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Scrivere di cinema: In Between

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Mariangela Carbone

Il primo lungometraggio di Maysaloun Hamoud, prodotto da Francia e Israele e distribuito in Italia da Tucker Film, si fa spazio nella complessità dello scenario mediorientale per portare sul grande schermo la vita quotidiana di tre giovani donne.

Le palestinesi Leila (Mouna Hawa), avvocatessa affermata, Salma (Sana Jammelieh), barista e dj, e Nour (Shaden Kanboura), studentessa di informatica, condividono un appartamento a Tel Aviv, in una convivenza che diventerà anche legame affettivo, nonostante le differenze di origini, culture e stili di vita.

L’opera di Hamoud, seppur immersa nel contesto israelo-palestinese, lascia che le questioni prettamente politiche passino in secondo piano, di fronte all’esigenza di mettere in luce la normalità della vita delle donne palestinesi, raccontandone la quotidianità, tra feste, lavoro, amori e amicizie.

La città di Tel Aviv, metropoli che confonde e sconvolge chi la vive – come afferma proprio uno dei personaggi del film – non viene mostrata, ma raccontata attraverso il filtro delle esperienze delle tre giovani donne; il film è quasi completamente ambientato in interno, alternando scene in casa e in locali notturni, dove l’energia giovanile esplode a ritmo di rap e musica elettronica.

La regista trentacinquenne, nata a Budapest, ma cresciuta nel Nord di Israele, costruisce il film Libere, disobbedienti, innamorate smarcandosi dai pregiudizi che affliggono il mondo (e il cinema) israelo-palestinese e scrollandosi di dosso il peso degli stereotipi affibbiati alle donne palestinesi, che indossino o meno lo hijab, il velo islamico.

Quello di Hamoud è un film coraggioso, come coraggiose sono le sue protagoniste, che, con tenacia e non senza sofferenza, lottano per difendere la propria dignità – di donne, ma ancor prima di persone – e affermare la propria personalità, consapevoli che il prezzo da pagare è alto.

Cercando di non lasciarsi soffocare dalle contraddizioni di una società che oscilla tra tradizione e modernità, e scontrandosi con l’ancestrale oppressione maschilista cui la loro generazione sembra condannata, Leila, Salma e Nour devono farsi valere di fronte a uomini violenti e ipocritamente religiosi o che, dietro a un’apparenza progressista, celano bigottismo e chiusura mentale.

Siamo di fronte a un’opera prima che dimostra grande consapevolezza registica, lasciando ben sperare sui prossimi film, e costituisce un altro esempio di cinema al femminile su sfondo mediorientale, che ricorda Caramel della libanese Nadine Labaki fin dalle prime scene, in cui la regista vuole mostrare persone comuni, e non personaggi preconfezionati, con sogni, paure e incertezze.

Recuperando il senso del titolo originale Bar Bahr – che indica un luogo di mezzo, tra terra e mare – la traduzione internazionale In between restituisce proprio l’idea di un mondo intermedio, tra generazioni e culture diverse, tra Palestina e Israele, in cui giovani donne cercano di definire il proprio spazio vitale e di costruirsi un futuro all’altezza delle proprie aspettative. Un futuro difficile da realizzare, nebuloso e incerto, come i volti di Leila, Salma e Nour tra i fumi incessanti di decine di sigarette.

Eppure, nonostante la malinconica incertezza che avvolge le vite delle protagoniste, il film procede vitale e disinvolto, con colori accesi e anima rock, con l’aggiunta di scene di genuina tenerezza, che commuovono lo spettatore riuscendo a non scivolare mai nella banalità.

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