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Scrittori giornalisti: una gara di sputi?

Gli scrittori sono animali anfibi, animali che prediligono vivere nei territori della letteratura ma che durante l’età adulta migrano spesso verso il giornalismo, dove trovano alimento con cui nutrirsi e soprattutto molta fama, che anche per la loro attività principale di poeti o romanzieri, non fa mai male. Di solito, lo scrittore italiano mantiene un atteggiamento beffardo verso l’attività giornalistica, considerandola sostanzialmente un ripiego, ma di frequente l’atteggiamento beffardo diventa disprezzo . «Tutta la stampa italiana, tranne rarissime eccezioni, è inquinata, in mano a bestie presuntuose, ignoranti e in malafede, corrotte e servili, a cui con niente si può far dire bianco il nero e nero il bianco», scriveva Luigi Pirandello in una lettera indirizzata alla sua cara Marta Abba, per consolarla. Tanto dire dell’amore tra i giornali e i loro collaboratori.
Ricostruire il complesso e labirintico rapporto tra gli scrittori e la loro attività giornalistica è il compito che si è scelto Carlo Serafini che ha curato un monumentale volume per l’editore Bulzoni che si intitola Parola di scrittore. Letteratura e giornalismo nel Novecento (Bulzoni, pp. 704, euro 50). Ognuno dei trentasette saggi che compongono questa raccolta si occupa di uno scrittore diverso, che nella vita ha dedicato le proprie energie e le proprie parole per cimentarsi in un “secondo mestiere”, quello dell’elzevirista, del reporter di viaggio, del polemista, del commentatore, del recensore o di altro ancora. Si va da Pirandello a Flaiano, da D’Annunzio a Landolfi, da Eco a Buzzati, da Soldati a Montale, da Savinio a Moravia, da Bacchelli a Parise, e poi Pasolini, la Ortese, Calvino, Sciascia, Bianciardi, Flaiano e molti altri.

La Terza Pagina, dedicata tradizionalmente alla cultura, nasce ufficialmente il 10 dicembre 1901, sul “Giornale d’Italia”, diretto da Alberto Bergamini, in occasione della messa in scena della Francesca da Rimini di Gabreiele d’Annunzio. Chiaramente il dibattito culturale si trova già nelle riviste fin dal Seicento, ma dal primo anno del Novecento vi fu una corsa dei giornali per avere una pagina dedicata al dibattito su libri, spettacoli e polemiche, e per avere le firme più autorevoli per discutere di questi temi.

D’Annunzio, che scrisse sotto numerosi pseudonimi, considerò il lavoro con i giornali una «miserabile fatica quotidiana». Benedetto Croce scrisse per settant’anni sui giornali, una quantità di pubblicazioni sterminata. Eppure il suo giudizio era durissimo. Per Croce il giornalismo «distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti; le disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità; rafforza in chi vi è disposto e svolge in chi non vi sarebbe naturalmente disposto la tendenza all’unilateralità, all’imprecisione e al sofisma», equipara il giornalismo al «ciarlatanesimo». Anche Landolfi non amò collaborare con i giornali, la percepiva come un’umiliazione, e scrisse: «Come si può guadagnarsi la vita inventando elzeviri? Si potrà andare avanti per un certo tempo, ma poi essi dovranno per forza diventare via via più fiacchi, e dovrà addirittura inaridirsene la fonte». Gadda scrisse che il lavoro di giornalista gli aveva «valso più fatica che guadagno». Montale fu spietato: «Il giornalismo sta alla letteratura come la riproduzione sta all’amore». Una voce fuori dal coro è quella di Dino Buzzati: «Metto insieme giornalismo e letteratura narrativa, perché sono la stessa identica cosa (…) il vero mestiere di scrivere coincide col mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile». Bianciardi è invece tra i detrattori «tre mesi di giornale bastano a far dimenticare anche al più generoso fra gli uomini dell’esistenza del lettore». E con lui Flaiano e Sciascia.

Parola di scrittore racconta conflitti interiori, vezzi, polemiche, speranze, vanità e disillusioni di autori mitici che condussero vite mirabolanti con esigenze molto comuni. Ogni scrittore è un animale diverso, eppure sono tutti istrioni. Animali che attirano l’attenzione ma pur sempre in cerca di cibo e di un po’ di calore.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
3 Commenti a “Scrittori giornalisti: una gara di sputi?”
  1. Francesca Serafini scrive:

    Il rapporto di ostilità-necessità reciproca tra scrittori e giornalismo è una questione antica e non solo italiana. Mi sembra di ricordare che il Toronto Star entrò spesso in conflitto con Hemingway (salvo poi risarcirlo a settant’anni di distanza con grandi riconoscimenti). Così come ricordo, e stavolta senza esitazione perché c’ero, la diffidenza del mondo letterario quando con l’Accademia degli Scrausi nel 1996 candidammo allo Strega il “Live” di Sandro Veronesi, perché in quel contesto i suoi “racconti” – in quanto scritti in prima istanza per l’Unità – non erano considerati altro che articoli, a cui per principio andava preclusa ogni possibile letterarietà.
    A nulla può valere il tentativo conciliatorio di Buzzati, che buona parte della critica letteraria ha sempre ridimensionato proprio in virtù della sua prosa “cronachistica”. Questioni oziose, da coltivatori del proprio orto. Ma è sempre bello e interessante visitarli tutti. Compreso quello esplorato dal mio omonimo (e non parente) Carlo, il cui titolo mi ricorda qualcosa. Grazie a Longo per la segnalazione.

  2. Rita scrive:

    Se è vero che il romanziere usa la finzione per dire la verità, allora è altrettanto vero che il giornalista spesso usa la verità per raccontare una finzione; tradotto in altre parole: il giornalista talvolta usa la cronaca, l’attualità o la politica per metterle al servizio di un’ideologia. E’ così che io vedo i giornali oggi.
    Per questo leggo solo narrativa.
    Per molti degli scrittori sopracitati invece questa distinzione ancora non c’era. Prendiamo Buzzati, ad esempio: leggere i suoi articoli o i suoi racconti è la stessa cosa. Quasi non si scorge la differenza. E questo perché per lui “il fatto” di cronaca diveniva solo il pretesto, lo spunto per arrivare a delle considerazioni metafisiche, esistenziali. Lo stesso dicasi per Flaiano.
    Ricordo anche Jack London. I suoi reportage giornalistici sono dei veri romanzi, es.”Il popolo degli abissi”.
    Insomma, non è vero che per tutti gli scrittori sia esistita questa distinzione o dicotomia tra lo scrivere narrativa o articoli di giornale.
    E’ vero, purtroppo, come ho scritto sopra, che la notizia è spesso strumentalizzata dall’ideologia cui si appartiene e questo “difetto” non va a vantaggio né del buon scrittore, né del buon romanziere.
    Credo che l’onesta intellettuale sia in definitiva ciò che invece unisce e contraddistingue un buon scrittore, sia che scelga di raccontare una storia inventata, sia che voglia riportare un evento di cronaca.

  3. Fab scrive:

    un bel blog! continua così.passa a trovarmi
    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/03/sulla-scrittura/
    a rileggerci. ci conto!

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