blade runner 2049

Scrivere di cinema: Blade Runner 2049

blade runner 2049

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Eugenio Radin

Dell’ultima fatica di Denis Villeneuve si è già scritto anche troppo rispetto a ciò che di una simile opera si potrebbe dire nel breve termine: al di là dell’evidente spettacolarità visiva della pellicola, nella quale l’occhio di Roger Deakins sfida la cinepresa di Villeneuve in una gara di bravura senza esclusione di colpi, Blade Runner 2049 è un film che necessita di essere meditato, rivisto, ripensato, digerito, inserito all’interno di un contesto tecnologico-sociale, ma anche considerando il percorso artistico e autoriale di un regista tra i più interessanti della hollywood contemporanea. Ci dobbiamo certo aspettare altre analisi su quest’opera e sul modo in cui essa ci parla di noi come uomini e come abitanti di un presente tecnologizzato.Ma questo domani, a mente fredda.

Il chiacchierato sequel del film di Scott può però esser preso pretestuosamente in esame per indagare un fatto che riguarda il presente del cinema e che ne rappresenta una delle caratteristiche più attuali e più complesse. Non tanto perché sequel del cult dell’82, quanto per il modo in cui esso si pone come possibile prequel di un terzo capitolo; per la maniera in cui esso lascia il suo finale aperto alla continuazione della narrazione, alla possibile creazione di un “universo Blade Runner”, esso finisce per diventar parte attiva di quel processo che ormai da qualche anno sembra volto alla reciproca contaminazione delle logiche cinematografiche e televisive.

Se da qualche tempo infatti i prodotti tv stanno andando verso un’accuratezza stilistica e uno spessore contenutistico che non li rendono paragonabili a quanto il piccolo schermo poteva offrire fino aun decennio fa (molte sono oggi le serie-tv che si prestano a un’analisi critico-formale per lungo tempo riservata a prodotti cinematografici: da Breaking Bad, a I Soprano, alle più recenti Westworld, The Handmaid’s Tale, House of Cards), dall’altro lato le logiche produttive hollywoodiane sembrano puntare su una serializzazione degli universi filmici, vista sempre più come un ingrediente fondamentale per una ricetta di successo.

Il sospetto che anche questo ultimo Blade Runner 2049 possa avere uno o più seguiti rimane per ora soltanto un sospetto, ma già il fatto che possa nascere nel pubblico l’ipotesi di una sua espansione futura, attesta come ormai la serializzazione sia entrata nelle logiche mentali del consumatore cinematografico, influenzato da tutta una serie di prodotti accomunati dall’esigenza di adattarsi ai meccanismi di un modello televisivo dal successo crescente. Protagonista indiscusso di tale serializzazione è probabilmente il Marvel Cinematic Universe, che ogni anno aggiunge qualche tassello alla caratterizzazione del suo pianeta narrativo, ma ad esso si accosta l’ampliamento in atto relativo a vecchie saghe del passato (si pensi a Star Wars, ad Alien: Covenant o ai recenti annunci dei nuovi capitoli di Indiana Jones o di Rocky) o altri brand commerciali ormai esausti come quello dei Pirati dei Caraibi.

Questa nuova tendenza del mondo del cinema ha già provocato sospetti e diffidenze nel pubblico più conservatore e più legato a un cinema scisso da ogni logica di consumo e di mercato (ammesso che tale cinema esista). Si sta forse perdendo di vista il valore artistico dell’opera cinematografica: il discorso estetico-linguistico sembra dimenticato e sostituito dalla spasmodica attesa del prossimo capitolo, del prosieguo di una storia che non può e non deve finire. Certo tali preoccupazioni sono legittime e non vanno ignorate, ma ciò che un film come Blade Runner 2049 oggi ci dice è che anche un’opera con un ingombrante passato e aperta al futuro può risultare in sé un ottimo prodotto, con un contenuto stimolante e una propria specifica cifra stilistica.

Insomma, la serializzazione ucciderà il cinema? No, se non nello stesso modo in cui l’hanno ucciso l’avvento del sonoro, del colore o la digitalizzazione dei supporti tecnici. Ogni mutamento ha portato con sé i propri profeti della fine e ha fatto temere un “Mille e non più Mille” della Settima Arte; ma se oggi siamo ancora qui a scrivere e a discutere, significa che il cinema è tutt’altro che finito.

La serializzazione trasformerà il cinema? Probabilmente sì, e ciò significa che questo processo, ormai pienamente avviato, non può essere più ignorato da cinefili e critici. È finito il tempo in cui il critico cinematografico può prescindere dagli altri media e dalla televisione; in cui grande e piccolo schermo rimangono due mondi distinti e non comunicanti. Prima o poi questo fenomeno dovrà essere studiato in maniera più approfondita e consapevole. Per ora: godiamoci Blade Runner!

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