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Scrivere di cinema: “Il colore nascosto delle cose”

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017

di Mariangela Carbone

Schermo totalmente nero, accompagnato da un alternarsi di voci: così si apre e, circolarmente, si chiude l’ultimo film di Silvio Soldini, che torna a raccontare l’universo dei non vedenti, indagato già nel documentario Per altri occhi, stavolta attraverso il filtro della fiction.

Durante questa esperienza di “Dialogo al buio” – in cui si è guidati da una persona non vedente durante un percorso totalmente privo di luce dove bisogna affidarsi agli altri sensi – si incontrano Teo (Adriano Giannini), creativo nel campo della pubblicità che ha una relazione infedele con Greta, ed Emma (Valeria Golino), cieca dall’età di diciassette anni, che lavora come osteopata e con alle spalle un divorzio.

La travagliata storia d’amore che nascerà tra Emma e Teo procede con alti e bassi, non tanto provocati dalle difficoltà legate alla disabilità di Emma, quanto dalle mancanze di Teo, che scappa piuttosto che dare risposte e manca di assumersi le proprie responsabilità.

Il film è incentrato sulla dicotomia realtà/apparenza, resa, a livello drammatico, con il contrasto tra i caratteri dei due protagonisti: da una parte il superficiale, incline alla bugia, a tratti cinico Teo, che lavora con le immagini e fatica a superare le apparenze, dall’altra l’indipendente, autoironica, ottimista Emma, che si sforza di cercare quel colore nascosto delle cose cui allude il titolo e di conoscere il mondo nella sua autenticità, oltre le apparenze.

Nel mettere in scena questa opposizione, il regista Silvio Soldini utilizza abilmente gli spazi e la luce – qui carica anche di un forte valore simbolico, data la comune associazione tra cecità e oscurità (Teo crede che Emma veda tutto nero) – riuscendo nella non facile impresa di rendere il disorientamento e a tratti l’esclusione della protagonista cieca dal mondo circostante, dosando l’intensità di luce e di messa a fuoco invitando lo spettatore (a tratti quasi obbligandolo) a immedesimarsi nella sua condizione.

La macchina da presa si sposta rimanendo quasi sempre all’altezza dei personaggi e lascia che siano loro a dettare i movimenti del film. La regia si limita a seguirli, senza quasi mai concedere all’inquadratura di prendere respiro lasciandoli in lontananza. Il regista affida questo ampliamento al formato dell’inquadratura, che all’inizio incornicia i personaggi in un quadrato per poi allargarsi in un ritaglio più ampio, quasi a voler segnare visivamente il passaggio dalla solitudine dei protagonisti alla crescita personale successiva al loro incontro.

L’ambientazione romana si rivela per l’accento dei tassisti e nei pochi cenni al lungotevere; i luoghi sembrano assumere importanza solo quando i personaggi iniziano a occuparli. Roma diventa così una città definita gradualmente attraverso le percezioni sensoriali di Emma.

Se da un lato convincono queste scelte registiche, dall’altro emergono difetti da imputare a una sceneggiatura a tratti mal funzionante, scritta peraltro da due autori affermati come Doriana Leondeff, fedele collaboratrice di Soldini, e Davide Lantieri.

Con questo film Soldini dimostra nuovamente sensibilità e capacità di ritrarre personaggi dignitosi, descritti con pennellate delicate, ma che a tratti qui risultano abbozzati, non ispessiti né approfonditi. Nonostante colpisca la loro genuina spontaneità che emerge in alcuni dialoghi, sembra che manchi allo spettatore la possibilità di empatizzare davvero con i personaggi. Soprattutto nel caso di Teo, ritratto come meschino e cialtrone, cui viene forzatamente affibbiato un passato problematico, appena accennato, che forse non è abbastanza per permettere allo spettatore di sdoganare il personaggio e convincerlo che possa meritarsi una donna come Emma.

Non convince la scelta degli autori di non osare, non creare contrasti, tensioni, discontinuità, lasciando che la trama scorra sì tra alti e bassi, ma con riconciliazioni prevedibili. Pregevoli le intenzioni dietro un film che si lascia guardare, e a tratti apprezzare, ma non scuote, non commuove nel profondo, non regala momenti che restino memorabili.

La sceneggiatura si sorregge sulla bravura dei due interpreti protagonisti, che danno prova di una forte complicità attoriale e convincono lo spettatore con la loro interpretazione, ma inserisce colpi di scena raffazzonati e si lascia sfuggire delle imprecisioni (i congiuntivi sbagliati da Teo potevano essere evitati).

Nonostante la struttura del film a tratti cigoli e faccia storcere il naso, Silvio Soldini riesce a regalare allo spettatore più risate spontanee che lacrime facili, e questo è un grande pregio.

Raccontando la cecità senza pregiudizi e senza scivolare in facili pietismi, il film si fa apprezzare nei piccoli gesti, negli sguardi di ingenuo stupore che Teo rivolge a Emma, nelle tenere manifestazioni di amicizia tra Emma e Patti (personaggio divertente e riuscito).

L’iper abusata citazione di Antoine de Saint-Exupery, “Non si vede che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”, potrebbe essere qui presa in prestito per descrivere il film Il colore nascosto delle cose, almeno per le intenzioni del regista di raccontare rapporti tra due persone che siano capaci di amarsi al di là delle apparenze.

Commenti
Un commento a “Scrivere di cinema: “Il colore nascosto delle cose””
  1. Greta scrive:

    Finale bruttissimo! Film veramente stupendo fino al finale… un vero peccato

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