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Scrivere di cinema: Downtown Abbey

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di Giuseppe Fadda

L’annuncio di un film tratto da una serie televisiva è sempre colto da un misto di entusiasmo e apprensione, entrambi perfettamente legittimi. Alcuni finiscono per diventare il giusto, sentito coronamento di una serie (un esempio recentissimo è El Camino: A Breaking Bad Movie), altri per essere considerati come stanchi esercizi che puntano sulla nostalgia e poco altro (come i due film tratti da Sex and the City).

Il film di Downton Abbey, l’amatissima serie inglese sull’aristocratica famiglia Crowley, non è né l’una né l’altra cosa: da un lato, soffre per la debolezza della storyline principale, che viene costantemente oscurata dalle innumerevoli sottotrame; dall’altro, cattura ancora alcuni degli elementi che rendono la serie così affascinante.

Il principale difetto del film sta nel mettere troppa carne al fuoco: pensare di dare il giusto spazio a tutti i personaggi dello show (più le nuove aggiunte) è una pretesa pressoché impossibile, e difatti molti di essi rimangono poco più che macchiette, che lo spettatore è ben contento di rivedere ma le cui storie finiscono per non andare da nessuna parte, oppure per essere dimenticate salvo poi essere concluse in fretta e furia nel finale.Il filo conduttore del film è la visita del Re e della Regina alla tenuta di Downton, con grande preoccupazione da parte di tutti i membri della famiglia e anche della servitù, che si trova a dover competere con la servitù reale.

I momenti migliori del film sono quelli in cui emergono interessanti questioni sulla lotta di potere anche all’interno delle classi subalterne e sui rapidi cambiamenti sociali a cavallo degli anni Venti. Ci sono certe scene di una straziante malinconia, in cui si avverte la tensione tra un passato idealizzato e confortevole e un futuro sempre più incerto, in cui è chiaro che il tempo di Downton Abbey, nel bene o nel male, sta inesorabilmente giungendo alla fine. È in questi momenti più meditativi che il film è davvero grande, mentre una buona parte del drama che si sussegue risulta spesso superfluo e un tentativo di dare a tutti i personaggi qualcosa da fare.

L’eleganza tipica della serie per quanto concerne costumi e scenografie è perfettamente evidente anche qui, così come l’ormai iconica colonna sonora. E il cast è sempre deliziosamente divertente, nessuno escluso, anche se sono pochi quelli che hanno il tempo e il materiale per poter lasciare un impressione veramente indelebile.

Primo fra tutti c’è Robert James-Collier, che interpreta Barrow, il maggiordomo omosessuale della famiglia Crowley. La sua storia d’amore con il “Royal Dresser” del Re, Mr. Ellis (Max Brown), è il nucleo della sottotrama più potente del film, che ha il suo apice in una delicatissima scena in cui i due malinconici amanti si chiedono se potranno mai vivere felicemente alla luce del sole. Sempre notevole è anche il contributo, in particolare, di Michelle Dockery, Allen Leech e Jim Carter, mentre la new entry Imelda Staunton riesce a dare vita al dramma del suo personaggio in un tempo sullo schermo decisamente limitato.

Ovviamente, non si può parlare di Downton Abbey senza parlare di Maggie Smith. Per buona parte del film, nei panni di Lady Violet, non le è richiesto di fare molto più che lanciare occhiate e battute taglienti – cosa che l’attrice ha dimostrato ampiamente di saper fare magnificamente, più volte nella sua carriera (basti pensare anche alla saga di Harry Potter e a Gosford Park). Ma verso la conclusione, la Smith è protagonista una scena semplicemente devastante, che funge da splendido coronamento della sua interpretazione nell’intera serie e in cui ci lascia intravedere l’affetto, la forza e la calma saggezza che, tra una battuta e l’altra, sono il motivo per cui amiamo il suo personaggio. La fiera dignità di quel sorriso tra le lacrime è, da sola, una buona ragione per vedere il film.

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