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Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori

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Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Pensando a tutti loro è nata l’idea di creare un festival, per chiedere agli scrittori cos’è per loro la scrittura. Perché hanno deciso di scrivere e in che modo hanno voluto farlo. Lo abbiamo chiamato semplicemente “Scrittura festival” e da due anni si svolge a Ravenna dal 18 al 24 maggio. Abbiamo scelto autori che con la propria penna avessero raccontato storie dal forte impatto sociale attraverso la narrazione, come Luis Sepulveda, ospite l’anno scorso, e David Grossman che sarà a Ravenna il 23 maggio.

Sepulveda e Grossman sono due autori che hanno vissuto, prima di scrivere. Hanno messo la propria vita in gioco. Sepulveda trascorrendo anni nelle carceri della dittatura di Pinochet, Grossman esponendosi in prima persona contro le politiche di Israele, al punto da vedersi negare il premio Israele per la letteratura per un esplicito veto posto da Nethanyau. Hanno vissuto, e poi hanno scritto.

Hemingway diceva che non si può scrivere senza prima aver vissuto. Non so se sia vero, ma per loro è stato così. Per altri forse lo è stato meno. Philip Dick sicuramente non aveva mai visto androidi o cloni, ma la sua vita era stata movimentata al punto da farla allontanare molto dalla norma. Nel bene o nel male. Su Bukowski si sente dire di tutto, anche che fosse in realtà un bravo ragazzo lontano dagli eccessi che descriveva. Anche se in molti lo hanno visto spesso all’ippodromo. Kafka o Pessoa avevano vite meno romantiche, ma non per questo non sono stati grandi autori. E allora cos’è che ci porta a scrivere? Qual è quell’impulso che porta una persona a scrivere una storia anziché a raccontarla a voce agli amici o dimenticarla?

Pare che il primo testo scritto sia comparso negli ultimi secoli del quarto millennio prima di Cristo in Mesopotamia. Non era un racconto, né tantomeno una poesia, ma si trattava dell’archivio di un magazzino. Quanto grano era entrato, quanto ne era uscito e soprattutto chi aveva dei debiti da saldare con il proprietario. Insomma forse l’inventore della scrittura era un commerciante che voleva ricordarsi chi gli doveva dei soldi. Un inizio che dava poche speranze, direi. Come si è arrivati a Shakespeare e Dante partendo da un elenco di debitori della Mesopotamia? Beh, ovviamente il linguaggio scritto è un contenitore che si adatta e si modifica a seconda del contenuto. I linguisti hanno compiuto studi molto affascinanti per scoprire se in una persona nasce prima il pensiero, che viene poi ordinato nella parola, o se è la stessa parola che ha in qualche modo generato il pensiero dandogli una forma.

Lo stesso procedimento, in maniera leggermente diversa, si potrebbe riportare alla parola scritta. Perché scriviamo diversamente da come parliamo? Cambiamo modo di pensare quando parliamo con un lettore sconosciuto, di cui non sappiamo nulla, rispetto a una persona che abbiamo davanti in carne e ossa? Il retaggio culturale che ha portato il linguaggio scritto ad allontanarsi della forma orale sarà forse superato con il massiccio uso della scrittura “istintiva” introdotto dai social network? Sicuramente questi nuovi mezzi che riportano in auge la scrittura influiranno molto nei giovani autori, ma in che modo? Seguendone i canoni (e anche i vizi) o discostandosene?

A Scrittura festival parleremo anche di questo. Parleremo di libri, di editoria e di parole. Ne parleremo con editori, giornalisti e autori come Andrea De Carlo, Marco Missiroli, Carlo Lucarelli, Christian Raimo, Lidia Ravera e Francesco Piccolo, che peraltro ha scritto un interessantissimo pamphlet intitolato “Scrivere è un tic” edito da minimum fax proprio sui metodi e le piccole ossessioni degli scrittori. Nel libro Piccolo parla di chi non riusciva a scrivere senza caffè come Balzac e anche di chi per vivere faceva un lavoro molto diverso dallo scrittore, come Fenoglio che lavorava per un’azienda vinicola e scriveva i suoi romanzi nel retro dei documenti. Documenti in cui l’azienda vinicola appuntava i nomi di chi gli doveva dei soldi, proprio come quell’antico mercante della Mesopotamia.

Commenti
2 Commenti a “Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori”
  1. RobySan scrive:

    “Come si è arrivati a Shakespeare e Dante partendo da un elenco di debitori della Mesopotamia? ”

    Di scusa in scusa. Ingigantendole progressivamente.

  2. claudio giusti scrive:

    Antoine de Saint-Exupéry • Bisogna vivere per poter scrivere

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