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Scrivere di cinema: Chiamami col tuo nome

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di Lorenzo Ciofani

Sui titoli di testa, immagini di reperti archeologici. In una parentesi di grazia, il professore fa vedere ad Oliver, lo studente americano accolto in casa per motivi di studio, diapositive di sculture greche appena riapparse dal passato. Ai suoi occhi, il motivo per cui il ragazzo ne rimanga incantato non è indecifrabile: in quelle statue ci sono l’armonia e la sinuosità di Prassitele, uno dei maestri della classicità.

Per Oliver è una vertigine travolgente. Sensazione che prova anche Elio, il diciassettenne figlio del professore, a cui sgorga il sangue dal naso nel bel mezzo di un pranzo di famiglia. «La natura ha metodi ingegnosi per scovare il nostro punto debole», sentenzia il padre, in un monologo che, poco prima del finale, illumina la storia di affettuosa empatia. E se fosse proprio nello sguardo paterno che vede, capisce, immagina, sa, invidia la chiave per decifrare Chiamami col tuo nome?

Eppure – o forse proprio per questo – il film non è la sua storia; tuttavia, egli ha il diritto (il dovere) di esserci: è il testimone della storia che avrebbe potuto vivere, ne è l’involontario artefice, il silente complice. Più che del primo amore, racconta la scoperta del desiderio. Di Elio, che nel cuore della sua adolescenza borghese si ritrova a sperimentare il dolore di innamorarsi; e di Oliver, un’anima piena di infinite sfumature dentro un corpo adorato dal mondo. È la lenta e sfuggente estate del 1983, il cielo è velato di nubi, i colori rigogliosi della campagna lombarda si venano di malinconia, come a presagire la devastante necessità di un’imminente nostalgia.

Chiamami col tuo nome è l’archeologia di un amore: riaffiora dalle acque come un ricordo da contemplare, catalogare, studiare. Ne è anche la geografia: i luoghi dello spirito sono accessibili solo a chi abdica all’io transitorio per farsi un noi imperituro.

E la topografia: città vuote, strade in fuga, antichi notturni urbani (la fotografia è di Sayombhu Mukdeeprom). E la discografia: una ballata di Sufjan Stevens, un trip di Franco Battiato, le coreografie di un timoroso corteggiamento. E l’anatomia: corpi che si spogliano della paura di frenarsi per incontrarne un’altra più seducente. E la fotografia: il negativo scarlatto di una realtà che si fa memoria.

Adattando abbastanza fedelmente il romanzo di André Aciman, James Ivory (per la prima volta solo sceneggiatore) ripensa al suo Maurice e alle conseguenze del coming of age. E lo sguardo cosmopolita di Luca Guadagnino si esalta in quello che intende quale ultimo capitolo di una trilogia sui ricchi e il desiderio. La sua intima sensibilità per il mélo esplode nel tenero, crudele, insostenibile senso del tempo che sfugge nell’istante in cui il passato diventa mitologia, quando qualunque gesto si misura con la possibilità di essere indimenticabile. Un film che è un braccio tranciato, un treno che parte, un telefono, il volto di un ragazzo che nell’inverno si congeda dall’età acerba, in un lancinante primo piano finale lungo sette minuti.

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