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Scrivere di cinema: Dunkirk

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Jacopo Barbero

Rumore di fogli che cadono dal cielo. Il fruscio delle pagine trasportate dall’aria produce quella che pare una soave melodia, ma che ha già in sé un che di mostruoso. È l’ombra della morte che si staglia sulle vite di un gruppo di soldati inglesi, che si aggirano per le deserte strade di Dunkerque, piccola cittadina francese ai confini con il Belgio. Poi una pioggia assordante di pallottole travolge la brigata.

E Dunkirk, decima pellicola di Christopher Nolan, ha inizio, mettendo subito in chiaro che il suono sarà il vero protagonista del film: una fragorosa sinfonia di esplosioni, proiettili, fiamme, urla, gemiti e musica, incessante, di Hans Zimmer, che supera se stesso con una colonna sonora che non avrebbe senso di esistere se recisa dalle immagini viscerali che ne giustificano la disarmonia.

Nolan, pur non rinunciando alla sua personalissima ossessione per il tempo e la decostruzione delle strutture narrative classiche, realizza il suo film più lineare e compatto, forse quello apparentemente meno ambizioso, per lo meno guardando ad una sceneggiatura davvero ridotta all’osso (i dialoghi, normalmente molto presenti nelle opere del regista inglese, si contano davvero sulla punta delle dita o poco più), ma raggiunge qui vette di intensità e di furore narrativo che mai aveva toccato.

Dunkirk è infatti un film essenziale nella trama, di fatto inesistente, che con il suo approccio quasi documentaristico giunge a costituire un poema di morte senza pari. Pur non essendoci una violenza troppo esibita infatti, raramente il trapasso di migliaia di individui e il loro terrore era stato raccontato con un tale spirito di realismo e umanità.

Nemmeno Spielberg, nella magistrale e violentissima scena d’apertura di Salvate il soldato Ryan, era riuscito a trasmettere un tale senso di angoscia allo spettatore, che qui è realmente posto dal regista nella condizione di comprendere cosa significa morire, cosa significa avere paura di morire e dunque, per contrasto, cosa significa vivere e cosa significa avere il coraggio di (soprav)vivere.

Infatti Dunkirk riesce laddove forse solo La sottile linea rossa di Malick prima di esso aveva avuto successo, parlare di vita mostrando la morte. Non ha dunque senso fare paragoni con i war movie di Kubrick, Coppola, Spielberg: Nolan ha trovato un approccio del tutto originale e filosoficamente personalissimo per raccontare la propria visione della guerra, che emerge con forza inusitata attraverso lo sguardo vuoto del soldato Tommy (il bravissimo Fionn Whitehead), la rabbia del commilitone Alex (Harry Styles), l’umano coraggio del signor Dawson (Mark Rylance), gli occhi e le lacrime del Comandante Bolton (un superbo Kenneth Branagh), la paralisi del soldato senza nome interpretato da Cillian Murphy, il sacrificio del pilota Farrier (Tom Hardy), e ancora il rombo impetuoso delle acque oceaniche, il ruggito degli Spitfire, il fuoco inarrestabile persino sul mare.

Tutto questo è realizzato con uno sforzo tecnico probabilmente senza precedenti, che ha visto il regista non solo portare a compimento un percorso di maturazione stilistica, che si traduce in una messa in scena di devastante realismo e tensione vertiginosa (grazie anche al montaggio miracoloso di Lee Smith), ma anche riaffermare ancora una volta, dopo Interstellar, il suo amore profondissimo per il cinema inteso come esperienza da vivere in sala. Il 70mm, l’IMAX non sono una scelta commerciale, sono una dichiarazione poetica, e conducono ad una visione cinematografica impegnativa anche da un punto di vista fisico: non solo perché obbliga lo spettatore ad abbandonare le comodità del divano e dei piccoli schermi domestici, ma anche e soprattutto perché vedere Dunkirk nel formato in cui Nolan l’ha concepito è un’avventura frastornante, da cui si riaffiora stanchi e un poco provati.

L’immersivo schermo leggermente ricurvo, l’avvolgente impianto audio mettono alla prova il pubblico e gli permettono di ritornare ad un’esperienza cinematografica quasi primordiale,  in quanto inimitabile in un contesto differente da quello del buio della sala. Il cinema rivive grazie ad autori come Nolan e Tarantino, che ancora credono che l’intensità di una pellicola vista in questa modalità non trovi paragoni nella mediocrità delle visioni a cui il pubblico moderno è abituato, nell’epoca dello streaming.

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