte politiche, economiche e strategiche di volta in volta operate da ciascun governo? O come un’alternanza di quattro diversi presidenti/dittatori che hanno saputo di volta in volta conquistare il potere con il sostanziale appoggio dell’esercito?

Il regime di Al-Sisi, insomma, è un regime diverso da quello che fu di Mubarak, e prima di Sadat e di Nasser? O questi quattro presidenti si sono alternati, in sostanziale continuità, come reggenti diversi di un’unica dittatura militare che dura (quasi) ininterrottamente da sessant’anni? La domanda non è oziosa. L’Egitto è stato per diversi lustri il principale alleato occidentale tra i paesi arabi, un tassello fondamentale nei rapporti con i paesi mediorientali. Una democrazia occidentale poteva ammettere apertamente di avere come propria alleata una dittatura militare? O aveva bisogno di veicolare tutt’altro tipo di racconto?

Considerando la biografia di Sonallah Ibrahimci si accorge che proprio lui sarebbe forse potuto essere uno di quei giovani studenti di cui parla Mahfuz in Karnak Café. La generazione è proprio la stessa, e le vicende della sua vita non lo rendono per nulla estraneo ai personaggi di quel romanzo.

Sonallah Ibrahim è da considerarsi forse il più grande scrittore egiziano vivente. Sicuramente è uno dei più noti fuori dall’Egitto. Ha attraversato tutte le epoche dell’Egitto contemporaneo, tutt’e quattro le sue dittature.

La prima, quella di Nasser, la conobbe negli anni ’50. Da militante comunista Sonallah Ibrahim era stato prima sostenitore della rivoluzione nasseriana, poi – come molti altri scrittori e intellettuali egiziani, e come quegli studenti di cui si parla in Karnak Café – ne era diventato oppositore. Dopo gli studi in legge iniziò a lavorare come giornalista. Nel 1959 venne arrestato e tenuto per sette anni a regime di carcere duro. Ne uscì solo nel 1965.

La seconda fu quella di Sadat. Sonallah Ibrahim l’ha vissuta in parte all’estero (Beirut, Berlino Est, Mosca), in parte al Cairo, dove fece ritorno dall’esilio nel 1974. A dispetto del premio Nobel per la Pace conferitogli, quello di Sadat pare sia stato il periodo più difficile per gli scrittori egiziani, che subivano un controllo capillare e asfissiante da parte delle autorità, perfino più che al tempo di Nasser, nel clima livido, di diffidenza costante verso chiunque ti stia accanto tipico dei regimi totalitari più repressivi.

La terza fu quella di Mubarak. Forse la dittatura dal volto più morbido, quanto meno nell’ultimo periodo, negli anni duemila, quelli che precedono la destituzione del dittatore in seguito alle rivoluzioni arabe. È sotto Mubarak, nel 2003, che Sonallah Ibrahim diventa noto un po’ in tutto il mondo per un gesto eclatante. Insignito del premio dell’Alto Consiglio della Cultura, lo scrittore– ben noto oppositore – contro ogni previsione accetta di partecipare alla premiazione. Si reca alla cerimonia, sale sul palco e rifiuta pubblicamente il premio per manifestare il suo dissenso verso il regime. Quindi se ne torna a casa. La notizia fa presto il giro del Paese, i suoi amici sono allarmati. Lo chiamano ripetutamente al telefono, temendo per la sua incolumità e sapendo che potrebbe non fare ritorno a casa. Invece non gli succede niente. Ne è stupito lui stesso.

Ricordando questi fatti, nell’ottobre 2015 al Sabir Festival di Messina, durante la presentazione della traduzione italiana del suo romanzo Le stagioni di Zhat (Calabuig, 2015), Sonallah Ibrahim commentava che evidentemente il regime di Mubarak nel 2003 era già ampiamente in difficoltà, molto indebolito dagli scandali, in cui era direttamente coinvolta la stessa famiglia del dittatore, relativi alla corruzione del Regime.

La quarta dittatura è quella attuale, di al-Sisi, il cui profilo l’opinione pubblica italiana ha imparato a conoscere, appunto, soprattutto in seguito alle indagini seguite all’atroce esecuzione di Giulio Regeni.

Così abbiamo appreso che c’è un gran numero di egiziani scomparsi per la loro attività di opposizione al regime di Al Sisi e che diversi intellettuali si trovano oggi in carcere, come successe a Sonallah Ibrahim molti anni fa, per via di quello che scrivono su libri, giornali o blog.

Ho letto due dei tre libri di Sonallah Ibrahim tradotti in italiano. La commissione (Jouvence, 2003) è un libro pubblicato nel 1981, proprio l’anno in cui finiva l’era di Sadat. Le stagioni di Zhatè invece del 1992. Sono due romanzi molto diversi tra loro. Il primo è claustrofobico, trasmette un senso di solitudine disperante. Ha per protagonista un intellettuale che viene chiamato a rapporto da una non meglio definita Commissione governativa perché accusato di una colpa che non si capisce bene quale sia. Gli atti che lo riguardano sono contenuti in un dossier a cui il protagonista non avrà mai accesso. Per espiare la sua colpa e redimersi agli occhi della Commissione l’uomo deve scrivere un’opera i cui contenuti e le cui finalità non sono chiari. Si butterà a capofitto in questo lavoro, nella solitudine della sua stanza, raccogliendo una gran quantità di articoli di giornale su un personaggio pubblico che ha scelto come oggetto della sua indagine e cercando di corrispondere alle aspettative, d’altra parte del tutto oscure e poco intellegibili, della Commissione. Metterà assieme una lunga collezione di articoli contenente tutte le finzioni e le bugie che il discorso pubblico egiziano propina. Collezione di articoli che, custodita nel suo appartamento, potrà essere usata anch’essa come ulteriore atto d’accusa nei suoi confronti, in una spirale da cui sembra non si possa trovare via d’uscita.

Nel romanzo è stata riconosciuta un’ispirazione kafkiana che è del tutto evidente. Ma c’è anche tutta una deriva grottesca e assurda, giocata su un registro ironico che l’ambientazione raggelante del controllo governativo non riesce mai a far tacere del tutto e che ricorda certi romanzi russi della dittatura comunista. Le deviazioni dalla comicità delirante, ben innaffiata dalla vodka,tipiche delle opere di Dovlatov o quelle di Tra Mosca e Petuski di Venedikt Erofeev.

Le stagioni di Zhat è invece un romanzo molto più corale, in cui l’ironia (sempre tagliente e critica verso la società egiziana e i comandi che detengono il potere nel paese)è molto più ariosa e giocosa. Racconta più di trent’anni della vita di Zhat: una donna che dalle illusioni e dai sogni giovanili passa al fallimento matrimoniale attraverso una gran quantità di chiacchiere con amiche e colleghe, nel tentativo di una elevazione sociale che non arriverà mai, tra sogni erotici notturni consumati con attori di sceneggiati televisivi, mentre nell’altra stanza il marito passa la notte in piedi guardando in videocassetta dei film porno. Il bagno intanto va a pezzi e ammuffisce ma mancano i soldi per ripararlo, il condominio e il quartiere si degradano ogni anno di più eZhat deve sopportare la vista di amiche e parenti che raggiungono quel benessere e quello status sociale che lei ha desiderato per tutta la vita inutilmente.

L’autore intervalla il racconto delle diverse stagioni della vita di Zhat con una sequenza lunghissima di spezzoni di articoli di giornale cheparlano dell’Egitto. È la cronacadegli infiniti casi di corruzione che avvengono nel paese, delle menzogne plateali di politici e magistrati, delle verità di Stato continuamente contraddette, ritrattate, riviste, riproposte. Cronache di frodi alimentari, soprusi sui normali cittadini da parte di polizia e militari, truffe farmaceutiche, affari fallimentari con partner economici come i paesi europei e gli Stati Uniti, abusi di potere, ecc. Una sequenza di articoli veri montati magistralmente, che diventano una specie di teatro pubblico dell’assurdo. Le notizie riportate sono le più disparate. Tra queste, a un certo punto, saltano fuori brevi notizie sugli scioperi dei ferrovieri:

“Forze della Sicurezza Centrale disperdono un sit-in
di ferrovieri a colpi di manganelli elettrificati”

“Il governo scioglie L’Associazione dei ferrovieri. Decine di arresti”

Dopo due-tre pagine di altri brevi spezzoni di articoli seguono le notizie dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai della tessitura di Kafr al-Dawar.

Riguardo ai quali a un certo punto si riportano i seguenti titoli:

“Kafr al-Dawar: le autorità tagliano acqua e luce.

La Sicurezza centrale apre il fuoco per disperdere gli operai”.

Alla fine di questa sequenza troviamo un lunga citazione tratta da un’intervista fatta a uno degli operai della fabbrica:

“E allora gli ufficiali mi hanno spiegato che i metodi di tortura, oggi come oggi, si sono evoluti e che quello che si apprestavano a farmi mi avrebbe fatto perdere la ragione e la virilità, nel senso che non avrei più potuto avere rapporti sessuali. Mi hanno chiesto degli altri operai, volevano sapere chi aveva organizzato i disordini in fabbrica. Poi mi hanno insultato. Un ufficiale mi ha colpito in piena faccia e ha gridato: «Andate a prendere la moglie di questo stronzo, che ce la sc… e poi la facciamo sc… dal soldato. E poi dopo tocca a lui». Mi hanno spogliato, mi hanno legato le braccia anche se ero già ammanettato, e mi hanno buttato per terra, steso sulla schiena. Mi hanno messo una sedia sul petto. Ci si è seduto sopra un ufficiale che aveva in mano un apparecchio elettrico che mi ha messo sul…” [i tre punti di sospensione sono nel testo]

Il periodo a cui si riferiscono questi articoli è quello di Sadat, alleato storico dell’Occidente, al qualenel 1978 venne appunto conferito il premio Nobel per il processo di pace intrapreso con Israele.

Dopo una sequenza di altre notizie altrettanto disparate su sofisticazioni alimentari, su medicinali (quali la Novalgina) vietati all’estero e consentiti in Egitto o di antiparassitari dichiarati altamente nocivi in Europa e commercializzati in Egitto, segni evidenti della corruzione di Stato e effetto collaterale dell’alleanza stretta dal regime del Cairo con i paesi occidentali, tornano gli articoli relativi allo stato di polizia vigente nel Paese.

Riguardano soprattutto i metodi di addestramento usati dagli ufficiali della Sicurezza Centrale nei confronti delle nuove reclute:

“Ufficiale della Sicurezza Centrale: «Fin dal primo giorno in cui il soldato di leva arriva al campo d’addestramento, i sottufficiali lo picchiano senza motivo con scarpe e manganelli. Poi lo mettiamo in riga, ci vogliono dai cinque ai sette mesi. Tra le varie pratiche di addestramento c’è quella di costringerli a insultare una pietra che rappresenta i suoi parenti più stretti, così che in loro venga annientato ogni sentimento umano nei confronti di chiunque si troveranno a fronteggiare in futuro».

E subito dopo:

“al-Ahrar (quotidiano di destra): «Gli ufficiali della Sicurezza Centrale si ingegnano per mortificare i loro uomini nei modi più disparati. Non contenti di picchiarli, sputargli addosso, insultare i loro genitori e spegnergli le sigarette sulla pelle come punizione per i motivi più futili, li fanno correre per ore con un commilitone sulle spalle. Hanno inventato punizioni con i nomi più assurdi. Per esempio, quando dicono a un soldato Bevi whisky!, costui deve mettersi una mano su un orecchio, posare l’altra per terra e poi girare su se stesso usando l’indice come se fosse il perno di una ruota finché non scava una buca con il dito. A quel punto è talmente sfiancato e gli gira così tanto la testa che sviene come se fosse ubriaco»”.

Non si rende giustizia a uno autore del livello di Sonallah Ibrahim riducendo la sua opera al mero ruolo di testimonianza della dittatura egiziana e la sua figura a quella di un intellettuale arabo, probabilmente ateo e (chissà se ancora) comunista, oppositore di un regime totalitario. Ibrahim è innanzitutto autore di raffinata ironia, che si legge con molto divertimento, capace di feroce sarcasmo e di numerosi momenti di vera e propria comicità.

I suoi libri, tradotti in Italia ognuno a distanza di circa vent’anni dalla pubblicazione in lingua araba, prima che raccontarci l’opposizione ai regimi militari, ci mettono in contatto con una letteratura interessante, vivace e di notevole spessore. Ed è per questo che vanno letti. Per il puro piacere di leggere. Oltre che per la voglia di conoscere qualcosa di più delle vicende egiziane.

Mario Valentini è nato a Messina nel 1971, vive a Palermo. Molti suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in rivista (Il semplice, Fernandel, Il caffé illustrato, Mesogea, Margini), in diverse antologie, in riviste on-line. Ha fatto parte del gruppo che realizzava Il Semplice, messo insieme e guidato da Cavazzoni e Celati. Ha portato in scena lo spettacolo di letture ad alta voce Animali Parlanti con Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori e altri. Tiene laboratori di scrittura narrativa. Insegna nella scuola statale. Ha collaborato con l’edizione palermitana de La Repubblica. Ha pubblicato i libri Voglia di lavorare poca (Portofranco, 2001) e In certi quartieri (Mesogea, 2008). Fa parte del comitato di redazione della casa editrice Mesogea, per cui ha progettato (e segue in particolare) la collana Petrolio, e di cui è editor.
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  1. […] Su minima e moralia, il blog culturale di Minimum Fax, è apparsa una nuova puntata della rubrica di Mario Valentini dedicata agli scrittori arabi contemporanei. […]



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