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Scrivere di cinema: Benvenuti a Marwen

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di Alessandro Castellino

Mark Hogancamp è un artista e fotografo che, in seguito alla perdita quasi totale della memoria, dovuta a un pestaggio di natura omofoba (Mark aveva confessato la sua abitudine a vestirsi da donna) subito da un gruppo di neo-fascisti, inscena nel giardino di casa sua vicende fittizie, ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Qui, Mark ha infatti costruito un microcosmo parallelo alla realtà, nel quale il Capitano Hogie (suo alter ego in questo “mondo delle bambole”) combatte le forze naziste in un villaggio belga, traviato da una seduttiva strega ma affiancato da cinque fidate amiche, anch’esse rappresentazioni di persone reali (in questo caso, le ragazze che lo hanno aiutato nel percorso di riabilitazione, dopo il linciaggio). Nicol (rigorosamente “senza e alla fine del nome”) , capelli rosso fuoco e sistematicamente scarpe coi tacchi ai piedi, trasferitasi recentemente di fronte a Mark, provocherà un forte terremoto emotivo in entrambi i mondi.

Tratta da un’incredibile storia vera, sulla quale Jeff Malmberg aveva già diretto un documentario, “Marwencol”, la narrazione di Zemeckis intreccia svariati registri: a quello documentario, che qui ricopre un ruolo decisamente marginale, ne sostituisce uno più sfumatamente fiabesco, falsamente epico e ironicamente militaresco.

L’impostazione è quella classica della fiaba: un protagonista-eroe, gli aiutanti, un antagonista, che qui si configura secondo diverse declinazioni (l'”angelo nero” Deja, l’ex fidanzato di Nicol, i soldati nazisti), ma sempre come archetipo del Male, e un lieto fine. Ne scaturisce un racconto onesto, trasparente, senza funambolismi nella scrittura (che, anzi, a tratti si rivela il punto debole del film), ma comunque commovente e struggente.

Gran parte di tale merito va attribuita a Steve Carell, capace di dare vita a un personaggio multiforme, pluridirezionato, continuamente succube dell’agrodolce peccato della compassione: un uomo che “ama l’amore, ma non quanto ama la libertà”, per citare una strofa di Joni Mitchell, che intona “Help me” in sottofondo; un uomo che vive nella speranza e nell’illusione.

Significativa, in tal senso, è la sequenza nella quale ci viene rivelata l’abitazione di Mark: una lenta carrellata mostra dapprima l’interno della casa delle bambole, tanto realistica da trarre in inganno lo spettatore (grazie, soprattutto, a un’astuzia con la macchina da presa), fino a fargli credere che quello sia l’interno della sua casa, mostrato però soltanto successivamente con lo scorrere dell’inquadratura.

Zemeckis mette quindi in scena la finzione nella sua più sfaccettata fisionomia, non senza, ad esempio, qualche riferimento alla sua stessa filmografia precedente: la macchina del tempo che utilizza Deja alla fine del film non può non rimandare alla DeLorean di “Ritorno al futuro”; allo stesso modo, la grande scritta ALLIED sul camion che compare all’inizio non può che far pensare al film del 2016 dello stesso regista.

Zemeckis, tuttavia, riflette anche sulla funzione propria del cinema, che in questo caso si intreccia con la vicenda narrata: creare ex nihilo spazi indefiniti e indefinibili, dimensioni alternative che possano dare nuova fibra a un mondo che talvolta può apparire privo di emozioni e vibrazioni, immobile e inamovibile. Un interscambio costante tra fattualità e simulazione, arma a doppio taglio, che permette di sublimarsi in universi superiori e franare in cortocircuiti emozionali, esattamente come succede a Mark. Lo stesso Mark che, tuttavia, ci ricorda che “Siamo ancora vivi, questo è importante!”.

 

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