black_butterfly_jonathan_rhys_meyers

Scrivere di cinema: Black butterfly

black_butterfly_jonathan_rhys_meyers

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Mariangela Carbone

Uno scrittore in crisi di ispirazione batte svogliatamente l’indice sulla tastiera di una macchina da scrivere, riempendo un foglio su cui appare ripetuta la frase “Sono bloccato”. Così inizia il film Black butterfly dichiarando, non senza goffaggine, il tentativo di rievocare le atmosfere di Shining e l’inquietante vicenda di Jack Torrance.

Presentandosi come un thriller psicologico, Black butterfly ricorre, fin dai primi minuti, ad alcune trovate narrative tipiche del genere cinematografico: uno scrittore in declino, alcolizzato e senza un soldo (Antonio Banderas) alloggiato in un cottage isolato in cerca di idee, un vagabondo dall’aria misteriosa (Jonathan Rhys-Meyers), un killer sconosciuto che da tempo miete vittime tra le giovani donne della zona.

Il regista Brian Goodman, tornato alla macchina da presa dopo una lunga assenza, sceglie così la strada apparentemente più facile, percorrendo vie ben note, finendo però per adagiarsi su espedienti narrativi abusati e al limite dello stereotipo; il tutto condito con un montaggio alternato e una macchina da presa a mano, prevedibili cifre stilistiche utilizzate nel tentativo di creare tensione e costruire suspense.

Scritto da Marc Frydman e Justin Stanley, che si ispirano al film televisivo Papillon noir del 2008, Black butterfly non dimostra di avere le potenzialità per essere accostato ai capolavori del calibro di Misery non deve morire e il sopracitato Shining, pilastri del cinema di tensione, cui i due sceneggiatori qui si sono inequivocabilmente ispirati.

Se l’inizio del film desta una certa curiosità nello spettatore, che fissa le immagini sullo schermo in attesa di colpi di scena, con il procedere della pellicola molte scelte di sceneggiatura risultano inspiegate ed inspiegabili. Al regista e agli sceneggiatori non sembra interessare, oltre che la plausibilità degli eventi, neanche l’autenticità dei personaggi: lo spettatore non può che storcere il naso di fronte alla mancanza di chiarezza sulle dinamiche tra lo scrittore Paul e il vagabondo Jack, ospite presso la sua casa, tra cui si instaura un rapporto ambiguo e inverosimile. I personaggi non mostrano la minima profondità psicologica, per cui le loro azioni e le loro battute (forzatamente didascaliche) sembrano compiute più da automi che da personaggi reali. Gli attori chiamati ad interpretarli si dimostrano mono espressivi e caricature di se stessi, incapaci di dare qualche spessore e credibilità a dei ruoli già disegnati superficialmente da sceneggiatori che sembrano essere in crisi di ispirazione, proprio come il protagonista della loro storia.

Nel corso del film la sceneggiatura non manca di marcare la propria traccia, inserendo una storia nella storia, dove realtà e finzione si mescolano fino a confondersi, in un cortocircuito narrativo malriuscito, che ricorda l’intersecarsi di piani del racconto nel recente Animali notturni, ma rimane lontano anni luce dall’efficacia della costruzione dell’opera di Tom Ford.

Solo nell’ultimo atto il film di Goodman sembra acquisire un senso, smarrito però subito dopo a causa di un doppio colpo di scena finale che si rivela banale e sfrontato, quasi uno sberleffo nei confronti della platea.

Così neanche il pubblico più benevolo si lascia convincere dalle buone intenzioni nel trattare una trama complessa né si lascia sedurre dalle riflessioni sull’ars scribendi e sulla dicotomia realtà-finzione.

Nel suo vano tentativo di regalare colpi di scena in un racconto thriller e metanarrativo insieme, Black butterfly si rivela un’occasione sprecata e si autocondanna al dimenticatoio.

Aggiungi un commento