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Scrivere di cinema: Aladdin

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di Giuseppe Fadda

La domanda che sorge spontanea prima di andare a vedere Aladdin è la stessa che ci siamo posti per ciascuno dei remake in live-action realizzati dalla Disney negli ultimi anni ed è la stessa che ci porremo di fronte ai prossimi: qual è la ragione d’essere di questo film? C’è qualcosa che questa versione può aggiungere rispetto a quella precedente? C’è un reale progetto ideologico dietro a questa produzione oppure si tratta solo di un discutibile tentativo di attrarre, oltre ai bambini, gli spettatori nostalgici? Fino a questo momento, film diversi hanno provocato risposte diverse.

Se, per esempio, il Cenerentola di Kenneth Branagh è una deliziosa rivisitazione (sia estetica che contenutistica) della fiaba originale, il riadattamento di La bella e la bestia di Bill Condon perde completamente la magia che caratterizza l’omonimo capolavoro d’animazione. Aladdin non si colloca né da una né dall’altra parte.

Da un lato, è un remake che non riesce a giustificare del tutto la sua esistenza, in primis perché non ha neanche lontanamente la stessa inventiva dal punto di vista estetico-visivo del suo predecessore, anzi, la fotografia è curiosamente blanda e l’uso del CGI risulta ingombrante ed eccessivo; dall’altro, è un film che coinvolge e diverte anche grazie ad un’intelligente rilettura e modernizzazione di alcune parti.

È vero che i punti di forza del film (fondamentalmente, i personaggi e le canzoni) derivano in larga parte da quello precedente; ma il fatto che gli sceneggiatori John August e Guy Ritchie (anche regista) siano riusciti a raccontare la stessa storia preservando la sua freschezza e il suo brio è già di per sé un traguardo ammirevole.

In realtà, il segreto per il successo (almeno parziale) di questo remake è il suo cast, ricco di attori di talento e perfettamente in parte. Mena Massoud riesce a catturare nella sua interpretazione tutto quello che Aladdin dovrebbe essere – è un protagonista sveglio, buono e carismatico e uno che lo spettatore segue con piacere nelle sue avventure. Will Smith, nella parte del Genio, non tenta di replicare l’approccio del compianto Robin Williams ma sceglie un suo percorso autonomo e originale, scelta che si è rivelata calzante dal momento che l’attore regala una delle sue interpretazioni più riuscite negli ultimi anni, rubando la scena ogni volta che compare.

La controparte live-action di Jafar non è immediatamente iconica come quella del film d’animazione e, nel complesso, risulta un villain meno incisivo, anche se l’attore Marwan Kenzari interpreta il ruolo più che adeguatamente. La vera star del film è, comunque, Naomi Scott, che interpreta il personaggio di Jasmine, qui non più solo una principessa in cerca d’amore ma anche una giovane donna che vuole perseguire le sue ambizioni politiche in un mondo tradizionalista e conservatore.

L’attrice regala una performance semplicemente luminosa, che raggiunge il suo climax nella nuova canzone scritta appositamente per il film, ‘Speechless’, incentrata appunto sul desiderio di Jasmine di rivendicare la sua voce e la sua indipendenza. Singole interpretazioni a parte, è da ribadire anche l’importanza di avere un cast comprendente attori medio-orientali nei ruoli centrali: in un’industria in cui purtroppo il white-washingè un’occorrenza ancora diffusa, si tratta di un fenomeno notevole.

Per il resto, il film non si può definire imperdibile o particolarmente significativo. La storia scorre senza particolari sorprese, ma non si può negare che diverta e coinvolga indipendentemente da questo. Tranne l’emozionante (e già citata) ‘Speechless’, le canzoni tendono ad essere buone ma raramente migliori delle loro versioni originali corrispettive. L’attenzione per le coreografie e i costumi è controbilanciata da un’estetica piatta se non addirittura povera. Volendo tirare le somme, non si può dire che Aladdin sia un remake necessario e, se non fosse stato realizzato, probabilmente non se ne sarebbe sentita la mancanza. E’ comunque un piacevole passatempo per due ore? Assolutamente sì.

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