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Scrittori fedeli alla realtà: Antonio Moresco

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di Lorenza Ronzano
(fonte immagine)

Molti autori operano una recisione quasi chirurgica tra vita e scrittura: sono capaci di scrivere le storie più assurde e totalmente svincolate dal loro vissuto, dalle loro esperienze e dalle loro competenze, persino dalle loro paure e desideri – viene da chiedersi, ma allora perché le scrivono? – mentre dall’altra portano avanti la loro vita scandita da lavoro, famiglia, tempo libero, ecc. Sono come quelli che la domenica si occupano di bricolage, trattano la letteratura come un hobby, e la sviliscono a mero strumento per completare e corredare le loro ambizioni personali con un tocco di estetismo in più. Per esempio, l’accademico che pubblica un romanzo noir aumenta il fascino della sua posizione di certo rispettabilissima, ma forse un po’ sterile. Insignirsi del titolo di scrittore integra una carriera troppo scarna, la rende più “fica”: essere avvocato e scrittore; cabarettista e romanziere horror; medico e poeta ecc. è spesso il connubio ideale di un’ambizione nella più bieca delle sue manifestazioni. Letteratura come gioco di ruolo – a volte anche molto raffinato; ma non più che gioco di ruolo con storie di ruolo e scenari di ruolo e sentimenti di ruolo.

E’ più facile creare senza dover rispondere della vita; è più facile vivere senza dover tenere conto dell’arte, sosteneva il buon vecchio Bachtin nel suo “L’autore e l’eroe”. In questa “creazione” che non si cura della vita, in questa concezione burocratica ed efficientista della letteratura, ciò che si esige dall’autore non è il suo essere uomo, non è la sua visione a tutto tondo, ma soltanto ciò che potrà intrattenere il lettore in virtù della sua spettacolarità (lo spettacolo dell’intelligenza, lo spettacolo della retorica, lo spettacolo tecnico-espressivo, lo spettacolo filosofico, ecc.). Lo scrittore così diventa una specie di volpino da circo che, da che entra in scena, è costretto a esibirsi nel suo numero: non può occupare la scena per mettersi ad annusare, scodinzolare, abbaiare, insomma non può permettersi di tenere occupata la scena per fare semplicemente il cane. Per questo spirito efficientista e performante ciò sarebbe un sommo scandalo.

Invece, ci sono scrittori che entrano in scena e prendono la parola, e per tutto il tempo nemmeno un numero da circo, per tutto il tempo questi scrittori mantengono la faccia tosta e il coraggio di fare nient’altro che gli uomini. Per esempio Kafka nelle lettere e nei diari, in cui è liberissimo, e in cui raggiunge vette espressive inavvicinabili, molto più che nei romanzi, in cui evidentemente si sentiva obbligato a tirare qualche somma. O anche la cara Anna Maria Ortese nel “Porto di Toledo”, in cui va dritta per la sua strada con uno “stile atroce” , perché si vede che quello stile è l’unico modo per dire, per far parlare quello che lei è, cioè un fantastico ibrido di donna-bambina-elfo-animale.

Ecco, questi sono scrittori fedeli alla realtà. Anche Moresco è così, è fedele alla realtà di se stesso, e della vita che gli tocca. La vita e gli anni di un uomo possono essere movimentati e ricchi di avvenimenti, ma possono essere anche lunghi, lenti, monotoni. Gli “Esordi” si accordano a questi tempi, non hanno la presunzione di alterare la vita, e non la pungolano in continuazione per farle scodellare qualche nuovo evento, come fosse una gallina dalle uova d’oro.

Ci sono decine di splendidi libri che cominciano piano, come in punta di piedi, c’è chi in casa ci entra con una spallata e chi ci entra senza far rumore, in silenzio, scrive lo stesso Moresco a proposito dei suoi “Esordi” in “Lettere a nessuno”. Pare che Busi, trovandosi di fronte al manoscritto degli “Esordi” – allora in disperata ricerca di un editore – avesse liquidato la faccenda sostenendo che delle ottocento pagine fosse sufficiente leggerne soltanto una, perché in fin dei conti tutto dipende “dalla grana” della scrittura. Ora, non possiamo sapere se quest’episodio riportato in “Lettere a nessuno” sia vero o no; ma non importa, perché in ogni caso è verosimile.

Ciò che importa è che la sbrigativa valutazione di Busi si è appellata al principio della letteratura come performance, secondo cui lo scrittore è chiamato a dare il meglio di sé e a mostrare da subito, fin dalla prima pagina, le sue abilità intellettuali e tecnico-narrative. (“E’ un libro intellettuale?”, non a caso chiese Busi a Moresco). Ora, a distanza di anni, le critiche rivolte a “Gli Increati” non sono molto dissimili. Nel senso che anche le più diverse argomentazioni critiche sottendono sempre il medesimo paradigma letterario secondo cui ogni elemento, ogni significato di un’opera deve essere funzionale, deve venir assoggettato a un valore – un valore intellettivo, piuttosto che un valore edificante, o un valore d’intrattenimento, un valore tecnico-stilistico, ecc. In questa concezione la letteratura viene sistematicamente spogliata di ogni gratuità, e così di ogni sacralità, che invece sono le uniche vere cifre del poetico.

C’è un pensiero critico che si occupa di analizzare in quali condizioni qualcosa risulta bello, piacevole, interessante, significativo, ecc.; e c’è un pensiero critico che si occupa di analizzare invece in quali condizioni qualcosa diventa un’opera d’arte. Il primo valuta un’opera a partire perlopiù da ciò che suscita – coinvolgimento emotivo, noia, divertimento, stupore, interesse intellettuale, compiacimento per le raffinatezze stilistiche, ecc.; il secondo si occupa invece di analizzare che cosa sia l’arte, dove cominci il dominio dell’arte rispetto alla non-arte, il modo in cui l’arte si distingue e si emancipa da tutto ciò che invece arte non è, e poi ancora verso dove l’arte si stia dirigendo, quali siano il suo rapporto col mondo e le sue peculiarità, e come queste peculiarità mutino col tempo, col variare delle epoche, della società, delle abitudini percettive e dei sistemi culturali.

Naturalmente, non c’è una netta distinzione tra i due pensieri, si tratta piuttosto di due facoltà che si alternano e si avvicendano quando ce n’è bisogno, e una entra in gioco a rettificare l’altra al momento opportuno, come quando raggiunto un tot numero di giri si deve cambiare la marcia. Si può dire che la prima facoltà – chiamiamola critica estetica –  si esercita sempre a partire da una più o meno esplicita idea di arte, quindi presuppone sempre una falsariga d’arte cui rifarsi per trarre i suoi giudizi. La facoltà estetica è più o meno come il pubblico che vota da casa la modella che gli piace di più; l’altra invece sta a monte della prima, e attua una precedente scrematura in base a criteri del tutto diversi: è come la giuria che decide che cosa è “la bellezza” e quindi chi è ammesso a partecipare alla gara oppure no.

Fin qui tutto bene, ma guai ad adoperare i soliti criteri estetici quando invece ci sarebbe bisogno di rivedere e aggiornare i concetti di arte. Sarebbe come giudicare una pera – mai vista né assaggiata prima – coi criteri della mela. Se nella pera non si riesce a riconoscere la forma di un nuovo frutto, questa sarà destinata a rimanere sempre e soltanto una mela bislacca, disgraziata, eccentrica.

Nella storia dell’arte e della letteratura, purtroppo queste sviste non sono rare. Basta pensare ai primi tempi dell’Impressionismo, in cui quei poveracci di pittori continuavano a venir disprezzati come degli “imbianchini” perché i loro quadri venivano considerati approssimativi, mal rifiniti. Ciò che sarebbe diventato il segno distintivo di una nuova arte – la pennellata veloce, libera, capace di trattenere l’ “impressione” del momento per fissarla sulla tela – all’inizio venne snobbato come incuria, come incapacità tecnica, come goffaggine espressiva, ecc.

Del resto, sparar giudizi è molto più facile quando si ha un mirino, e il mirino non è altro che il reticolo di coordinate estetiche dominanti, ufficiali. Le “opere d’arte” assennate, convenzionali e giudiziose si sono sempre – in ogni epoca – supinamente adeguate a questo reticolo, e si son sempre messe un bel bersaglio rosso al centro caso mai non dovessero venir riconosciute come tali, per essere colpite esattamente dove il critico s’apprestava a colpire. Un bel giochetto, insomma. Quando invece un’opera, prima ancora d’avere queste o quelle caratteristiche – cioè prima ancora di manifestarsi nei suoi qualia estetici – s’azzarda e si carica del gravoso compito di spostare quelle coordinate, il bersaglio rosso viene drammaticamente sfasato rispetto al centro e il critico all’improvviso perde la sua mira. Non sa più dove sparare. Oppure spara al vecchio centro, – che vede solo lui – poi manca il colpo e se la prende con l’artista.

Degli “Increati” è stato recentemente scritto: “L’opera dividerà senz’altro la critica, che dovrà interrogarsi sul valore letterario di un consapevole, se pur ordinato, “delirio” e trarre il nettare, là dove nettare ci sia, da questa dolce effusione di narcisismo creativo”.E anche: “Credo che solo un contatore automatico potrebbe registrare, per esempio, le troppe volte in cui in questo dettato straripante compare la formula “la morte che viene prima e la vita che viene dopo”. Moresco appare come un maestro di scuola che non si stanca di ripetere anche ai banchi un suo slogan immutabile.[…] Moresco avrebbe bisogno di qualche “editor” che nel suo stesso interesse si permettesse di intervenire con le forbici”.

Là dove si sarebbe potuto riconoscere un nuovo spirito letterario, e riadattare i propri giudizi seguendo la curvatura del reale, si sono usati invece sempre i medesimi vecchi tre o quattro tasselli critici, per nulla adeguati né sufficienti a render conto della multidimensionalità della “cosa” valutata. Ognuno di questi giudizi scaturisce infatti da un paradigma letterario obsoleto, da una visione del mondo tutta da svecchiare. Parlano di delirio perché hanno in mente sempre la stessa robotizzata idea di realtà, che non accennano a mettere in discussione; tacciano l’opera di narcisismo perché sottintendono un ben preciso rapporto tra “Io” e “Mondo”, che danno per scontato e immutabile. Parlano di nettare come se il libro fosse un frutto da spremere e di cui godere – presupponendo una concezione mercantile,conviviale, da “basso impero” dell’opera, cioè l’opera innanzitutto come maiale di cui non si butta via niente. Parlano di “troppe volte” come se un’economia della narrazione fosse cosa naturale, come se esistesse l’ x volte giusto per dire una cosa. Vien da dire che se ci dovesse proprio essere un delirio, il vero delirio sarebbe il loro. Hanno applicato il paradigma economico a quello letterario, cioè valutano il letterario in base a criteri, leggi e valori propri di un’altra disciplina. Che cosa succederebbe se li applicassero anche alla musica? Per fortuna non sono ancora arrivati a tanto! Non si potrebbe più sentire la stessa frase musicale o lo stesso ritornello, ti direbbero che è un inutile spreco, che è già stato udito…

A dar fastidio è che questo genere di critiche, con la loro sfrontata sufficienza, intanto zitte zitte pervertono l’intenzione dell’opera, la involgariscono: presuppongono intenti e propositi che l’opera non ha, e poi la giudicano negativamente perché incapace di raggiungerli. Sono come quei marinai sessisti che vedono per la prima volta una magnifica terrificante polena sulla prua di una nave e si lamentano perché non è una bella fighetta.

Commenti
10 Commenti a “Scrittori fedeli alla realtà: Antonio Moresco”
  1. Mauro scrive:

    È l’opera a essere incapace di raggiungerli o sono i critici a essere incapaci di raggiungerla (l’opera, o forse la fighetta? ) La chiusa non è molto chiara, ma può succedere con Moresco. Io dopo qualche centinaio di pagine con i Canti del caos non riuscivo più a distinguere Pompina da Ditalina…peggio di Cime tempestose, con tutte quelle Catherine prime e seconde. Ho mollato. Comunque chapeau, da 1013 pagine di corpo a corpo con l’indicibile non possono che scaturire gioe, e dolori, indicibili. Io sono all’antica e per portarmi sopra quota mille mi ci vogliono Tolstoij e Victor Hugo. Neanche D’Arrigo c’è riuscito, e sì che con lui stava un blogger di classe come Gianfranco Contini

  2. LM scrive:

    Le sette righe di Mauro mi sono piaciute di più dell’incasinato articolo di Lorenza Ronzano, che ad ogni modo pone una questione giusta, anche se in modo sbagliato (un tantino vittimista). Di D’Arrigo suggerito dal blogger Contini arrivai faticosamente a pagina 300 (penso lo stesso di essere stato uno dei pochi viventi ad aver fatto tanto), ma leggerne ogni tanto qualche riga a caso è sempre un gran piacere: ” Quando fatalità voleva che l’animale pigliasse quell’indirizzo storto, avesse pure la traffinera inalberata sulla schiena come stendardo di riconoscimento, quei galantomini facevano issofatto la mossa d’incamerarselo, accampandoci sopra il diritto del malandrino “.

  3. Articolo tanto ben scritto e di pieno impatto.

    Resta tuttavia inevasa – e mai esplicitata – la domanda di fondo: conta di più l’oggetto (il libro) o il soggetto (l’autore, il critico…)?

    In effetti – faccio riferimento a Severino – è solo questione di forza.

    Chi detiene l’atto veritativo è necessariamente lo stesso soggetto che determina del suo giudizio un effetto sulla realtà.

    (Oh, ai tempi delle non-ancora-rughe, all’esame d’epistemologia non è che brillai: 23. Ma la professoressa era una milf, belloccia, femminista. Colta).

  4. Mauro Sovera scrive:

    Certo che bisogna proprio avere una pessima idea di se stessi e della letteratura per affidare il proprio manoscritto a Aldo Busi: chi cazzo è? che cazzo ha scritto? Se avesse chiesto a me “è un libro intellettuale?” lo avrei mandato affanculo seduta stante e avrei chiesto immediatamente indietro le mie carte.

  5. Cristian scrive:

    Dice anche Barilli citato: “Gli Increati… come se mi sentissi immerso in una notte oscura e stinta in cui, per dirla con la famosa espressione usata da Hegel contro Schelling, tutte le vacche affondano in un medesimo grigiore”. Infatti : è la questione della “formula” “la morte che viene prima e la vita che viene dopo” o anche della vita dentro la morte e morte dentro la vita confuse in uno a proposito della quale per capirci qualcosa c’è da “buttare la testa dentro una latrina” (Moresco) ovviamente “nera”(Moresco) , oscura (per cui in conclusione il cane si morde la coda).
    Cos’è questa latrina, luogo per sua natura dell’isolamento, in cui ho a che fare con le mie brutture? Cosa può essere se non il mio profondo, il mio intimo, il mio inconscio che io comunque sento brutto sporco perché mi tiene prigioniero, mi possiede mi isola dal mondo come la latrina (nb latrina, non gabinetto e neppure cesso), costretto a starci perché sono dominato dal bisogno corporale. Non posso uscirne e allora cerco lì, ma dentro lì nella latrina nera, lì dentro non c’è il mondo, l’Altro, sono lì come dentro a un lurido ventre materno (liquido amniotico che è cacca e urina) in una situazione prenatale (quel venire prima) dove non esiste distinzione, dove non si può avere risposta su cosa è morte e cos’è vita, dove, appunto, tutto si confonde, dove non esiste la parola (sono in-fans) in quanto non esiste il mondo, dove, quindi, alla fine, non mi posso misurare col dicibile e sono costretto a puntare irrimediabilmente più in alto (più in basso) cioè appunto all’indicibile. Insomma sono un Increato. Increato, in-creazione, non creazione, creazione = distinzione, separazione, divisione, logos (Dio separò la luce dalle tenebre, separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento). Dunque l’Increato non è frutto di logos, di distinzione: sono tutto e niente, sono morto e vivo, e per me tutto è immerso nella notte scura e stinta di Barilli. L’Increato è amorfo dunque, e può l’amorfo dare forma? Improbabile; l’ Increato può solo rimestare, magari si espande (per mille o tremila pagine), cioè, appunto, morescamente, al massimo tracima.
    Per cui Moresco scrittore fedele alla realtà, sì, ma quale?

  6. RobySan scrive:

    “Non posso uscirne e allora cerco lì, ma dentro lì nella latrina nera, lì dentro non c’è il mondo, l’Altro, sono lì come dentro a un lurido ventre materno (liquido amniotico che è cacca e urina) in una situazione prenatale (quel venire prima) dove non esiste distinzione, dove non si può avere risposta su cosa è morte e cos’è vita, dove, appunto, tutto si confonde, dove non esiste la parola…”

    Bisogna far comunicare le latrine tra di loro. Chiamiamo un idraulico (idr-aulico?).

  7. Franchino scrive:

    No: chiamiamo uno stitico!

  8. Stefano Budicin scrive:

    Caro Mauro Sovera: “Certo che bisogna proprio avere una pessima idea di se stessi e della letteratura per affidare il proprio manoscritto a Aldo Busi: chi cazzo è? che cazzo ha scritto? Se avesse chiesto a me “è un libro intellettuale?” lo avrei mandato affanculo seduta stante e avrei chiesto immediatamente indietro le mie carte.”

    Stai parlando di uno degli Scrittori più importanti, reattivi, complessi e affascinanti che la nostra Letteratura abbia mai avuto e continui ad avere. La tua mancanza di tatto è proverbiale. Se avessi avuto mai la sfrontatezza di rivolgerti a lui per proporgli un tuo manoscritto, e Aldo Busi avesse di rimando preso a sputarti in faccia, sarebbe stato fin troppo gentile.

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